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Where the Streets Know Your Name

C’è stato un periodo felice della mia vita nel quale arrivavo nei locali e mi salutavano per nome. Mi facevano entrare gratis nelle discoteche, anche senza free pass. Bere gratis spesso, anche senza free drink. Mi facevano accedere ai privée. Tavoli erano riservati di default. Ero riconosciuto, sopraggiungente, e mi facevano saltare le code agli ingressi. Accedevo per tramite delle cucine o di altri locali di servizio. Entravo nelle stanze le quali porte recavano il cartello “Riservato al personale”. Conoscevo tutti sotto casa, dal carrozziere al fumettaro. C’è stato un periodo felice della mia vita nel quale manco dovevo rispondere “il solito”, perché tanto già sapevano cos’avrei ordinato.

Era il periodo felice in cui trascorrevo più tempo per strada che a casa.

Un periodo felice andato da un sacco.

Dopo dodici anni che vivo in questo quartiere mi riconoscono (*):

all’enoteca, in una delle due pasticcerie (quella che preferisco, fortunatamente), nelle due pizzerie, al ristorante di carne toscano, dal kebabbaro, dalla lavanderia (una sola delle otto che ci sono nel raggio di due isolati, quella dei genitori di un personaggio televisivo), al bel negozio di abiti da donna, dal macellaio dove non vado quasi mai a comprare la carne, al ristorante dove ho dato il brillocco a mia moglie per chiederle di sposarmi, dalla panetteria, dal minimarket pakistano, nelle due rosticcerie (sia quella più vicina che quella a quattro isolati), nella paninoteca aperta anche alla notte.

Invece non mi riconoscono:

in nessuna delle tre farmacie vicine, nel bar da fighetti (ed omosessuali), in nessuna delle quattro gelaterie, nel negozio di libri d’arte e design, in nessuna delle edicole (ne sono chiuse tre delle sei dei paraggi), in erboristeria, in cartoleria che è pure un po’ giocattoleria, nell’agenzia viaggi, dal ferramenta anche se secondo me sa chi sono e fa finta di niente ogni volta, nell’agenzia pratiche auto, nei quattro baretti maffi, negli altri due minimarket e men che mai nel supermercato, al solarium, dal pastificio, nelle micropizzerie home delivery, dal vetraio, da Bio’c’bon, al giapponese nonostante lo frequenti da più di vent’anni (mi riconoscevano invece in un altro giapponese, che ora è stato colonizzato dai cinesi), da parrucchieri e barbieri, al ristorante indiano, dall’antiquario, dal gommista e dal micro meccanico che ripara quasi solo scooterini, al negozio di palloncini per le feste (?!), nelle due palestre di pilates e simili, al ristorante pugliese, alla galleria d’arte

Il prossimo step sarà il tentativo di esaurimento di un luogo (milanese, e non parigino).

(*) Intendo solo che mi identificano in qualche modo, ma in molti casi senza sapere dove abito, cosa faccia, dove lavori o quale sia il mio nome. Esistono ovviamente vari gradi: dall’essere meramente riconosciuto come un cliente che ritorna, o un cliente abituale, a sapere più o meno chi sei o qualcosa di te, al salutarsi anche se ci incontra fuori dall’esercizio commerciale etc.

Take me away

Non so se serva ripeterlo (ma lo faccio, ché è gratis): qui scrivo di take away. Nel senso che ciapi e porti a ca’. Son cinque serate in cui ho provato cinque soluzioni diverse: in tutti i casi mi sono fiondato a casa, e ho bevuto cochetta – quindi i costi si riferiscono al solo cibo, niente coperto (take away!!) e niente bevande. Soprattutto stiamo ragionando su Milano, fra i capoluoghi più ingiustificatamente cari d’Italia.

La sera più miscia

La sera più miscia è quella della pizza: vai all’Isola del TimeOut, chiedi una ‘rita, aspetti, te la inscatolano e paghi 6 euro. Mi riferisco a una pizza Margherita ordinaria, stile pseudo-partenopeo (nel caso: il cuoco è equadoreño…) e perciò non una roba quadratosa o gigante (tipo EcoPizza) o, peggio, alta (tipo Spontini). È un disco di dimensioni umane, dall’impasto sufficientemente edibile a maggior ragione se ingerito tiepido. Formaggio “da pizza”, di quelli che appena raffreddano diventano tipo cera fusa rappresa (mai assaggiato la cera fusa rappresa, ma mi immagino sia simile anche un gusto, e non solo d’aspetto – tipo però con più paraffina). A pummaro’ è quel che è, però atossica. Una fogliolina di basilico è sperduta laconicamente al centro. Insomma molto molto meglio della pizza chimica di Tipico dei bei tempi delle nottate di hard core gaming, molto meglio dei cicconi bubblegum, pur se si resta lontani da una Pizza con l’iniziale maiuscola.

Paninaro del terzo millennio

Milano è la città culto del panino. Magari dedicherò un altro post sui locali storici del panino meneghino (Quadronno, Crocetta, Paninoteca, DeSantis, Bistrò, Sergio&Efisio, Gattullo &c), qui basti accennare al fatto che il Panino Giusto sia uno fra essi. In realtà non raccatto il cibo nella prima tavola fredda (quella di corso Garibaldi), ma in una delle varie sedi periferiche. Prendo un Marlon (pancetta e burro) e un Montagu (roast-beef, pomodoro, rucola più limone ed olio). Piccola parentesi: il Montagu è il panino flagship del bar, visto che Montagu è il cognome del quarto conte di Sandwich; e si deve con ogni probabilità a lord Sandwich il fatto che i panini si chiamino… sandwich! La tradizione vuole che il settecentesco lord, appassionato di gioco d’azzardo, cercasse di non perder tempo lontano dal tappeto verde e quindi per non lasciare il posto si facesse portare il cibo mentre giocava; per riuscire a mangiarlo con più disimpegno si faceva farcire il pane con il pasto, da cui l’invenzione del sandwich. Il Panino Giusto, anche nell’insegna, scimmiotta lo stemma araldico di John Montagu. I loro sono panini ottimi, e li mangio da decenni: il pane è preparato da loro, e finisce la cottura sotto la piastra, mentre l’imbottitura dei panini viene preparata separatamente (tutti sono preparati al momento dell’ordine). Sono piccoli, stretti e lunghi, ma la farcitura è davvero di pregio ed abbondante. Comunque per i due panini siamo a più del doppio della pizza 12,70 euro.

Tradizione scozzese

Il fast food non presenta esimenti: in una dieta bilanciata (har har har) non può difettare. Quindi una sera si raccatta dallo scozzese, ovvero Mac Donald’s. Milano è ormai orfana di Burghy’s e Wendy, e priva di locali d’alto livello tipo il londinese Guerrilla Burger oppure Jeff’s Burger di La Jolla, o Pop Burger di NYC (ho citato forse i miei tre preferiti in assoluto) e al massimo offre MamaBurger, Pig, e poco altro. Però, come autentici fast food, über globalizzati e industriali, c’è una minoranza di Burger King e, appunto, lo scozzese. Qui prendo un panino NYCrispy (carne, bacon, lattuga, salsina), un MacWrap (una specie di burrito con pollo fritto, pancetta, lattuga, salsina), sei MacNuggets (bocconcini di pollo fritto) e patatine medie. La cassiera vuole 15 euro miei. Quasi il 20% in più del Panino Giusto, per la mia sorpresa. Certamente la quantità è superiore, ma la qualità non è paragonabile. Né quella delle materie prime, né per la preparazione, né per la qualità nutrizionale, né per l’aspetto delle cucine in cui viene assemblato il cibo.

Al rosticcer non far saper

Un’ottima mia alternativa per la cena è passare in rosticceria e scegliere un menù da ristorante, senza coperto, senza essere turlupinato anche sulle bevande, e senza patire attese del servizio e casino ambientale. Tutto può essere consumato con calma mentre si ascolta a casa Sergei Rachmaninoff, o si segue il tiggì. Io vado da Palazzi, dove mi trattano sempre con familiare cortesia e i gusti delle pietanze non sono troppo dissimili dai miei. Nel caso alzo una vaschetta rasa di tortellini di magro con panna al tartufo, e una cotoletta alla milanese (what else?!) davvero gigante, accompagnata da una porzione di patate al forno. In regalo anche due pacchettini di focaccetta – e tante grazie, visto che nella mia cucina defezionava pure il pane fresco. Sono 17 euro. Mica poco. Ma quanto avrei pagato in un ristorante una cena con un primo, un secondo di carne e un contorno? Tanto tanto di meno?

Once you go asian, you can’t go caucasian

OK, fatto è che non impazzisco per il cibo cinese, o thai, o vietnamita, o indiano &c. Sono piatti che mangio di sicuro sul posto, ma l’idea di mangiare quel tipo di cucina a Milano non mi entusiasma. Al contrario sono stato abituato da più di 30 anni a mangiare giapponese. Qui qualche locale trovo sia di altissima qualità, ad esempio il Fuji di via Montello o Yoshi di via Parini (purtroppo da anni ha chiuso l’ottimo Fujitaka in via Morosini, e mi manca, dai bei tempi che furono, anche La Compagnia Generale dei Viaggiatori Naviganti e Sognatori, in via Muratori). Ma anche nei miei dintorni ci sono parecchie buone cucine nipponiche: MySushi, This Is Not a Sushi Bar, Kyoto, lo storico Poporoya e il cugino, di fronte, Shiro. Questo giro sono andato da Sendo. Mi sono fatto preparare il maguro tataki (una scottata di tonno), accompagnato da riso bianco, e sedici uramaki: metà con salmone cotto e metà col tonno piccante (spicy tuna). Il totale ha cubato un bel 30,50 euro. Più del doppio del fast food.

Da tutto questo non riesco a discenderne una morale. Forse che avrei risparmiato incredibilmente se avessi acquistato gli ingredienti e mi fossi messo a spignattare. Ma ne siamo così sicuri? Al di là dell’impagabile sbattone (o, per essere più seri, del costo sostitutivo del tempo), c’è da considerare che per una cotoletta devi prendere una fettona da quarto di chilo di lombata di vitello, poi hai la panatura, il burro, il limone (a sensazione mi parrebbe sui 5 euro, per un comune mortale milanese), o che per il maguro tataki devi sceglierti davvero una gran sberla di tonno rosso, cipolla, insalata, la salsina teriyaki e il riso bianco. E soprattutto devi saperlo preparare almeno bene quanto in una cucina di ristorante giapponese…

Tre bar

Tre bar, non nel senso di 2,96 atmosfere. Tre bar nel senso di tre locali qui a Milano, di quelli dove si beve o si fa colazione o si mangia qualcosina.

Parto dal terzo. Qualche mese fa avevo un buco fra un appuntamento di lavoro e un altro, e decido di attraversare corso Vittorio Emanuele e passare dal lato della piazzetta Liberty a quella titolata a Cesare Beccaria. Scopo del taglio: mangiare un würstel&crauti alla Crota Piemuntesa.

Excursus: nella gloriosa epopea universitaria i luoghi che battevamo erano tutti nelle vicinanze dell’ateneo. Gattullo, il Versa, lo StellaAlpina, quello omonimo della via… toh, tutt’al più il Tortuga, che restava in cima a Bligny-Sabotino, praticamente dietro Medaglie d’Oro. Fuori zona, se non quando si andava in trasferta dagli amici della Cattolica (per esempio nella via DeTogni), l’unica deroga al pranzo nelle vicinanze era quando Filippo (AKA Ciccio AKA Filo AKA Phil Collins) decideva “No, cazzo, oggi würstel&crauti e birrozzo alla Crota”. Così, chi con Vespa 50 Special gialla, chi con la Uno SX grigia, chi con la Yamaha RD350 e così avanti e così via, si migrava al block di spartizione fra la piazza Fontana e quella di Beccaria. La Crota stava lì, a due passi dalla “Casa della Bistecca” – scenario di uno dei bei ricordi della mia infanzia, quando mio nonno mi portò a un pranzo di lavoro col suo avvocato, e io assaggiai la prima tagliata alla Robespierre della vita: ancora adesso ricordo, come madeleine, quell’incantevole sapore. Alla Crota si mangiava sui tavolacci di legno e si beveva dai boccali, senza mica badare alla forma. Nella caciara ci stava la parola grossa e il rutticchio dovuto al fermentato. Il conseguente balordone ovviamente azzerava qualsiasi velleità di studio postprandiale, e tutt’al più Vittorio (AKA Vitto AKA Uitz) poteva sfidarci tutti al flipper del bar maffo a fianco alla biblioteca universitaria.

Ecco. Già anni fa avevo vissuto una prima delusione, quando avevo trovato la vecchia Crota Piemuntesa chiusa e, con un angolo giro di tristezza, aperta, tutta infichettata, di fronte, me la ritrovavo mal incastonata fra un bar per turisti e un “Panino Giusto”. Un colpo basso, certo, ma, e torniamo a qualche mese fa, sempre meglio di arrivare bel bello e vedere che è diventato tutto un enorme spazio commerciale. “Excelsior”, si chiama. Un posto pseudo-hipster per braghe lesse. Quanta tristezza.

E, a proposito di braghe lesse, passiamo al secondo. Qui il passaggio è più sottile: non è un’annessione, una fagocitazione. È forse peggio: è un mutamento di pelle. Sì, perché il Moscatelli di corso Garibaldi era un luogo storico in quanto vineria scabeccia. Era il posto dove allineare venti bianchini sul banco e, testa a testa, si partiva a bere dalle estremità: chi finiva per primo la propria diecina [andava avanti a bere e] obbligava l’altro a pagare tutti e venti i bicchieri di vino. Era il bar dove prendere la stonfa a basso costo prima di iniziare il giro delle balere, dove i drink sono costosi ed annacquati. Era un indirizzo storico, nel bene e nel male, del rango di “Taverna Moriggi” di via Morigi (sì, il nome della taverna è corretto, e il nome della via è sbagliato, ma sullo stradario di Milano è riportato… sbagliato!) o (molto meno) del “Jamaica” in Brera e (ancora meno) del “Bar Basso” in via Plinio o del “Bar Magenta” a metà di corso Magenta. Insomma, quel miscuglio torbido di blasé e fané, i tavoli con una patina di dubbia origine e lievemente adesiva, le sedie più stanche dei culi molli che vi si poggiano, gli stuzzichini lignei come gli stuzzicadenti che li infiocinano, una pervasione di debole trasandatezza, i bicchieri che hanno visto troppe mescite, le latrine da aspirare alla continenza, i camerieri stufi e cafoni per apatia.

Insomma, mi prendi Moscatelli, e da “bottiglieria” me lo trasformi in “wine bar”, in icona per fighe bollite che ciondolano nel quartiere la cui vacuità si espande ed echeggia dall’Ibiza all’Hollywood. Non c’è nemmeno da scendere in dissertazioni, se il piatto di salumi sia buono, il personale cordiale, la cantina pregiata, i prezzi popolari (in qualche sito minchione di recensioni di locali c’è chi scrive “Il prezzo dell’aperitivo nella media: 8€” [verbatim], denotando una marcata scorrelazione col costo del prodotto, con il posizionamento del locale &c). Semplicemente è qualcosa che si chiama col nome di prima, ma non è la stessa cosa di prima.

Molto meno complicato il caso del primo bar, dei tre del titolo. È quello del “Bistrò Magenta”. Il primo luogo magico di Milano di cui ho sofferto la scomparsa. Un caso più semplice perché il bistrot è stato sostituito tipo da un tabaccaio o da rivenditore Nokia. Ma grandemente doloroso almeno per due ordini di motivi.

Innanzitutto ha rappresentato, negli anni ’80, una sorta di ritrovo serale con un gruppo di sancarlini et similaria al quale spesso mi aggregavo. Tu andavi al bistrot, e sapevi di incontrare qualcuno dei ragazzi. Erano gli anni degli yuppies, e noi giocavamo ad esserlo; per certo eravamo Young, Milano ci sembrava abbastanza Urban, ma eravamo ben lontani dall’essere Professionals. Uscivamo da una proiezione centrifuga dall’adolescenza e dalla triste parentesi paninara, e come tale non potevamo che privilegiare il panino. Di fronte al bistrot, a metà strada fra “Bar Cavour” e al già menzionato “Bar Magenta”, c’era (e c’è tutt’oggi) il “Bar DeSantis”, altro tempio del sandwich. E veniamo al secondo gruppo di motivi: mai più mangiato “una tagliata” (ossia un panino con la tagliata di manzo) così buono. Finito. Scomparso. Mai più.

Un surrogato, per anni, è stato “il cavallino” di Sergio&Efisio, squisito ma, nomen omen, nella variante di carne equina. Comunque non allo stesso livello di quelli del bistrot.

Per chiudere, che ho la lagrimuccia, il segno del tempo che passa, io che invecchio e ogni anno sono più frignone e malinconico, è scandito anche dai bar di Milano che non trovo più.