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Varie insidie viarie

Circolare in città è un macello, e sento l’urgenza di codificare e condividere la top five delle insidie che si incontrano andando in giro per le strade di Milano.

I. Smartphone semoventi. In generale le persone passano sempre più tempo interagendo su dispositivi digitali mobili. Purtroppo anche in mobilità. Nel senso in movimento: alla guida di auto, camion, mezzi pubblici  (!) e anche da pedoni. Gli smartphone impegnano, a livello di coordinamento corporeo, e distraggono, a livello di concentrazione ed attenzione. Questo storno di risorse avviene quando si telefona (anche hands free, ossia con kit “viva voce” o con auricolari&microfono), ma avviene grandemente di più quando si utilizza la parte smart – che in questo caso è più dumb che furba. Sia leggendo (posta elettronica, siti, feed di notizie, aggiornamenti dai social network e così via), sia scrivendo (SMS/MMS, o iMessage/WhatsApp, tweet, eMail e avanti). Quando fai texting (cioè scrittura su smartphone) distogli lo sguardo dalla strada, coordini le dita (per, appunto, digitare) anziché le mani (per guidare), e ti immergi in una dimensione attenzionale relativa al contenuto che stai componendo, con intensità maggiore che se lo facessi oralmente. Ormai riconosco idioti con in mano “il telefonino” da metri di distanza: ondeggiano, derivano lemmi lemmi, frenano in improvvisi panic stop, svoltano a scatti. Il numero di questi imbecilli è in aumento esponenziale. Qualsiasi mentecatto che possa permettersi un cellulare, alla guida trasforma l’auto in un oggetto mobile senza conducente, capace di travolgerti, schiacciarti, investirti in qualsiasi momento. Non troppo diversamente anche chi è a piedi, cioè chi negli USA è definito zombie texters: infatti capita di trovarti persone deambulanti in mezzo alla strada, fuori dalle strisce pedonali, ignare e incoscienti del rischio letale, perché in quello momento sono intenti ad aggiornare il loro status su FaceBook. Che a quel punto farebbero bene a impostare su: “Stirato da una X3”. Più o meno nei medesimi paraggi di demenza trovo anche i motociclisti (abitualmente su “scooteroni”) dalla condizione miserabile, perché tutti assorbiti dalla loro conversazione telefonica, intrattenuta urlando al cellulare – incastonato fra guancia e casco.

II. Scontro di culture. Il numero di auto e furgoncini targati Romania, Bulgaria, Polonia e Ukraina sta crescendo al ritmo dell’immatricolato del nuovo in Italia. Però in modulo – e chi alle elementari studiava matematica qui può cogliere l’ironia. Un parco che si va a sommare ai mezzi (seppur  provvisti di targa locale) in mano a cinesi, filippini, indiani e nord-africani. Lungi da me assumere posizioni xenofobe, ciò nonostante ritengo siamo dinnanzi ad un problema. Anzi due. La prima considerazione è queste persone generalmente guidano male. Guidano peggio persino dell’automobilista medio milanese, il che è già di suo un fatto clamoroso. O forse non guidano male. Forse semplicemente hanno una diversa cultura della guida. Il filippino, con la sua Peugeot con minigonne, alettoni e appendici aerodinamiche, tigri adesive sul cofano, cristalli oscurati e una sventagliata di neon e LED, si muove lento ma inarrestabile e mortifero come un fiume di lava saprebbe fare. Il cinese sul SUV non decifra la segnaletica, orizzontale e verticale, come gli occidentali, e sgomita ignaro nel traffico. Il liberiano che fa car pooling con altri quattro connazionali sulla Punto vintage, mentre sprigiona quantitativi di monossido di carbonio da mandar fuori scala le centraline anti-smog, ceffa tutte le misure: nei parcheggi, nelle svolte, nell’accodarsi. Il rumeno con la BMW Serie5 di dieci anni fa guida con l’arroganza di chi è a casa sua, ti taglia la strada e se ti lagni troppo può comunque sempre smontare e tagliarti (dopo la strada) la gola. Culture automobilistiche che clangono con la nostra. E carrozzerie che clangono su altre carrozzerie. Il mio amore per la multietnicità, la tolleranza e i principi di rispetto ed uguaglianza qui arriva a cozzare sulla parete di confine della paura di scendere in strada e avere un incidente con un bulgaro. Con la probabile controindicazione (e qui viene il secondo dei due problemi) che a livello assicurativo si incontri qualche difficoltà…

III. Cicli e ricicli. Andare in bici è una figata. Fa bene alla salute. Non inquini. Risparmi (soldi). Risparmi (fonti energetiche). Non hai problemi di parcheggio. Non soffri il traffico, né contribuisci ad aumentarlo. Per di più a Milano abbiamo un pozzo di bici in BikeShare di ATM! Figo. Figata. Ma ogni rosa ha spine. Ad esempio il ciclista (almeno milanese) non ha regole. Nessuna. Percorre marciapiedi, imbocca sensi vietati, vaga ondeggiante nella corsia se non nella carreggiata, il suo mezzo non ha fari, non ha catarifrangenti, non ha campanello, segue i tempi semaforici delle auto oppure dei pedoni a seconda della convenienza, non si arresta ai dare-la-precedenza, né agli stop, né ai rossi. Porta il caschetto o non porta il caschetto. Porta il cestino, porta un bambino, porta due bambini. Ha il carrellino portabagagli. Ha due carrellini. Il ciclista è anarchico. Ma probabilmente c’è anche un tema di legislative vacuum. Non so: ma così è un casino. In somma, quel che mi fa ritenere che sia una delle grandi, montanti, insidie del traffico è però la melomania di molti ciclisti urbani. Qui il ciclista sgambetta con cuffietta – magari assorto nell’ambient (inteso come corrente musicale) ma isolato dall’ambiente (inteso come la VW Passat che lo stira all’incrocio). I ciclisti con cuffie, indifferenti ai dischi rossi del semaforo, al tuo strombazzar di clacson, ai varchi millimetrici fra un’auto e l’altra, ai crocchi di persone sul marciapiedi, sono piccole bombette ad orologeria.

IV. Criminali e incapaci. Alcune persone si mettono alla guida dopo essersi drogati e/o ammazzati di alcol. Personalmente non ho nulla da ridire: a condizione che siano in grado di guidare bene, proporzionalmente al loro grado di impairment. Magari incedendo a 1 km/h, seguendo parossisticamente la riga di limite della corsia più a sinistra, non arrecando danno a nessuno – al massimo intralciando la circolazione. Ma se ti metti al volante o inforchi la moto e sei incapace di guidare in sicurezza, che tu abbia mangiato un solo Boero o bevuto due botti di Amarone, mi è indifferente: sei un criminale. Ma anche se sei perfettamente sobrio, ma alieno ai concetti base della circolazione, ovvero se fai scattare la storica domanda retorica “Ma chi t’ha dato la patente?!”. Così come se trasgredisci sconfinatamente il CdS: la scorsa settimana sotto casa mia una Ypsilon ha percorso 300 metri contro mano ad almeno 60-70 km/h. Come commentare? Insomma: mi pare chiaro che chi circola, per una ragione o un’altra, scriteriatamente e al di là di qualsiasi norma viaria costituisca un’insidia micidiale. C’è da riconoscere che però si tratta di una categoria in fondo numericamente ridotta. Un po’ perché la sua popolazione si autoregola, tipo il mito dei lemmings suicidi: qualcuno si spiattella, qualcuno viene ritirato dalla circolazione comunque: gattabuia o patente ritirata. E così un po’ perché c’è un quantitativo stabile di popolazione “difficile”: facciamo che sia il 5%, e quello è, e quello resta. Per questo ho riservato ai criminali la quarta piazza: i tre precedenti posti invece sono occupati da fenomeni in fortissima crescita.

V. La via. L’infrastruttura urbana è costantemente inadeguata. Dimensionalmente. Qualitativamente. Tipologicamente. Strade inadatte a sostenere il traffico effettivo che, quando mai opportunamente ridimensionate, lo sono comunque dopo talmente tanti anni che spesso le dinamiche di mobilità urbana sono già diverse. Strade con binari morti che fanno scivolare bici, con buche e tombini depressi da sbalestrare qualsiasi sospensione, con pietre disassate nel pavé che fanno da rampa o inciampo per i motorini, strade con marciapiedi a fisarmonica (larghi / stretti, quasi sempre in modo inappropriato), segnaletica orizzontale fantasma, segnaletica verticale nascosta o divelta o china come giunco in tormenta, piste ciclabili con percorsi labirintici e interruzioni esoteriche, penuria di parcheggi. Insomma, la rete viaria non è la migliore base sulla quale far scorrere fluidamente il pesante traffico urbano, e costituisce il substrato sul quale allignano poi tutte le insidie che fanno spesso della guida non più un piacere, ma un terno al Lotto. Per di più con soste vietate sempre più “selvagge”, che limitano le visuali degli incroci, dei passi carrabili, degli attraversamenti pedonali. Vedere auto parcheggiate “in tripla fila dalle zebre” è effettivamente insidia bestiale.

Quarantanovesimi in libertà di che cosa?

Nella mia testa era in corso un gran balletto, un can can, molta confusione, parecchio trambusto carnascialesco. Finché non è arrivata dalla Direttora la nuova commessa, cui andrebbe aggiunta una “s” all’inizio – o che meglio sarebbe chiamare sfida. E allora tutti i tasselli, incastro per incastro, si sono ordinatamente ricomposti in una visione più chiara e serena del polverone che ciarlatani ciarlieri, da destra e da manca, mi avevano sollevato sulla libertà di stampa.

Intanto ho diradato nella mia mente la nebbia del grande equivoco. Perché si tende a raccogliere in un’unica fascetta diversi tipi d’erba: per superficialità, o per ignoranza, o per mala fede si etichetta con “libertà di stampa” diversi aspetti del tema.

Il polverone si risolleva lo scorso ottobre [2009], con il report puntualmente stilato da R.S.F., organizzazione che è di casa in Francia. E chiama il tutto «Classement mondial de la liberté de la presse», credo ben traducibile in italiano con l’espressione “libertà di stampa”.

Ma questo concetto è inanellato con una serie di altri, e il soffermarsi a discutere o definire o giudicare sotto questo o quell’aspetto è ciò che genera confusione.

Innanzitutto alla base della libertà di stampa ci dev’essere l’indipendenza della stampa, che permette la libertà di parola, senza la quale non vi è libertà di opinione. Ripartiamo da quest’ultimo, che è in realtà il principe, principale e primo dei concetti in merito – tant’è che si tratta di un diritto riconosciuto costituzionalmente.

Per pedanteria muovo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 19 recita: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione […] e quello di […] diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo”.

E mi sembra una decente base di partenza, visto che si affastellano tre livelli: pensare liberamente (libertà di opinione), esprimersi liberamente (libertà di parola), diffondere liberamente ciò che si pensa (libertà di stampa).

È sì interessante ragionare sulla libertà di stampa, ma affrancati prima i due passaggi preliminari: pensieri e parole.

La libertà di stampa poggia quindi sulla premessa che non si venga “molestati” (per usare l’espressione della Dichiarazione Universale) in alcun modo per pensare ciò che meglio si crede. E ciò a sua volta poggia sulla libertà di poterlo esprimere.

Il processo intermedio non è di poco conto. Tremo a ricordare, benché letteraria, l’orwelliana Thinkpol, ossia la distopica polizia del controllo mentale che per tramite di psicologia e sorveglianza (The Big Brother) scopre e punisce i reati del pensiero. Idea messa su carta nel 1948 per «1984», nasce fresca di regimi totalitaristi europei purtroppo reali anziché letterari: “squadracce”, persecuzioni razziali e stalinismo non sono lontani. Mai dare per scontato il lusso di poter formarsi una propria opinione, contraria alla maggioranza o al regime, senza essere perseguito e perseguitato – alle volte anche senza averla nemmeno espressa…

E dunque libertà di espressione. La mia opinione può essere formulata e comunicata attraverso ogni mezzo. Debbono però sussistere alcune condizioni. Su di esse si basa lo stesso senso di civiltà che permette di avere una libertà di espressione. La Costituzione Italiana limita la libertà alla condizione di rispettare il “buon costume” – di norma con riferimento ad evitare di offendere il pudore. Altre Leggi invece circoscrivono il campo aperto con i, giusti, paletti della riservatezza ovverosia quella tutela che con anglofilia si battezza come della privacy. O di certo non ci si può aspettare di restare “non-molestati” nel caso la propria opinione diffami un terzo – cioè danneggi la reputazione altrui.

Insomma, è vietata la censura o l’autorizzazione preventiva (sempre grazie all’articolo 21 della Costituzione), ma è logico ed equo che vengano concordate, come norma e sinonimo di civiltà, alcune demarcazioni che garantiscano la reciprocità dei diritti. Come mi sarei espresso da ragazzino: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Un piccolo inciso, che meriterebbe nemmeno un articolo ma un’intera pubblicazione a parte: il problema del senso del pudore e della definizione di costume “buono” è autoreferenziale. Banalizzo per rendere l’idea: il progressivo accorciamento delle gonne e assottigliamento dell’area che veste il petto femminile avviato dalle televisioni commerciali (Mediaset) in programmi pur in “fascia protetta”, o le copertine via via più “svestite” di alcuni settimanali generalisti («Panorama», «L’Espresso» et cetera), hanno ormai sdoganato e formato un nuovo senso del pudore. Che quindi legittima se stesso. E così avanti e così via. Il senso del pudore trova nei media un termine di definizione, e a sua volta crea (recte: dovrebbe creare…) nuovi contorni di confine dei media stessi. Fine dell’inciso.

Ecco. Pur nei limiti riconosciuti la mia libertà di espressione si innesta però su una piena compiutezza solo in un contesto di libertà di stampa, in un ambiente in cui possa aver accesso a un mezzo che, in modo non mediato, riproduca e renda pubblicamente accessibile il mio pensiero.

È per questo che fra libertà d’espressione e libertà di stampa trova spazio il concetto di indipendenza della stampa.

Se “la stampa” (in quanto mass media lato sensu, cioè mezzi di comunicazione di massa) è indipendente vuol dire che chiunque ha la potenzialità di imboccare un canale attraverso il quale veicolare il proprio pensiero. In carenza di questa condizione, l’opinione non necessariamente trova il mezzo di divulgazione, e cadono libertà di stampa e di parola.

Una chiave di volta però riposa nella quantità di canali disponibili offerti oggi a chi vuole esprimere il proprio pensiero. Comunque non nella televisione nazionale, non nella stampa quotidiana, non nei settimanali d’opinione. Abbiamo tutto un canale, Internet, nuovo e dalla sezione amplissima: il flusso che consente è dal gigantismo di difficile immaginazione. Con la sua lunghezza di coda tutti vi possono trovare ospitalità, purtroppo persino spesso avendo più facilità di trasgredire quei limiti di buon senso imposti alla libertà di espressione.

Blog. Forum. Siti di informazione e di opinione.

Principali limiti diffusi di questo nuovo sfocio sono la difficoltà di mettere in evidenza il proprio avamposto di pensiero nel bailamme internettiano e la carenza di controllo e certificazione, seppur di massima, che collateralmente rendano autorevoli e attestati questi contenuti provenienti “dal basso”.

A questo punto si inarca la seconda volta, la cui chiave è il nocciolo di questo mio intervento. Il sistema dovrebbe acconsentire anche una libertà di accesso all’informazione. La Legge sulla stampa, ad esempio, obbliga le rivendite di giornali – e a loro volta tutti gli attori della filiera distributiva – a diffondere qualsiasi pubblicazione, a patto che sia lecita. Si sancisce insomma che il canale è libero, e in funzione delle capacità diffusionali dell’editore, tutti siano liberi di scegliere di approvvigionarsi al canale informativo che più incontra il gusto, il favore e la rispondenza ideologica.

Due grandi nemici minacciano questo aspetto della libertà. Il primo è il sovraccarico, il secondo è lo strapotere.

Il sovraccarico trova esemplificazione in 999 canali satellitari o meglio ancora nel già, per altro, citato delirio di quantità di informazione pubblicata via Internet. Troppe opzioni rischiano di trasformarsi in una non-opzione. La grande scarsità di tempo e di attenzione dei giorni nostri mal si attaglia alla necessità di ricerca e selezione della fonte giusta, la cui “giustezza” spesso è valida solo di volta in volta o di tema in tema.

Lo strapotere è invece dato dal monopolio o dall’oligopolio o dal controllo allargato da parte di uno o pochi editori dei mezzi di informazione. Tranne in casi eclatanti (che è inutile citare perché sotto gli occhi di tutti in quanto eclatanti…) nei quali si manifesta una concentrazione monopolistica, questo nemico è particolarmente insidioso per il suo esser camaleontico.

Si confonde infatti spesso con il fondale del successo di pubblico. Un sistema d’informazione fair dovrebbe permettere di accedere anche a canali informativi “di minoranza”, che per definizione soffrono quindi di un deficit di gradimento da parte del grande pubblico. Con questo riferendosi ai media tradizionali: quotidiani, televisione terrestre, satellitare, stampa periodica e anche distribuzione libraria – e anche in quest’ultimo campo l’Italia assiste ad una grandissima e pericolosa concentrazione. In altre parole si legittima lo schiacciamento degli spazi da parte dei grandi players giustificando con il fatto che “piacciano”, e innestando un circolo  che (come nel caso della definizione del “buon costume”) si autoreferenzia. Non mi riferisco invece ai nuovi media, come Internet, che, salvi particolarissimi sottocasi, soffrono più di limiti informativi dovuti al sovraccarico che allo strapotere.

La via della libertà è lastricata di buone intenzioni ed altisonanti parole, ma cova insidiosi ostacoli. Il percorso a ritroso che segue la mia fame di informazione è impervio.  Scendo in metropolitana e mi viene ammannito un quotidiano gratuito che non voglio e che non riconosco come autorevole – ma è gratuito, l’inattività a bordo del trasporto pubblico ha il sopravvento, e lo leggo (tempo e spazio mentale occupato con la forza) [qui torno a scrivere sui freepress]. In edicola mi rispondono che il giornale che chiedo non esce più: l’editore è fallito. Della mia seconda richiesta mi dicono che non ne sono rimaste più copie: il distributore locale ne consegna 2 (DUE!) copie. Compro uno dei quotidiani in voga, le cui regge esondano dal sotto banco dell’edicolante. Le notizie che leggo sono smentite da altri quotidiani en vogue. E qui mi riferisco a NOTIZIE, che dovrebbero essere fatti obiettivi, e non d’opinione. Smentite e denigrate. Alla sera le trasmissioni d’opinione sui canali televisivi nazionali sono campo di battaglia in cui le notizie di quello o quell’altro giornale sono messe nuovamente in discussione e in ridicolo. Si dice questo, ma si tace quest’altro. Si scrive questo, ma la verità è altra. Si titola così, ma nell’articolo si legge altro. E io querelo. E tu diffami. E via così. Su Internet mille blog e su Twitter mille cinguettii commentano con la peste e con le corna qualsiasi posizione, qualsiasi visione dei fatti viene tanto elogiata da alcuni quanto sprezzata da altri. Intanto ci si appella accoratamente al diritto di cronaca quando si trasmettono servizi telegiornalistici sull’appropriatezza dei calzini di un magistrato. Intanto un editore è incerto sulla messa in onda di questo o quella giornalista, perché manca la “copertura legale” della Rete. La mancanza di un pluralismo concreto ed effettivo viene soffocato dalle grida del “chiunque si esprime”, e questo sistema incentiva il mulinio caotico, la rissa, il battibecco, l’alterco, la controinformazione, spacciando il deforme sovraccarico per pluralismo. E proprio perché tutti possono esprimersi il conduttore del programma televisivo gestisce coram populo telefonate in diretta dal Presidente del Consiglio dei Ministri [Silvio Berluscono, all’epoca dell’articolo]… Presidente che in altre occasioni osserva e giudica lo stato del sistema televisivo, o lancia anatemi agli inserzionisti di questo o quel quotidiano o settimanale, o discredita certa stampa estera cui è inviso.

Non so se sia un panorama da 49° classamento mondiale. Oppure 109°. Oppure 9°.

Però qualcosa che non funziona, qui, credo ci sia.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, novembre’09.

Fobia di noi stessi

L’Italia è pervasa da una vena xenofobica da anni. O forse da sempre. Fin da quando noi romani abbiamo attribuito un’accezione negativa al barbarum, partendo dalle difficoltà di comprensione linguistica che nell’antica Grecia fecero definire βάρβαρος lo straniero che balbettava parole incomprensibili. Chiamavamo tutti gli stranieri così: barbari.

Similmente adesso il diverso si stigmatizza come extracomunitario. A caso. Perché oggi, giusto amor d’esemplificazione: un ticinese è un extracomunitario ma un rumeno non lo è; un norvegese è un extracomunitario ma un estone no. “Extracomunitario” invece, nella volgata, etichetta tutto quel che appare come diverso: i caucasici, i nordafricani, i sudamericani. Forse nelle menti di molti è un sinonimo di “proveniente dal terzo mondo”, o “da paesi arretrati”, o “da paesi non occidentalizzati / industrializzati”. Non lo so.

Però sono certo che sia un sintomo di una qualche forma di paura (φόβος, per l’appunto) verso sì chi è forestiero (ξένος), ma verso chi può in qualche modo intaccare il nostro benessere – o le vestigia di esso. Immigrati che vengono a portar via il nostro sudato lavoro. Che degradano le nostre ridenti cittadine. Che abbassano il nostro ragguardevole PIL pro capite. Che vengono a beneficiare dei servizi pagati con le nostre tasse. Che usufruiscono di strutture il cui mantenimento grava sul nostro florido stato. E così avanti, e così via.

Retorico sottolineare quanto questi timori, irrazionali in quanto tali, siano assurdamente infantili ed illogici.

Per una nazione come la nostra (o meglio, per l’intero Vecchio Continente – giusto per non essere provinciali) l’immigrazione è al contrario un fenomeno da salutare con piacere. Ad esempio proprio per importare “cervelli”, modi di pensare, per diventare meno marginali e provinciali, più melting-pot; giacché è proprio dai crogiuoli che si ottengono le leghe migliori. O anche per importare “braccia” per mansioni e lavori manuali che gli italiani hanno in uggia o che li hanno stancati o addirittura che si sono dimenticati. O foss’anche solo per aumentare la platea dei contribuenti con forze giovani, che badino, mantengano, sovvenzionino i sempre più numerosi pensionati autoctoni.

Questa immigrazione è positiva, purché nel rispetto di due condizioni allargate e fondamentali.

La prima è il rispetto della legalità. Se c’è una merce di cui non sentiamo bisogno d’importazione è la criminalità o illegalità in generale. Fin dal rispetto delle condizioni di accoglimento sul suolo italiano, o dai requisiti per l’ottenimento della regolare cittadinanza. Non dev’essere lasciato terreno alla clandestinità o all’irregolarità. Ed è anche giusto che l’immigrato in età produttiva, debba essere tale con un lavoro in regola.

Si tratta di una condizione banale, visto che è richiesta già ai cittadini italiani: vivere nella legalità, in una repubblica che è “fondata sul lavoro”. Non di meno è domandata a chi proviene da un’altra nazione.

La seconda è il rispetto per la storia, la cultura e le tradizioni del luogo. La massima libertà di culto, il diritto alla dignità individuale, alla privacy e a tutti i diritti garantiti costituzionalmente e dalla dichiarazione universale dei diritti umani sono condizioni da mantenere reciprocamente.

È indegno entrare a far parte di una comunità di cui si intendano negarne, sopraffarne o calpestarne i tratti distintivi e i valori tipici. Probabilmente un requisito essenziale dell’ingresso in una nuova nazione da chiamare “patria”, dovrebbe essere la disponibilità ad accettarne funzionamento e tradizioni – pur non necessariamente rinnegando le proprie.

Spesso i casi finiti alla ribalta delle cronache hanno interessato l’aspetto religioso: i crocefissi nelle aule statali, l’uso del burqa, luoghi di culto non autorizzati… Ma le incompatibilità e le incomprensioni avvengono quotidianamente sul terreno più mondano delle abitudini, delle prassi, dell’incontro e confronto di civiltà.

Tutto questo in teoria. In pratica ci sono spesso casi umani. Persone. Bambini. Madri. Malati. Persone che fuggono da nazioni disastrate, da guerre civili, dalla povertà assoluta. A queste persone, l’Italia, e in generale l’Unione Europea tutta, dovrebbe rispondere costantemente in modo efficace e pieno. Avendo a cura la salute e la dignità di questi esseri umani che viaggiano su barconi o in container o su gommoni, e comunque appesi a una speranza che possa esistere una vita più decente. Una risposta piena, senza perdersi discettando sui requisiti per l’asilo politico, sul costo dei Centri d’Accoglienza o sull’efficienza dei Centri d’Identificazione, sul giusto e sullo sbagliato.

Ma forse si chiede troppo a una nazione che spesso si interroga se sia valsa la pena della sua stessa unità, o dell’ingresso nell’Unione Europea o addirittura sulla validità del suo inno o della sua bandiera.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, settembre’09.

L’invenzione della povertà

Vorrei premettere il mio articolo «Appunti scribacchiati sul retro della mia carta platinum». In qualche modo mi piacerebbe ripartire da esso, e superarlo.
A chi fosse sfuggito, a smemorati e distratti, ricordo, in breve sinossi, i concetti di fondo che avrebbe voluto significare:

  • l’economia consumistica crea status symbol posticci, amplificando i sensi di bisogno delle persone e facendo leva sulla necessità sociale di conformismo e di senso d’adeguatezza (o, ipotetica, superiorità/distinzione)
  • vi è un continuo ciclo in cui il fasullo status symbol decade in un prodotto di massa, per venir prontamente soppiantato da una sua nuova versione, che decadrà a sua volta, e così avanti e così via
  • l’incessante caduta verso il basso di questi status symbol origina una percezione di povertà, con un conseguente innalzamento della soglia.

La povertà è un concetto sia relativo sia assoluto. Nel primo caso si evidenzia il differenziale fra le condizioni economiche di un singolo e la media dei suoi corrispettivi (per fascia d’età, area di consumo ecc.); nel secondo si considera il livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

La variante all’estremità inferiore della definizione di povertà assoluta è quella che occorre nel caso in cui le risorse a disposizione siano talmente scarse da rappresentare un pericolo per la sopravvivenza stessa. Muovendosi verso l’alto si può aggiungere il requisito di traguardo di uno standard “minimo accettabile” o di accettazione in un contesto sociale di riferimento: entrambe le condizioni incrementali contaminano la definizione con maggior relativismo.

Una società che non è in grado di eradicare la povertà assoluta, non dovrebbe scandalizzarsi per forme di povertà relativa. Ed è quindi ad essa che rivolgo la mia attenzione.

La povertà assoluta è quella che non permette di soddisfare i bisogni che Abraham Harold Maslow definisce come “fisiologici”. Si tratta di appagare la fame, la sete, il sonno e gli altri bisogni corporali, di riuscire a proteggersi dagli agenti atmosferico-ambientali e di poter curare il proprio stato di salute.

Il nostro istituto statistico, l’IStat, ha recentemente rielaborato i criteri per la soglia di povertà assoluta in una pubblicazione alla quale rinvio gli interessati («La misura della povertà assoluta»). Non convengo con tutti i criteri impiegati, né con l’adozione di fasce d’applicazione, ma trovo che il lavoro svolto sia comunque ottimo e di gran lunga superiore a quello in valsa in altri paesi industrializzati dell’Occidente. In linea di massima trovo la nuova metodologia di identificazione della povertà pochi gradini sopra quella che qualifico come ‘assoluta’, ma significativamente inferiore a quella che si potrebbe aggettivare propriamente come ‘relativa’.

Secondo questa nuova classificazione risulta all’IStat che in Italia nel 2007 oltre il 4% delle famiglie residenti fosse sotto la soglia di povertà assoluta. Equivale a circa due milioni e mezzo di residenti. In Italia. L’Italia nel 2007 secondo l’IMF era, con circa 30.500 $/anno a testa, al 26° posto nella classifica per maggior PIL pro capite mondiale. Lo considero un piazzamento stratosferico, visto che fra i 25 a precedere vi sono paesi straordinariamente ricchi quali quelli mediorientali del Quatar, Brunei, Kuwait, Emirates, Bahrain o le ‘cassaforti’ Lussemburgo e Svizzera. Per capire quanto sia alto il piazzamento dell’Italia basti pensare che la Cina (che è 4° al mondo per PIL assoluto!) è sotto al 100° posto, e che paesi come il Madagascar o il Kenya sono dal 150° in giù.

A me sono sufficienti questi pochi essenziali dati, ossia quantità di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta, PIL pro capite e posizione nel ranking mondiale del prodotto interno lordo individuale, per una nota di stupore. Per altro la sensazione è che i due anni trascorsi dall’ultimo rilevamento, e gli ultimi tragici eventi naturali, abbiano incrementato i 2.427.000 poveri anziché diminuirli.

Credo che misure vadano prese. Innanzitutto, è ovvio, da parte della collettività, cioè dallo Stato, per cercare di meglio ridistribuire la ricchezza in modo da ridurre il più possibile la quantità di indigenti.

Ma anche a livello individuale auspico che si possano porre in essere microattività in tal senso benefiche. Prima delle quali iniziare con piccoli gesti ad aiutare il prossimo in difficoltà: donazioni di abiti dismessi o di cibo o di, anche modeste, cifre di denaro agli enti assistenziali, prestare volontariato, essere più caritatevoli in generale. Ma anche assumere un comportamento di consumo più responsabile e ragionevole, avendo più rispetto per gli oggetti e riducendo il numero di sprechi e sperperi. È giunto il momento di dischiudere le palpebre e smettere di scandalizzarsi per chi non può permettersi oggetti, tutto sommato, superflui – per iniziare a guardare negli occhi la povertà vera. Quella che pregiudica l’istruzione, la salute o la vita stessa.

Mi congedo consigliando due letture che molto portano a riflettere sul nostro standard di vita e sulla povertà: «Sult» del norvegese Knut Hamsun (in Italia «Fame», edito da Adelphi) e «Down and Out in Paris and London», documento autobiografico di George Orwell (in Italia «Senza un soldo a Parigi e Londra», edito da Mondadori). In alternativa trascorrere una mezz’ora davanti al Pane Quotidano durante l’ora di distribuzione dei pasti potrebbe essere educativo per chi fosse angustiato dal non poter cambiar auto col nuovo modello, o acquistare il nuovo cellulare finladese, o permettersi che “tutto giri intorno a sé”.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’09.

La corte si appella alla clemenza

In tante discussioni, specialmente le acerrime, si crede di metter a raffronto le opinioni quando in realtà a scontrarsi sono solo le definizioni. Da anni mi sforzo, quando discuto con qualcuno, di cercare di capire se innanzitutto abbiamo a fattor comune le definizioni dell’argomento che affrontiamo. Finché non muoviamo da una piattaforma dialogica comune cerco di evitare il confronto.

Uno dei tanti casi in cui spesso si dialoga senza far decollare i ragionamenti da una base condivisa è l’ampio tema dell’intervento dello Stato in questioni che riguardano la salute, e la vita stessa, dei suoi cittadini. Abbiamo infatti la pretenziosità di proiettare le nostre definizioni di “vita” e “morte” erga omnes. Una dose superiore di umiltà ci porterebbe a riflettere che si tratta di linee di confine sottili il cui posizionamento è delicato e può scaturire da diverse sensibilità, esperienze, culture, nonché dalle visioni scientifiche in valsa in una data epoca.

Ad esempio la Legge fissa un confine inferiore, per determinare se è nata una vita, attraverso le diocimasie. È un confine tecnico: la diocimasia polmonare determina se un essere umano ha raggiunto o meno l’autonomia respiratoria. Da una serie di esiti negativi delle diocimasie (polmonare sì, ma anche renale o gastrointestinale) ne consegue l’accertamento che un neonato sia nato non vitale, cioè non capace di vita autonoma.

A rileggere l’ultima frase c’è da sbigottirsi: “neonato” (cioè nuovo nato), “sia nato”, “non vitale”: com’è possibile accostare queste parole in un’unica frase di senso compiuto?

Un feto nasce morto. “Nasce”. “Morto”.
Che senso ha? Ha “vissuto”!? Controlliamo se il polmoncino galleggia o meno, e lo sapremo. Non è una scempiaggine della medicina: è una difficoltà intrinseca nel fissare i paletti in questa terra incognita. Ma la Legge ha necessità di certezze: c’è in ballo un’ingente eredità, c’è in forse un’accusa d’infanticidio. Ed è così per tutti? La medicina legale stabilisce che un neonato nasca morto, e può arrivare a stabilire anche le cause della morte – ed, eccentricamente, pare si possa trattare di morte di un organismo che non ha vissuto.
Eppure è senso comune ritenere un feto una “vita”: un genitore quasi sempre non distingue, psicologicamente, che il “feto sia provvisto di vita autonoma” o meno. Per qualcun altro un neonato non ha “il medesimo grado di dignità di vita” di un bambino. Per qualcuno un ovulo fecondato è già “vita”, e forse così si può sostenere che anche un ovulo o uno spermatozoo, a sé, sono cellule altrettanto “vive”. Perché degradare un organismo
con acido desossiribonucleico? O uno basato su anelli di carbonio?

C’è un confine tecnico-scientifico, legale; ce n’è uno psicologico, uno basato sulla religione, uno coerente con il bagno del qui-e-ora in cui si è immersi, uno filosofico o
filosofeggiante.

Così anche all’altra estremità, per la morte, ci sono diversi confini. E lo stesso confine della comunità scientifica si è spostato nei secoli, mutando opinione e, con essa, definizione. In questo senso, senza dilungarmi, mi sentirei di consigliare testi come «Il medico di fronte alla morte» curato da Giorgio Cosmacini e Georges Vigarello per Fabretti editore, oppure «Come moriamo» di Sherwin Nuland edito in Italia da Mondadori.

Il punto è: se tu ed io muoviamo da incongruenti definizioni di “vita” o “morte”, come possiamo ragionare a riguardo? In questi casi preferisco cercare di capire quale siano le tue definizioni, e confrontarmi con esse, piuttosto che ad esempio discutere se “sia giusto o no” sospendere la respirazione assistita a un essere umano in coma irreversibile che tuttavia “emette segnali elettrici”.

Caso diverso per le istituzioni. Lo Stato è purtroppo obbligato a diverse responsabilità.
Prima di tutte il dover salvaguardare la vita dei suoi cittadini: è come un organismo che deve preservare le cellule che lo compongono. Deve anche curarsi della efficienza delle sue unità costituenti, e quindi della loro salute e della loro capacità sia di essere produttive
che procreatrici – di modo che i suoi tessuti ed organi si mantengano nel tempo, con un
sano riciclo a livello cellulare. Deve limitare i costi sostenuti dalla collettività per mantenere
inefficienze, e curare le malattie. Per ottemperare a ciò lo Stato è chiamato a scelte difficili: dare interpretazioni certe, eque e universali sui punti d’attacco e di distacco dalla vita; catalogare quali siano le attività o le sostanze benefiche e quali malefiche per i suoi cittadini (fumare tabacco fa bene? bere alcool? guidare un’automobile senza cinture di sicurezza? guardare la televisione per dieci ore consecutive al giorno?); stabilire una chiave di lettura contemporanea, supportata dalla comunità scientifica ma anche avallata dal senso comune in voga, di questi temi; decidere quando vale la pena di sacrificare la vita di alcuni dei suoi componenti, per la propria difesa o per far prevalere la sopravvivenza della maggioranza (per il costo in vite umane di una guerra, per la sperimentazione di nuove terapie ecc.); stabilire quando tutelare la collettività rendendo inoffensivo un suo elemento perché pericoloso per una pluralità di soggetti (condannare all’ergastolo, alla morte, alla castrazione chimica).

Purtroppo non si tratta di decisioni semplici, e prendere posizioni su questi temi (spesso battezzati “temi etici”, secondo me scriteriatamente) è più un onere che un onore. L’unica certezza che si ha è quella di sbagliare – poiché il sentenziare in contumacia della Verità Immanente è figlio dell’arbitrarietà. Però è l’unico sentiero battibile, anarchia a parte. A ciò si contrappongono il pensiero individualista, i propri vissuti, le credenze, le fedi personali, gioie e dolori incommensurabili.

Legiferare, giudicare e amministrare la materia è, in assoluto, il compito più difficile cui
è chiamata la funzione statale. E credo sia una responsabilità talmente grande e complessa che richiederebbe meno severità o dissennatezza nel giudizio da parte di critici, organi d’informazione e opinione pubblica.

Per una volta chiedo che noi si abbia clemenza per la corte – e non viceversa.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, marzo’09.