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Una ricarica per gli editori

Qualche giorno addietro mi sono imbattuto in un articolo di Bloomberg [1] che spiega “Come hanno fatto a sopravvivere gli orologi meccanici dopo l’avvento di quelli al quarzo”.

Il pezzo, decisamente una long reading, in effetti è molto specifico e ripercorre correttamente e con dovizia di particolari l’evoluzione dell’orologio meccanico dalla metà degli anni ’70 al terzo millennio. Un’evoluzione che è valsa la sopravvivenza stessa, nel confronto con gli orologi “elettronici”. Orologi al quarzo, ma soprattutto orologi digitali, LED ed LCD, che, come recita la riformulazione del titolo ad opera di Bloomberg, hanno quasi portato alla completa sparizione di quelli meccanici: “Mechanical Watches Almost Disappeared Forever. Here’s How They Didn’t”.

Nell’articolo si possono apprezzare due grafici (in quantità ed in controvalore) che illustrano quale sia stato nell’ultimo trentennio 1987-2017 il fortissimo sviluppo degli orologi meccanici esportati dalla Svizzera. Come unità si tratta di più che una quadruplicazione, un incremento medio annuo di +5% ed un traguardo di 15,2 miliardi ChF nel 2017 – cui si sommano i consumi interni ed  il mercato del secondo polso.

Possiamo concludere che l’orologio analogico non solo non è scomparso a favore del digitale, ma negli ultimi anni ha prosperato. Ma la mia riflessione è che la battaglia non è stata vinta imponendosi solo sugli orologi elettronici, ma anche sugli smartwatch. Anche sugli smartphone e sui tablet. Anche sulla smartTV. E sui PC. Persino sul forno a microonde. Un lungo elenco di dispositivi che ci circonda costantemente, e altrettanto costantemente ci ricorda l’ora esatta. Mentre lo smartphone è ad esempio riuscito ad avere la meglio, industrialmente, sulle macchine fotografiche consumer, appropriandosi ed incorporando una funzione caratteristica di quel dispositivo (scattare le foto), paradossalmente non è riuscito a scalzare gli orologi sul terreno di una funzione nettamente più banale (segnare l’ora).

Mi pare che, al di là di tendenze congiunturali, l’editoria soffra di pressioni competitive simili a quelle esercitate sull’industria degli orologi meccanici. Da un lato le versioni digitali: replica, eBook et cetera, paragonabili agli orologi al quarzo ed LCD. Dall’altro mezzi alternativi, spesso gratuiti, che rispondono a medesimi fabbisogni di intrattenimento, informazione e formazione: siti di news, aggregatori, feed e social, paragonabili all’orologio incorporato negli smartphone e negli altri mille dispositivi che ci attorniano.

Sotto questo aspetto quali parallelismi si possono immaginare tra orologio meccanico e prodotto editoriale cartaceo? Proviamo ad individuarne alcuni.

Qualità Il primo moto da parte degli orologiai è stato quello di impegnarsi al massimo per affermare il primato tecnico. Nel mondo editoriale questo iato si può tradurre in una pluralità di aspetti. Certamente qualità del contenuto, standard elevati nella scrittura (grandi firme, ottime pennecontributors autorevoli e, nel caso di prodotti specializzati, tecnici ed esperti del settore), chiara strategia editoriale ed un attento e raffinato piano editoriale. Esclusività del contenuto, fact checking e verifica delle fonti ed attendibilità. Cura grafica, una parte iconografica importante con foto d’autore, infografiche, tabelle, omogeneità di immagine e, perché no?, anche attenzione all’aspetto più squisitamente materiale del prodotto: grammatura e tipologia delle carte, lavorazione di copertina, processi di stampa particolari, legatura e confezione non dozzinali. E ancora ritmo, inteso come tempestività di pubblicazione dei contenuti e giustezza della frequenza d’uscita rispetto alla tipologia di contenuto stesso, al pubblico di riferimento ed in relazione alla ritmica degli altri media facenti parti dello stesso ecosistema informativo. Ma che servisse una flight-to-quality era facile da intuire… Tuttavia per sostenere una qualità sufficientemente alta per differenziarsi in modo riconoscibile ed incontrastato dalle alternative è necessario affrontare maggiori costi, e non un loro taglio aprioristico. Ne ho scritto anche qui. In un trend di volumi di vendita fortemente contraentisi, e comunque impostando una strategia di scrematura, sarà da valutare se prezzi più alti potranno sostenere i costi più elevati, comportati dall’innalzamento degli standard.

Status symbol In verità l’articolo di Thompson identifica storicamente quale prima inversione di tendenza, più che l’investimento tecnico volto alla superiorità qualitativa, la connotazione nostalgica ed iconica dell’orologio meccanico in quanto oggetto vintage. Se può esistere un fenomeno collezionistico più marcato solo per una parte dei prodotti editoriali (nella libraria, nelle dispense e raccolte, nei fumetti o nella manualistica) chiaramente la rivitalizzazione della periodica (o figurarsi dei quotidiani) per tramite dell’effetto vintage pare arduo. Però se sottraiamo al vintage la connotazione economica di conservazione del valore (o  di investimento) resta comunque quella di icona, di rappresentazione. Gli oggetti di questo tipo hanno una funzione simbolica su diversi livelli: l’infimo è censorio (“ce l’ho perché posso permettermelo economicamente”), l’intermedio è esibizionistico (“ce l’ho perché averlo dimostra chi sono”) e il più elevato è culturale ed edonistico (“ce l’ho perché so comprenderlo ed apprezzarlo”). Quest’ultimo è probabilmente quello più mutuabile nell’universo editoriale e si innesta nel solco dello snobismo culturale. Il giornale può svolgere anche questo ruolo, di identificatore sociale. Per fare esempi di stampa estera dà un segnale ben diverso aver in casa copie di “The New Yorker”, “Financial Times” o “Octane” rispetto ad avere “The Sun”, “New York Post” o “TopGear”. Il fatto che poi si tratti di copie cartacee conferisce un’allure per se, non tanto diversamente dal disco in vinile nell’epoca della musica liquida. La partita può essere poi giocata sul perno del puro snobismo, oppure incernierata più solidamente sulla qualità. Di fatti il “cosa si legge” permette al lettore di qualificarsi socialmente come connoisseur – sia nel senso che sa scegliere il prodotto più appropriato ed alto di fascia, sia più propriamente perché comunque forma una cultura apprendendo da una fonte certificata e qualificata. Torna insomma il focus sulla qualità – e sulla sostenibilità di un prezzo di scrematura.

Estetica Qualche orologio digitale sa essere bello, ma raggiungere la squisitezza, l’eccellenza ed il senso di bellezza, cura e complicazione di un orologio meccanico è cosa ben diversa. Per non parlare poi dell’effetto generale dell’orologio “come gioiello” (banalmente più tipico nell’uomo che nella donna, poiché quest’ultima ha più facilmente accesso all’indossare gioielli veri e propri). Portare al polso uno degli oggetti citati nell’articolo di Thompson (un Blancpain a répétition minutés o un Omega Co-Axial o un Rolex Daytona o un Lange&Söhne Tourbillon) è comunque accompagnarsi ad un’opera d’arte, qualcosa che, anche qualora solo parzialmente figlia di processi industrializzati, sa di artigiano, di saper fare, di sapienza, di tradizione – di bello, insomma. Se forse questo effetto può rinvenirsi magari nelle opere storiche, papiri, incunàboli, codici miniati, di cataloghi d’arte di altissima caratura, davvero difficilmente può essere riprodotto con simile forza in un prodotto editoriale ordinario. Ciò non toglie che esso debba essere bello e gratificante. Più difficile per quotidiani e settimanali generalisti, meno per mensili e stampa specializzata, certo, ma la tensione dev’essere quella di creare ad ogni uscita un numero unico, un feticcio, un oggetto bello che possa essere di culto per il lettore.

In un altro recente articolo che ho letto, a proposito del crescente predominio negli Stati Uniti del commercio elettronico a dispetto dei department stores, ci si poneva correttamente l’interrogativo su quali aspetti i negozianti brick&mortar debbano valorizzare e sviluppare per portare valori che siano da una parte riconosciuti ed apprezzati dalla clientela, e dall’altra distinguibili ed intrinsecamente inimitabili dall’eCommerce. Non tanto diversamente la battaglia della macchina fotografica consumer contro lo smartphone è persa in partenza se basata sul costo (nello smartphone è già compresa…), sulla portabilità (idem: rinunciando alla macchina e usando quella dello smartphone porti un oggetto in meno), sulla qualità sufficiente degli scatti, sulla semplicità ed immediatezza di condivisione delle immagini, sul geotagging implicito e così via. Per l’orologio meccanico invece la partita è stata giocata diversamente, facendo leva su variabili difficilmente replicabili da un orologio digitale o da quello del frigorifero di casa o sul cellulare: un retroterra di contenuti tecnici di qualità, iconicità e fascino, e senso del bello e dell’esclusivo. Ma nella realtà dei fatti poi nemmeno troppo esclusivo, visto che che alla fine l’esportazione Svizzera l’anno scorso ha superato i 7,2 milioni orologi meccanici.

Amo pensare che nell’editoria non ci troviamo davanti ad un cambio radicale del paradigma di prodotto (da carrozza trainata da cavalli ad automobile con motore termico), quanto più ad una crisi di identità per cambio di supporto (da cartaceo a digitale) ma molto, molto di più per concorrenza di surrogati. Sui quali si può impostare un esercizio di segmentazione ben più efficace che nel caso di un prodotto perfettamente fungibile ed al contempo disruptive.

La strada che vedo per una lunga vita dei periodici cartacei è quella di diventare il più possibile dei Patek Philippe Calibre 89, in un mondo di orologi digitali di plastica.

 

[1] Si può trovare a questo link. In realtà è un rilancio di un articolo a firma Joe Thompson pubblicato da Hodinkee.

Elisir di lunga vita per gli editori

L’editoria è malata, e vabbe’. L’ultimo Focus dell’AgCom [1] racconta per quotidiani e periodici di un recente quinquennio in cui l’Ebit di settore è stato negativo per circa -25 milioni di euro, di un calo dei ricavi 2015 pari a circa un terzo di turnover 2011, e 2.800 addetti lasciati a casa dal 2011 all’anno scorso. Non snocciolo altre statistiche dal Focus né confido in una chiusura 2016 strabiliantemente migliore.

Genericamente c’è un problema di redditività, approcciato con la cost reduction (minori addetti) e che deriva da un decremento dei ricavi (minor turnover), a sua volta derivato dalla contrazione delle vendite cartacee non sufficientemente surrogata da flussi di ricavi alternativi e con un forte calo anche sul versante pubblicitario.

Per suffragare il concetto di contrazione delle diffusioni cito a campione il quotidiano più venduto in Italia (quanto meno alla partenza del confronto storico), il “Corriere della Sera”, che per ADS è passato da 678.961 copie/medie ottobre’05/settembre’06 a 238.671 copie/medie di settembre’16. È il -65% in dieci anni. Certo il prezzo di copertina è aumentato, e certo che adesso  alle 238.671 cartacee se ne affiancano 71.766 digitali (replica) . Ma, anche a volerle comprendere, rimane il -54% in dieci anni.

Sui flussi di ricavi alternativi possiamo pensare, sempre restando sul “Corriere della Sera”, che in RCS festeggiano il raggiungimento di 24.500 abbonati che pagano per varcare le soglie del paywall del corriere.it. In teoria ciascuno vale da 9,99 a 24,99 euro/mese, ma adesso è in vigore la formula 0,99 euro/mese per i primi trenta giorni. Comunque questi 24.500 abbonati a “C+” a sensazione possono equivalere, in termini di ricavo da vendite, a 5.000 lettori del quotidiano cartaceo. Probabilmente meno. Sono convinto che effettivamente sia un successo costruire un’offerta di valore meritevole di un paywall a protezione, sia un successo far passare il messaggio che su Internet non necessariamente tutte le risorse mass market debbano essere gratuite, sia un successo arrivare a novembre a 24.500 abbonati se l’obbiettivo era 21.500 entro fine anno, sia un successo coinvolgere lettori online magari persi dal cartaceo. Ma le logiche di pricing tra digitale e reale sono violente. Una copia del quotidiano di carta costa 1,50 euro/giorno, mentre per far volumi devi vendere accessi al sito a 0,99 euro/mese. Non diversamente un abbonamento base Netflix costa 7,99 euro/mese (gratis il primo mese…) e un DVD mediamente costa 9,90 euro. E ancora non diversamente un abbonamento AppleMusic costa 9,99 euro/mese (gratis per i primi tre mesi!) mentre un CD può costare intorno ai 12 euro. Se per lo streaming si ragiona in termini di  video visibili o canzoni ascoltabili il prezzo dell’abbonamento si traduce in ricavi al pezzo che tendono al minuscolo.

Per quanto alla pubblicità Nielsen ed FCP stimavano nel 2005, per quotidiani e periodici italiani, 2,99 miliardi di euro e nel 2015 1,23 miliardi di euro. E fa -60%. Per il 2016 Nielsen stima, fino ad ottobre rispetto pari dieci mesi ’15, un -6,8%, un giro sotto il miliardo di euro nel complesso periodici e quotidiani, e con una più forte crisi di questi ultimi (-7,2%).

Non è assurdo concludere, anche guardando alle tendenze di vendite copie e pubblicità nell’ultimo decennio, che la figura delineata dall’AgCom di -32% in cinque anni sia compatibile con la realtà.

Per tornare al più trito dei percorsi crisi vendite→crisi margini → taglio dei costi, va riconosciuto che in molte società editoriali residuassero (e residuino) sacche di inefficienza: età media non bassa, sclerosi delle gerarchie e dei processi organizzativi, retribuzioni elevate, poca parsimonia su alcuni capitoli di spesa. Discutibile invece se in genere negli ultimi anni si siano operati  interventi mirati e chirurgici oppure si abbia semplicemente potato dove si poteva, spuntando i rami più facili da raggiungere a prescindere fossero i più secchi o no.

Alcuni paradigmi di spreco e di eccesso di spesa, insorti negli anni dei fasti e fino all’ubriacatura della prima ondata di new economy, si sono poi risolti in eventi estintivi (soggetti editoriali deceduti o moribondi), nella anafilassi delle già menzionate potature disorganiche e prive di strategia (vuoi per impossibilità di far di meglio, vuoi per semplicismi) e nella disinvolta riconversione in quanto sembrasse di volta in volta più ammiccante e alla moda, indipendentemente da sostenibilità, razionalità e coerenza del progetto.

Il fosco panorama, allargato dell’economia locale ed europeo, e più specifico del settore di quotidiani e periodici, unito alla onda d’urto di nuovi strumenti di informazione e di nuove modalità di intrattenimento ricreativo/culturale, fa vacillare il senso di identità degli editori. Eppure una luce mi sembra possa guidare, riflessa nella limpidezza della semplicità.

Premetto che ho preso spunto da un articolo di Daniele Bologna apparso su Mediaforum, annotando alcuni truismi, dei quali però pare che ogni tanto siamo quasi tutti dimentichi.

Il primo è: se si scrive qualcosa di interessante le persone lo leggono. È falso che ci sia una disaffezione alla lettura, e che sia in crisi il modello che prevede che qualcuno qualificato scriva e qualcun altro legga con interesse.

Il secondo truismo estende il raggio del primo, affermando che se un contenuto è interessante allora viene fruito dalle persone a prescindere dal mezzo. Ciascun mix di contenuti ed esposizione potrà essere più appropriato per la carta, o per l’online, o per l’inserimento nei social, o per la veicolazione in app dedicate. Ma queste restano solo canali di distribuzione dello stesso prodotto. Concepire “Il Sole 24 Ore” di carta come un prodotto e “Il Sole 24 Ore” in versione digitale un altro prodotto e magari il sito ilsole24ore.com come un altro prodotto ancora è un’assurdità. Non è che se la carta non funziona allora magari funziona la replica digitale: se il problema è nel prodotto resta nel prodotto.

Il terzo punto è che il contenuto stesso costruisce la reputazione di un marchio editoriale. La qualità dell’editore è un valore fondamentale, perché rende riconoscibile una pluralità di attributi positivi dei contenuti canalizzati da un editore: affidabilità, veridicità, neutralità (o piuttosto bias pubblicamente riconosciuto), estensività e puntualità. Nei giorni del clamore per le fake news (sono una novità?!) mi paiono qualità apprezzabili.

Questo porta alla considerazione che, al contrario di essere travolto da una crisi di identità, l’editore sempre più dovrebbe giocare la partita del suo ruolo. Dev’essere terreno fertile per la crescita di professionalità, giornalistica in senso allargato ma anche specifica per le materie trattate. Deve perseguire la qualità di contenuti, a forme espositive, a canali distributivi opportuni. Deve svolgere un’attività di cernita, editing e fact checking stringente.

A fine novembre allo IAB Forum ascoltavamo dalla platea il CTO del The New York Times e la presidente di Le Monde Publicité, che insieme a Luna (AGI), Russo (L’Espresso), Cabrini (Class) e Castelnuovo (RCS) affermavano che il valore assoluto per l’editore è l’affidabilità. È un circolo virtuoso: contenuti scelti bene, curati, professionali e verificati portano alla riconoscibilità di un marchio, e alla consapevolezza di un’alta reputazione. La reputazione rinforza il marchio e rende attraente i contenuti.

Nella Rete ci si imbatte in moltissimi contenuti prodotti dal basso che sono degni, ben realizzati, accurati ed interessanti. Da ciò: di valore, anche se magari sono gratuiti. Ma se privi dell’imprimatur editoriale saranno sempre perdenti rispetto al contenuto organizzato dell’editore.

A patto che questi continui a fare il suo lavoro.

 

[1] Focus bilanci aziendali esercizi 2011-2015 del 19 dicembre 2016, relativo a “circa il 75% del mercato”

L’economia è tutta qui

L’economia in generale è tipo l’astrologia. Poi ci sono sue branche vagamente più simili all’astronomia. Pochissime simili all’astrofisica.

Lo spazio è siderale, dalla politica economica alla gestione aziendale. Il marketing, l’organizzazione del lavoro. Dalla scienza delle finanze alla finanza mobiliare. Quest’ultima è forse la disciplina che più riporta agli aruspici e alla stocastica da lancio di astragali. Fra tutte le pubblicazioni che vaticinano o cianciano in materia, ecco la mia diecina preferita.

X) The Success Equation, di Michael J. Mauboussin

IX) Baburu, di  Karl Taro Greenfeld

VIII) Technical Analysis from A to Z, di Steven B. Achelis (Analisi tecnica dalla A alla Z, per Trading Library)

VII) Rogue Trader, di Nick Leeson

VI) The (Mis)Behaviour of Markets, di Benoit B. Mandelbrot (Il disordine dei mercati, per Einaudi)

V) Beat the Dealer, di Edward Oakley Thorp

IV) Liar’s Poker, di Michael Lewis

III) Reminiscences of a Stock Operator, di Edwin Lefèvre

II) Against The Gods, di Peter L. Bernstein (Più forti degli dei, per Il Sole 24 Ore)

I) The Intelligent Investor, di Benjamin Graham

Non ce l’hanno fatta, ma meritano una citazione: “Fortune’s Formula” di William Poundstone, “Inventing Money” di Nicholas Dunbar, “My Life as a Quant” di Emanuel Derman, “Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds” di Charles Mackay ed “Investire con l’analisi tecnica” del bravissimo mio amico Michele Maggi – scomparso troppo giovane.

Alcuni dei libri di cui sopra erano già citati in questo mio articolo di cinque anni fa.

L’economia del terzo millennio

IO: Ciao, ho saputo che vendi XYZ: volevo sapere se eri interessato a vendermene uno.

LUI: Ciao! Ma certo, guarda ne ho preparati adesso una decina; li vendo a 100 euro l’uno. Più spese di spedizione ovviamente.

IO: Ovviamente. Ok, e quanto costerebbe spedirmi un XYZ qui a Milano?

LUI: Eh, sono dieci euro. [costo effettivo della spedizione: 4,65 euro]

IO: Be’, ok, il prezzo è abbastanza competitivo.

LUI: Abbastanza?! A meno gli XYZ non si trovano, specialmente della qualità di quelli fatti da me.

IO: Tipo quali?

LUI: Ma secondo me siamo a livelli di A… oppure di C…, anche se i miei pezzi sono meglio rifiniti. E poi, senti, anche se li vendo a meno e ho meno margine, mi sta bene lo stesso.

IO: Uhm. Vabbe’, senti e per la fattura?

LUI: Ah no, la fattura no. Come sanno gli altri che acquistano da me, io faccio un altro lavoro, realizzo gli XYZ nel tempo libero e non posso permettermi le spese di aprire una partita Iva, fare i conti eccetera. Se per te è un problema, te lo dico subito, non se ne fa nulla – piuttosto compra lo stesso pezzo da A… che ha una qualità pari alla mia.

IO: Eh, e costa anche quasi la stessa cifra.

LUI: Come lo stesso?! Costa di più: a me risulta che viene a costare 135 euro. E con me risparmi.

IO: Sì, ma loro emettono la fattura, quindi non puoi confrontare i due prezzi così.

LUI: Perché no?

IO: Tanto per cominciare il loro prezzo è comprensivo di Iva, quindi sarebbe 112 euro e mezzo, e poi omaggiano la spedizione, e quindi dovrei confrontarlo con i tuoi 110 euro. Sono 2,50 euro di differenza, come dire che il tuo costa circa il 2% meno del loro. Non mi sembra un granché…

LUI: Non è mica colpa mia se non ti faccio pagare l’Iva, e poi io neanche me la scarico, invece loro sì!

IO: Già, sì, vero, loro detraggono l’Iva in acquisto e versano l’Iva sulle vendite. Ma siccome spero che, sia tu che loro, vendiate a un prezzo tale da originare un margine, un valore aggiunto, la loro posizione netta è a debito, e versano l’Iva, mentre tu no. Per non contare l’evasione delle imposte sui redditi.

LUI: Oi, piano con le parole! Che evasione ed evasione? Io gli XYZ li produco così, nel mio tempo libero.

IO: Sì, però li produci e vendi da un paio d’anni, hai per così dire una sorta di processo organizzato, hai un (micro)magazzino, hai addirittura un catalogo illustrato che circola su Internet con tanto di prezziario. A me sinceramente sembra un’attività strutturata. Anzi, continuando col paragone con A…, loro sono una s.r.l..

LUI: Sì, mi risulta.

IO: Quindi pagheranno Ires ed Irap, mentre tu no. Questo cambia anche il discorso sulla competitività dei prezzi.

LUI: In che senso?

IO: Seguimi brevemente. Ammettiamo che il costo industriale di un XYZ sia di 30 euro, giusto per amor d’esempio. Il margine per la vendita di un pezzo di A… sarebbe 135 euro, meno l’Iva, meno i costi: sono 82,50 euro. Nel tuo caso, più semplice, sono 110 euro meno i costi: sono 80 euro. Apparentemente il tuo margine sembrerebbe inferiore, ma così non è.

LUI: Perché?

IO: Perché A… ha un carico virtuale di costi di imposte dirette che tu non paghi. Con le aliquote attuali, Ires 27,5% e Irap 3,9%, si tratta di una differenza di quasi 26 euro di imposte a pezzo di XYZ. A… porta a casa circa 57 euro a pezzo, e tu 80 euro. Ovviamente meno le spese di struttura, quelle ‘generali’, che tu non credo abbia, ma loro hanno di sicuro.

LUI: Ho capito, però a te che te frega se pago le imposte o no?

IO: Guarda, essenzialmente ‘me frega’ per due motivi. Il primo, diretto, è che fai sembrare di offrire gli XYZ a un prezzo minore e invece hai un margine più alto di A…. Il secondo è che non versi delle imposte – il che include sia un problema di tipo morale, che di legalità, che di contribuzione alla collettività.

LUI: Quest’ultima non l’ho proprio capita.

IO: Che se i 40 euro di imposte non le versi tu, le versa qualcun’altro, in qualche modo. Tradizionalmente ce li mettono quelli “che pagano le tasse”.

LUI: Non è che mi abbia convinto molto il tuo calcolo. E poi è comunque sballato perché non tieni conto di una cosa, che non puoi sapere. Cioè che A… acquista molta più materia prima per gli XYZ, e quindi può pagarla meno. Perciò fare i conti con la stessa cifra di costi per me e per lui è sbagliato.

IO: No, qui ti sbagli. Il confronto dev’essere fatto ceteris paribus. Non possiamo entrare nel merito delle curve di costo individuali: dobbiamo supporre che i costi diretti siano quelli che, fiscalmente, chiamerebbero costi “normali”. Sei tu che, trascinandomi sul terreno di come gestisci i tuoi conti, mi faresti perdere il senso del raffronto.

LUI: Vabbe’, io ho solo capito che fai un sacco di storie, e se vuoi comprare da me, risparmi, e a me fa piacere. Altrimenti fai pure come vuoi!

IO: Ok, grazie lo stesso per la chiacchierata perché è stata molto istruttiva: potrebbe essere lo spunto per un articolo!

LUI: Un articolo? E su cosa? Sugli XYZ?

IO: No, no. E nemmeno sull’evasione fiscale. Credo che il vero tema sarebbe come in molti mercati ci siano operatori parassitari che, seppur marginali, creano disordine nell’offerta, intraprendendo in assenza o carenza di regole – che invece gli altri soggetti economici, poveretti, seguono. Un esempio? Imprese edili in regola o non in regola con le norme sulla sicurezza. Un altro esempio? Gestori promozionali in regola o non in regola con la normativa sulla privacy. Ancora un esempio? Datori di lavoro in regola o non in regola sotto il profilo contributivo dei dipendenti, o che vestono rapporti di lavoro con inquadramenti fittizi, o che non rispettano le quote di lavoratori in categoria protetta. Un ultimo esempio: essere in regola o meno con i diritti d’autore nella riproduzione di opere d’arte, film, musica. Mi sembra evidente che tutti i secondi casi degli esempi, nonché il tuo caso, siano rappresentazioni di turbative del mercato. I soggetti economici che si ostinano a cercare di lavorare nel rispetto delle leggi e della concorrenza si trovano a fronteggiare non solo le dinamiche e problematiche dell’ordinario, ma anche piccoli (o grandi) operatori scorretti. Che o lucrano di più, o possono offrire prezzi più bassi, o riescono in entrambi: come nel tuo caso.

LUI: Non ho capito cosa c’entri la Legge 626 con me.

IO: Nulla. Nulla. Non ti preoccupare… Di questa conversazione c’è di buono che, grazie a te, io ho già scritto l’articolo…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’09.