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Giornalismo on line, purché con autorevolezza

Il flusso migratorio dalla carta stampata alle versioni on line sembra fatto certo. I vantaggi più appariscenti e che maggiormente ammaliano chi compie questa scelta sono un connubio di semplicità e ampiezza distributiva, nonché fattori di pura economicità.

Il primo aspetto è riferito a quanto sia banale la condivisione dei contenuti via Internet, e
all’immediatezza con la quale essi possano essere raggiunti, senza limiti di tempo o spazio.

Sui fattori di mera economicità invece due accidenti rendono ovvio che regni la confusione. Innanzitutto la mancanza di un business model di editoria su Internet che annichilisca gli altri per manifesta superiorità. E poi l’approccio oscillatorio ed incerto col quale anche i grandi gruppi editoriali mondiali hanno interpretato questo canale.

È possibile identificare le seguenti variabili principali, con un continuum di scelte per ciascuna :

  • contenuti disponibili gratuitamente versus a pagamento;
  • contenuti specifici per il canale versus mutuati dalla versione cartacea (o anche di nuova creazione, ma in ogni caso creati ‘come se’ destinati per un’edizione tradizionale);
  • contenuti dal basso (gli utenti stessi creano contenuti, gratuitamente) versus top-down (i contenuti sono creati da professionisti, onerosamente);
  • flusso di ricavi originato in proprio (da accessi a pagamento ovvero da vendita diretta di pubblicità) versus derivante da business model di terzi che insistono sul lettorato.

Il movimento ondulatorio col quale si abbracciano varie combinazioni, non sposandone
nessuna, dimostra che non si sia raggiunta una maturità in merito, né vi sia uno standard, non una best practice, che sbaragli gli altri.

Quello che però appare indubbio è che il rapporto costi/benefici (attenzione: non il rapporto
costi/ricavi…) sia molto favorevole alla pubblicazione di contenuti elettronici rispetto a cartacei. Certamente permette l’integrazione con diversi media (audio, animazioni, filmati, collegamenti ipertestuali, download di applicazioni specifiche ecc) e con tipici strumenti utili ai lettori in quanto comunità d’utenti (stampa, condividi questa risorsa, commenta la notizia). Più importante ancora consente un incredibile abbattimento delle barriere all’ingresso in termini di investimenti e capitali necessari per avviare un’attività di pubblicazione di contenuti. Questa facilità di accesso si traduce in una maggior liberalità, e quindi nella possibilità di un ampliamento del ventaglio pluralistico, di informazione e di opinione.

Pur non potendo che plaudire a questa liberalizzazione, c’è da considerare che sul risvolto della medaglia vi è raffigurata una negatività bicipite. Una faccia oscura è il rischio di information overload: la quantità di contenuti proposti è funzione diretta della facilità di accesso, e ciò comporta un sovraccarico di fonti che può essere o pleonastico, o addirittura disfunzionale. Una grafico, con alle ascisse l’utilità del lettore e alle ordinate la quantità di fonti, traccerebbe una sorta di campana: poche fonti, poca utilità; troppe fonti, troppa difficoltà ad individuare quelle interessanti, e… in medio stat virtus.

Ma il risvolto più temibile è l’incertezza sulla qualità. Come può l’utente riconoscere come affidabile un contenuto rinvenuto su Internet? Nel momento in cui non c’è un filtro d’accesso, non c’è requisito che l’autore sia un giornalista qualificato, non ci sono barriere d’accesso – in quel momento, come può il lettore distinguere il contributo di qualità da quello scadente, o mendace? Le risposte più accreditate sono due. La prima è: ricorrendo al brand che, laddove sinonimo di autorevolezza nell’editoria tradizionale, svolga on line medesimo ruolo semiotico. La seconda è: restituendo centralità e importanza al ruolo di editore, che si renda garante, nel bene e nel male, della qualità di quanto pubblicato. Che sia l’editore che imposti, scelga e filtri, e che suggelli il prodotto finale.

D’altronde è irrilevante il supporto, carta o display: se carenti di riconoscibilità ed
autorevolezza, scrivere è inutile.

E lèggere dannoso.

Articolo precedentemente pubblicato da “Comunicatori Pubblici”, HP del 20 maggio 2009

Quarantanovesimi in libertà di che cosa?

Nella mia testa era in corso un gran balletto, un can can, molta confusione, parecchio trambusto carnascialesco. Finché non è arrivata dalla Direttora la nuova commessa, cui andrebbe aggiunta una “s” all’inizio – o che meglio sarebbe chiamare sfida. E allora tutti i tasselli, incastro per incastro, si sono ordinatamente ricomposti in una visione più chiara e serena del polverone che ciarlatani ciarlieri, da destra e da manca, mi avevano sollevato sulla libertà di stampa.

Intanto ho diradato nella mia mente la nebbia del grande equivoco. Perché si tende a raccogliere in un’unica fascetta diversi tipi d’erba: per superficialità, o per ignoranza, o per mala fede si etichetta con “libertà di stampa” diversi aspetti del tema.

Il polverone si risolleva lo scorso ottobre [2009], con il report puntualmente stilato da R.S.F., organizzazione che è di casa in Francia. E chiama il tutto «Classement mondial de la liberté de la presse», credo ben traducibile in italiano con l’espressione “libertà di stampa”.

Ma questo concetto è inanellato con una serie di altri, e il soffermarsi a discutere o definire o giudicare sotto questo o quell’aspetto è ciò che genera confusione.

Innanzitutto alla base della libertà di stampa ci dev’essere l’indipendenza della stampa, che permette la libertà di parola, senza la quale non vi è libertà di opinione. Ripartiamo da quest’ultimo, che è in realtà il principe, principale e primo dei concetti in merito – tant’è che si tratta di un diritto riconosciuto costituzionalmente.

Per pedanteria muovo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 19 recita: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione […] e quello di […] diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo”.

E mi sembra una decente base di partenza, visto che si affastellano tre livelli: pensare liberamente (libertà di opinione), esprimersi liberamente (libertà di parola), diffondere liberamente ciò che si pensa (libertà di stampa).

È sì interessante ragionare sulla libertà di stampa, ma affrancati prima i due passaggi preliminari: pensieri e parole.

La libertà di stampa poggia quindi sulla premessa che non si venga “molestati” (per usare l’espressione della Dichiarazione Universale) in alcun modo per pensare ciò che meglio si crede. E ciò a sua volta poggia sulla libertà di poterlo esprimere.

Il processo intermedio non è di poco conto. Tremo a ricordare, benché letteraria, l’orwelliana Thinkpol, ossia la distopica polizia del controllo mentale che per tramite di psicologia e sorveglianza (The Big Brother) scopre e punisce i reati del pensiero. Idea messa su carta nel 1948 per «1984», nasce fresca di regimi totalitaristi europei purtroppo reali anziché letterari: “squadracce”, persecuzioni razziali e stalinismo non sono lontani. Mai dare per scontato il lusso di poter formarsi una propria opinione, contraria alla maggioranza o al regime, senza essere perseguito e perseguitato – alle volte anche senza averla nemmeno espressa…

E dunque libertà di espressione. La mia opinione può essere formulata e comunicata attraverso ogni mezzo. Debbono però sussistere alcune condizioni. Su di esse si basa lo stesso senso di civiltà che permette di avere una libertà di espressione. La Costituzione Italiana limita la libertà alla condizione di rispettare il “buon costume” – di norma con riferimento ad evitare di offendere il pudore. Altre Leggi invece circoscrivono il campo aperto con i, giusti, paletti della riservatezza ovverosia quella tutela che con anglofilia si battezza come della privacy. O di certo non ci si può aspettare di restare “non-molestati” nel caso la propria opinione diffami un terzo – cioè danneggi la reputazione altrui.

Insomma, è vietata la censura o l’autorizzazione preventiva (sempre grazie all’articolo 21 della Costituzione), ma è logico ed equo che vengano concordate, come norma e sinonimo di civiltà, alcune demarcazioni che garantiscano la reciprocità dei diritti. Come mi sarei espresso da ragazzino: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Un piccolo inciso, che meriterebbe nemmeno un articolo ma un’intera pubblicazione a parte: il problema del senso del pudore e della definizione di costume “buono” è autoreferenziale. Banalizzo per rendere l’idea: il progressivo accorciamento delle gonne e assottigliamento dell’area che veste il petto femminile avviato dalle televisioni commerciali (Mediaset) in programmi pur in “fascia protetta”, o le copertine via via più “svestite” di alcuni settimanali generalisti («Panorama», «L’Espresso» et cetera), hanno ormai sdoganato e formato un nuovo senso del pudore. Che quindi legittima se stesso. E così avanti e così via. Il senso del pudore trova nei media un termine di definizione, e a sua volta crea (recte: dovrebbe creare…) nuovi contorni di confine dei media stessi. Fine dell’inciso.

Ecco. Pur nei limiti riconosciuti la mia libertà di espressione si innesta però su una piena compiutezza solo in un contesto di libertà di stampa, in un ambiente in cui possa aver accesso a un mezzo che, in modo non mediato, riproduca e renda pubblicamente accessibile il mio pensiero.

È per questo che fra libertà d’espressione e libertà di stampa trova spazio il concetto di indipendenza della stampa.

Se “la stampa” (in quanto mass media lato sensu, cioè mezzi di comunicazione di massa) è indipendente vuol dire che chiunque ha la potenzialità di imboccare un canale attraverso il quale veicolare il proprio pensiero. In carenza di questa condizione, l’opinione non necessariamente trova il mezzo di divulgazione, e cadono libertà di stampa e di parola.

Una chiave di volta però riposa nella quantità di canali disponibili offerti oggi a chi vuole esprimere il proprio pensiero. Comunque non nella televisione nazionale, non nella stampa quotidiana, non nei settimanali d’opinione. Abbiamo tutto un canale, Internet, nuovo e dalla sezione amplissima: il flusso che consente è dal gigantismo di difficile immaginazione. Con la sua lunghezza di coda tutti vi possono trovare ospitalità, purtroppo persino spesso avendo più facilità di trasgredire quei limiti di buon senso imposti alla libertà di espressione.

Blog. Forum. Siti di informazione e di opinione.

Principali limiti diffusi di questo nuovo sfocio sono la difficoltà di mettere in evidenza il proprio avamposto di pensiero nel bailamme internettiano e la carenza di controllo e certificazione, seppur di massima, che collateralmente rendano autorevoli e attestati questi contenuti provenienti “dal basso”.

A questo punto si inarca la seconda volta, la cui chiave è il nocciolo di questo mio intervento. Il sistema dovrebbe acconsentire anche una libertà di accesso all’informazione. La Legge sulla stampa, ad esempio, obbliga le rivendite di giornali – e a loro volta tutti gli attori della filiera distributiva – a diffondere qualsiasi pubblicazione, a patto che sia lecita. Si sancisce insomma che il canale è libero, e in funzione delle capacità diffusionali dell’editore, tutti siano liberi di scegliere di approvvigionarsi al canale informativo che più incontra il gusto, il favore e la rispondenza ideologica.

Due grandi nemici minacciano questo aspetto della libertà. Il primo è il sovraccarico, il secondo è lo strapotere.

Il sovraccarico trova esemplificazione in 999 canali satellitari o meglio ancora nel già, per altro, citato delirio di quantità di informazione pubblicata via Internet. Troppe opzioni rischiano di trasformarsi in una non-opzione. La grande scarsità di tempo e di attenzione dei giorni nostri mal si attaglia alla necessità di ricerca e selezione della fonte giusta, la cui “giustezza” spesso è valida solo di volta in volta o di tema in tema.

Lo strapotere è invece dato dal monopolio o dall’oligopolio o dal controllo allargato da parte di uno o pochi editori dei mezzi di informazione. Tranne in casi eclatanti (che è inutile citare perché sotto gli occhi di tutti in quanto eclatanti…) nei quali si manifesta una concentrazione monopolistica, questo nemico è particolarmente insidioso per il suo esser camaleontico.

Si confonde infatti spesso con il fondale del successo di pubblico. Un sistema d’informazione fair dovrebbe permettere di accedere anche a canali informativi “di minoranza”, che per definizione soffrono quindi di un deficit di gradimento da parte del grande pubblico. Con questo riferendosi ai media tradizionali: quotidiani, televisione terrestre, satellitare, stampa periodica e anche distribuzione libraria – e anche in quest’ultimo campo l’Italia assiste ad una grandissima e pericolosa concentrazione. In altre parole si legittima lo schiacciamento degli spazi da parte dei grandi players giustificando con il fatto che “piacciano”, e innestando un circolo  che (come nel caso della definizione del “buon costume”) si autoreferenzia. Non mi riferisco invece ai nuovi media, come Internet, che, salvi particolarissimi sottocasi, soffrono più di limiti informativi dovuti al sovraccarico che allo strapotere.

La via della libertà è lastricata di buone intenzioni ed altisonanti parole, ma cova insidiosi ostacoli. Il percorso a ritroso che segue la mia fame di informazione è impervio.  Scendo in metropolitana e mi viene ammannito un quotidiano gratuito che non voglio e che non riconosco come autorevole – ma è gratuito, l’inattività a bordo del trasporto pubblico ha il sopravvento, e lo leggo (tempo e spazio mentale occupato con la forza) [qui torno a scrivere sui freepress]. In edicola mi rispondono che il giornale che chiedo non esce più: l’editore è fallito. Della mia seconda richiesta mi dicono che non ne sono rimaste più copie: il distributore locale ne consegna 2 (DUE!) copie. Compro uno dei quotidiani in voga, le cui regge esondano dal sotto banco dell’edicolante. Le notizie che leggo sono smentite da altri quotidiani en vogue. E qui mi riferisco a NOTIZIE, che dovrebbero essere fatti obiettivi, e non d’opinione. Smentite e denigrate. Alla sera le trasmissioni d’opinione sui canali televisivi nazionali sono campo di battaglia in cui le notizie di quello o quell’altro giornale sono messe nuovamente in discussione e in ridicolo. Si dice questo, ma si tace quest’altro. Si scrive questo, ma la verità è altra. Si titola così, ma nell’articolo si legge altro. E io querelo. E tu diffami. E via così. Su Internet mille blog e su Twitter mille cinguettii commentano con la peste e con le corna qualsiasi posizione, qualsiasi visione dei fatti viene tanto elogiata da alcuni quanto sprezzata da altri. Intanto ci si appella accoratamente al diritto di cronaca quando si trasmettono servizi telegiornalistici sull’appropriatezza dei calzini di un magistrato. Intanto un editore è incerto sulla messa in onda di questo o quella giornalista, perché manca la “copertura legale” della Rete. La mancanza di un pluralismo concreto ed effettivo viene soffocato dalle grida del “chiunque si esprime”, e questo sistema incentiva il mulinio caotico, la rissa, il battibecco, l’alterco, la controinformazione, spacciando il deforme sovraccarico per pluralismo. E proprio perché tutti possono esprimersi il conduttore del programma televisivo gestisce coram populo telefonate in diretta dal Presidente del Consiglio dei Ministri [Silvio Berluscono, all’epoca dell’articolo]… Presidente che in altre occasioni osserva e giudica lo stato del sistema televisivo, o lancia anatemi agli inserzionisti di questo o quel quotidiano o settimanale, o discredita certa stampa estera cui è inviso.

Non so se sia un panorama da 49° classamento mondiale. Oppure 109°. Oppure 9°.

Però qualcosa che non funziona, qui, credo ci sia.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, novembre’09.

Fobia di noi stessi

L’Italia è pervasa da una vena xenofobica da anni. O forse da sempre. Fin da quando noi romani abbiamo attribuito un’accezione negativa al barbarum, partendo dalle difficoltà di comprensione linguistica che nell’antica Grecia fecero definire βάρβαρος lo straniero che balbettava parole incomprensibili. Chiamavamo tutti gli stranieri così: barbari.

Similmente adesso il diverso si stigmatizza come extracomunitario. A caso. Perché oggi, giusto amor d’esemplificazione: un ticinese è un extracomunitario ma un rumeno non lo è; un norvegese è un extracomunitario ma un estone no. “Extracomunitario” invece, nella volgata, etichetta tutto quel che appare come diverso: i caucasici, i nordafricani, i sudamericani. Forse nelle menti di molti è un sinonimo di “proveniente dal terzo mondo”, o “da paesi arretrati”, o “da paesi non occidentalizzati / industrializzati”. Non lo so.

Però sono certo che sia un sintomo di una qualche forma di paura (φόβος, per l’appunto) verso sì chi è forestiero (ξένος), ma verso chi può in qualche modo intaccare il nostro benessere – o le vestigia di esso. Immigrati che vengono a portar via il nostro sudato lavoro. Che degradano le nostre ridenti cittadine. Che abbassano il nostro ragguardevole PIL pro capite. Che vengono a beneficiare dei servizi pagati con le nostre tasse. Che usufruiscono di strutture il cui mantenimento grava sul nostro florido stato. E così avanti, e così via.

Retorico sottolineare quanto questi timori, irrazionali in quanto tali, siano assurdamente infantili ed illogici.

Per una nazione come la nostra (o meglio, per l’intero Vecchio Continente – giusto per non essere provinciali) l’immigrazione è al contrario un fenomeno da salutare con piacere. Ad esempio proprio per importare “cervelli”, modi di pensare, per diventare meno marginali e provinciali, più melting-pot; giacché è proprio dai crogiuoli che si ottengono le leghe migliori. O anche per importare “braccia” per mansioni e lavori manuali che gli italiani hanno in uggia o che li hanno stancati o addirittura che si sono dimenticati. O foss’anche solo per aumentare la platea dei contribuenti con forze giovani, che badino, mantengano, sovvenzionino i sempre più numerosi pensionati autoctoni.

Questa immigrazione è positiva, purché nel rispetto di due condizioni allargate e fondamentali.

La prima è il rispetto della legalità. Se c’è una merce di cui non sentiamo bisogno d’importazione è la criminalità o illegalità in generale. Fin dal rispetto delle condizioni di accoglimento sul suolo italiano, o dai requisiti per l’ottenimento della regolare cittadinanza. Non dev’essere lasciato terreno alla clandestinità o all’irregolarità. Ed è anche giusto che l’immigrato in età produttiva, debba essere tale con un lavoro in regola.

Si tratta di una condizione banale, visto che è richiesta già ai cittadini italiani: vivere nella legalità, in una repubblica che è “fondata sul lavoro”. Non di meno è domandata a chi proviene da un’altra nazione.

La seconda è il rispetto per la storia, la cultura e le tradizioni del luogo. La massima libertà di culto, il diritto alla dignità individuale, alla privacy e a tutti i diritti garantiti costituzionalmente e dalla dichiarazione universale dei diritti umani sono condizioni da mantenere reciprocamente.

È indegno entrare a far parte di una comunità di cui si intendano negarne, sopraffarne o calpestarne i tratti distintivi e i valori tipici. Probabilmente un requisito essenziale dell’ingresso in una nuova nazione da chiamare “patria”, dovrebbe essere la disponibilità ad accettarne funzionamento e tradizioni – pur non necessariamente rinnegando le proprie.

Spesso i casi finiti alla ribalta delle cronache hanno interessato l’aspetto religioso: i crocefissi nelle aule statali, l’uso del burqa, luoghi di culto non autorizzati… Ma le incompatibilità e le incomprensioni avvengono quotidianamente sul terreno più mondano delle abitudini, delle prassi, dell’incontro e confronto di civiltà.

Tutto questo in teoria. In pratica ci sono spesso casi umani. Persone. Bambini. Madri. Malati. Persone che fuggono da nazioni disastrate, da guerre civili, dalla povertà assoluta. A queste persone, l’Italia, e in generale l’Unione Europea tutta, dovrebbe rispondere costantemente in modo efficace e pieno. Avendo a cura la salute e la dignità di questi esseri umani che viaggiano su barconi o in container o su gommoni, e comunque appesi a una speranza che possa esistere una vita più decente. Una risposta piena, senza perdersi discettando sui requisiti per l’asilo politico, sul costo dei Centri d’Accoglienza o sull’efficienza dei Centri d’Identificazione, sul giusto e sullo sbagliato.

Ma forse si chiede troppo a una nazione che spesso si interroga se sia valsa la pena della sua stessa unità, o dell’ingresso nell’Unione Europea o addirittura sulla validità del suo inno o della sua bandiera.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, settembre’09.

L’economia del terzo millennio

IO: Ciao, ho saputo che vendi XYZ: volevo sapere se eri interessato a vendermene uno.

LUI: Ciao! Ma certo, guarda ne ho preparati adesso una decina; li vendo a 100 euro l’uno. Più spese di spedizione ovviamente.

IO: Ovviamente. Ok, e quanto costerebbe spedirmi un XYZ qui a Milano?

LUI: Eh, sono dieci euro. [costo effettivo della spedizione: 4,65 euro]

IO: Be’, ok, il prezzo è abbastanza competitivo.

LUI: Abbastanza?! A meno gli XYZ non si trovano, specialmente della qualità di quelli fatti da me.

IO: Tipo quali?

LUI: Ma secondo me siamo a livelli di A… oppure di C…, anche se i miei pezzi sono meglio rifiniti. E poi, senti, anche se li vendo a meno e ho meno margine, mi sta bene lo stesso.

IO: Uhm. Vabbe’, senti e per la fattura?

LUI: Ah no, la fattura no. Come sanno gli altri che acquistano da me, io faccio un altro lavoro, realizzo gli XYZ nel tempo libero e non posso permettermi le spese di aprire una partita Iva, fare i conti eccetera. Se per te è un problema, te lo dico subito, non se ne fa nulla – piuttosto compra lo stesso pezzo da A… che ha una qualità pari alla mia.

IO: Eh, e costa anche quasi la stessa cifra.

LUI: Come lo stesso?! Costa di più: a me risulta che viene a costare 135 euro. E con me risparmi.

IO: Sì, ma loro emettono la fattura, quindi non puoi confrontare i due prezzi così.

LUI: Perché no?

IO: Tanto per cominciare il loro prezzo è comprensivo di Iva, quindi sarebbe 112 euro e mezzo, e poi omaggiano la spedizione, e quindi dovrei confrontarlo con i tuoi 110 euro. Sono 2,50 euro di differenza, come dire che il tuo costa circa il 2% meno del loro. Non mi sembra un granché…

LUI: Non è mica colpa mia se non ti faccio pagare l’Iva, e poi io neanche me la scarico, invece loro sì!

IO: Già, sì, vero, loro detraggono l’Iva in acquisto e versano l’Iva sulle vendite. Ma siccome spero che, sia tu che loro, vendiate a un prezzo tale da originare un margine, un valore aggiunto, la loro posizione netta è a debito, e versano l’Iva, mentre tu no. Per non contare l’evasione delle imposte sui redditi.

LUI: Oi, piano con le parole! Che evasione ed evasione? Io gli XYZ li produco così, nel mio tempo libero.

IO: Sì, però li produci e vendi da un paio d’anni, hai per così dire una sorta di processo organizzato, hai un (micro)magazzino, hai addirittura un catalogo illustrato che circola su Internet con tanto di prezziario. A me sinceramente sembra un’attività strutturata. Anzi, continuando col paragone con A…, loro sono una s.r.l..

LUI: Sì, mi risulta.

IO: Quindi pagheranno Ires ed Irap, mentre tu no. Questo cambia anche il discorso sulla competitività dei prezzi.

LUI: In che senso?

IO: Seguimi brevemente. Ammettiamo che il costo industriale di un XYZ sia di 30 euro, giusto per amor d’esempio. Il margine per la vendita di un pezzo di A… sarebbe 135 euro, meno l’Iva, meno i costi: sono 82,50 euro. Nel tuo caso, più semplice, sono 110 euro meno i costi: sono 80 euro. Apparentemente il tuo margine sembrerebbe inferiore, ma così non è.

LUI: Perché?

IO: Perché A… ha un carico virtuale di costi di imposte dirette che tu non paghi. Con le aliquote attuali, Ires 27,5% e Irap 3,9%, si tratta di una differenza di quasi 26 euro di imposte a pezzo di XYZ. A… porta a casa circa 57 euro a pezzo, e tu 80 euro. Ovviamente meno le spese di struttura, quelle ‘generali’, che tu non credo abbia, ma loro hanno di sicuro.

LUI: Ho capito, però a te che te frega se pago le imposte o no?

IO: Guarda, essenzialmente ‘me frega’ per due motivi. Il primo, diretto, è che fai sembrare di offrire gli XYZ a un prezzo minore e invece hai un margine più alto di A…. Il secondo è che non versi delle imposte – il che include sia un problema di tipo morale, che di legalità, che di contribuzione alla collettività.

LUI: Quest’ultima non l’ho proprio capita.

IO: Che se i 40 euro di imposte non le versi tu, le versa qualcun’altro, in qualche modo. Tradizionalmente ce li mettono quelli “che pagano le tasse”.

LUI: Non è che mi abbia convinto molto il tuo calcolo. E poi è comunque sballato perché non tieni conto di una cosa, che non puoi sapere. Cioè che A… acquista molta più materia prima per gli XYZ, e quindi può pagarla meno. Perciò fare i conti con la stessa cifra di costi per me e per lui è sbagliato.

IO: No, qui ti sbagli. Il confronto dev’essere fatto ceteris paribus. Non possiamo entrare nel merito delle curve di costo individuali: dobbiamo supporre che i costi diretti siano quelli che, fiscalmente, chiamerebbero costi “normali”. Sei tu che, trascinandomi sul terreno di come gestisci i tuoi conti, mi faresti perdere il senso del raffronto.

LUI: Vabbe’, io ho solo capito che fai un sacco di storie, e se vuoi comprare da me, risparmi, e a me fa piacere. Altrimenti fai pure come vuoi!

IO: Ok, grazie lo stesso per la chiacchierata perché è stata molto istruttiva: potrebbe essere lo spunto per un articolo!

LUI: Un articolo? E su cosa? Sugli XYZ?

IO: No, no. E nemmeno sull’evasione fiscale. Credo che il vero tema sarebbe come in molti mercati ci siano operatori parassitari che, seppur marginali, creano disordine nell’offerta, intraprendendo in assenza o carenza di regole – che invece gli altri soggetti economici, poveretti, seguono. Un esempio? Imprese edili in regola o non in regola con le norme sulla sicurezza. Un altro esempio? Gestori promozionali in regola o non in regola con la normativa sulla privacy. Ancora un esempio? Datori di lavoro in regola o non in regola sotto il profilo contributivo dei dipendenti, o che vestono rapporti di lavoro con inquadramenti fittizi, o che non rispettano le quote di lavoratori in categoria protetta. Un ultimo esempio: essere in regola o meno con i diritti d’autore nella riproduzione di opere d’arte, film, musica. Mi sembra evidente che tutti i secondi casi degli esempi, nonché il tuo caso, siano rappresentazioni di turbative del mercato. I soggetti economici che si ostinano a cercare di lavorare nel rispetto delle leggi e della concorrenza si trovano a fronteggiare non solo le dinamiche e problematiche dell’ordinario, ma anche piccoli (o grandi) operatori scorretti. Che o lucrano di più, o possono offrire prezzi più bassi, o riescono in entrambi: come nel tuo caso.

LUI: Non ho capito cosa c’entri la Legge 626 con me.

IO: Nulla. Nulla. Non ti preoccupare… Di questa conversazione c’è di buono che, grazie a te, io ho già scritto l’articolo…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’09.

L’invenzione della povertà

Vorrei premettere il mio articolo «Appunti scribacchiati sul retro della mia carta platinum». In qualche modo mi piacerebbe ripartire da esso, e superarlo.
A chi fosse sfuggito, a smemorati e distratti, ricordo, in breve sinossi, i concetti di fondo che avrebbe voluto significare:

  • l’economia consumistica crea status symbol posticci, amplificando i sensi di bisogno delle persone e facendo leva sulla necessità sociale di conformismo e di senso d’adeguatezza (o, ipotetica, superiorità/distinzione)
  • vi è un continuo ciclo in cui il fasullo status symbol decade in un prodotto di massa, per venir prontamente soppiantato da una sua nuova versione, che decadrà a sua volta, e così avanti e così via
  • l’incessante caduta verso il basso di questi status symbol origina una percezione di povertà, con un conseguente innalzamento della soglia.

La povertà è un concetto sia relativo sia assoluto. Nel primo caso si evidenzia il differenziale fra le condizioni economiche di un singolo e la media dei suoi corrispettivi (per fascia d’età, area di consumo ecc.); nel secondo si considera il livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

La variante all’estremità inferiore della definizione di povertà assoluta è quella che occorre nel caso in cui le risorse a disposizione siano talmente scarse da rappresentare un pericolo per la sopravvivenza stessa. Muovendosi verso l’alto si può aggiungere il requisito di traguardo di uno standard “minimo accettabile” o di accettazione in un contesto sociale di riferimento: entrambe le condizioni incrementali contaminano la definizione con maggior relativismo.

Una società che non è in grado di eradicare la povertà assoluta, non dovrebbe scandalizzarsi per forme di povertà relativa. Ed è quindi ad essa che rivolgo la mia attenzione.

La povertà assoluta è quella che non permette di soddisfare i bisogni che Abraham Harold Maslow definisce come “fisiologici”. Si tratta di appagare la fame, la sete, il sonno e gli altri bisogni corporali, di riuscire a proteggersi dagli agenti atmosferico-ambientali e di poter curare il proprio stato di salute.

Il nostro istituto statistico, l’IStat, ha recentemente rielaborato i criteri per la soglia di povertà assoluta in una pubblicazione alla quale rinvio gli interessati («La misura della povertà assoluta»). Non convengo con tutti i criteri impiegati, né con l’adozione di fasce d’applicazione, ma trovo che il lavoro svolto sia comunque ottimo e di gran lunga superiore a quello in valsa in altri paesi industrializzati dell’Occidente. In linea di massima trovo la nuova metodologia di identificazione della povertà pochi gradini sopra quella che qualifico come ‘assoluta’, ma significativamente inferiore a quella che si potrebbe aggettivare propriamente come ‘relativa’.

Secondo questa nuova classificazione risulta all’IStat che in Italia nel 2007 oltre il 4% delle famiglie residenti fosse sotto la soglia di povertà assoluta. Equivale a circa due milioni e mezzo di residenti. In Italia. L’Italia nel 2007 secondo l’IMF era, con circa 30.500 $/anno a testa, al 26° posto nella classifica per maggior PIL pro capite mondiale. Lo considero un piazzamento stratosferico, visto che fra i 25 a precedere vi sono paesi straordinariamente ricchi quali quelli mediorientali del Quatar, Brunei, Kuwait, Emirates, Bahrain o le ‘cassaforti’ Lussemburgo e Svizzera. Per capire quanto sia alto il piazzamento dell’Italia basti pensare che la Cina (che è 4° al mondo per PIL assoluto!) è sotto al 100° posto, e che paesi come il Madagascar o il Kenya sono dal 150° in giù.

A me sono sufficienti questi pochi essenziali dati, ossia quantità di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta, PIL pro capite e posizione nel ranking mondiale del prodotto interno lordo individuale, per una nota di stupore. Per altro la sensazione è che i due anni trascorsi dall’ultimo rilevamento, e gli ultimi tragici eventi naturali, abbiano incrementato i 2.427.000 poveri anziché diminuirli.

Credo che misure vadano prese. Innanzitutto, è ovvio, da parte della collettività, cioè dallo Stato, per cercare di meglio ridistribuire la ricchezza in modo da ridurre il più possibile la quantità di indigenti.

Ma anche a livello individuale auspico che si possano porre in essere microattività in tal senso benefiche. Prima delle quali iniziare con piccoli gesti ad aiutare il prossimo in difficoltà: donazioni di abiti dismessi o di cibo o di, anche modeste, cifre di denaro agli enti assistenziali, prestare volontariato, essere più caritatevoli in generale. Ma anche assumere un comportamento di consumo più responsabile e ragionevole, avendo più rispetto per gli oggetti e riducendo il numero di sprechi e sperperi. È giunto il momento di dischiudere le palpebre e smettere di scandalizzarsi per chi non può permettersi oggetti, tutto sommato, superflui – per iniziare a guardare negli occhi la povertà vera. Quella che pregiudica l’istruzione, la salute o la vita stessa.

Mi congedo consigliando due letture che molto portano a riflettere sul nostro standard di vita e sulla povertà: «Sult» del norvegese Knut Hamsun (in Italia «Fame», edito da Adelphi) e «Down and Out in Paris and London», documento autobiografico di George Orwell (in Italia «Senza un soldo a Parigi e Londra», edito da Mondadori). In alternativa trascorrere una mezz’ora davanti al Pane Quotidano durante l’ora di distribuzione dei pasti potrebbe essere educativo per chi fosse angustiato dal non poter cambiar auto col nuovo modello, o acquistare il nuovo cellulare finladese, o permettersi che “tutto giri intorno a sé”.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’09.