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Elisir di lunga vita per gli editori

L’editoria è malata, e vabbe’. L’ultimo Focus dell’AgCom [1] racconta per quotidiani e periodici di un recente quinquennio in cui l’Ebit di settore è stato negativo per circa -25 milioni di euro, di un calo dei ricavi 2015 pari a circa un terzo di turnover 2011, e 2.800 addetti lasciati a casa dal 2011 all’anno scorso. Non snocciolo altre statistiche dal Focus né confido in una chiusura 2016 strabiliantemente migliore.

Genericamente c’è un problema di redditività, approcciato con la cost reduction (minori addetti) e che deriva da un decremento dei ricavi (minor turnover), a sua volta derivato dalla contrazione delle vendite cartacee non sufficientemente surrogata da flussi di ricavi alternativi e con un forte calo anche sul versante pubblicitario.

Per suffragare il concetto di contrazione delle diffusioni cito a campione il quotidiano più venduto in Italia (quanto meno alla partenza del confronto storico), il “Corriere della Sera”, che per ADS è passato da 678.961 copie/medie ottobre’05/settembre’06 a 238.671 copie/medie di settembre’16. È il -65% in dieci anni. Certo il prezzo di copertina è aumentato, e certo che adesso  alle 238.671 cartacee se ne affiancano 71.766 digitali (replica) . Ma, anche a volerle comprendere, rimane il -54% in dieci anni.

Sui flussi di ricavi alternativi possiamo pensare, sempre restando sul “Corriere della Sera”, che in RCS festeggiano il raggiungimento di 24.500 abbonati che pagano per varcare le soglie del paywall del corriere.it. In teoria ciascuno vale da 9,99 a 24,99 euro/mese, ma adesso è in vigore la formula 0,99 euro/mese per i primi trenta giorni. Comunque questi 24.500 abbonati a “C+” a sensazione possono equivalere, in termini di ricavo da vendite, a 5.000 lettori del quotidiano cartaceo. Probabilmente meno. Sono convinto che effettivamente sia un successo costruire un’offerta di valore meritevole di un paywall a protezione, sia un successo far passare il messaggio che su Internet non necessariamente tutte le risorse mass market debbano essere gratuite, sia un successo arrivare a novembre a 24.500 abbonati se l’obbiettivo era 21.500 entro fine anno, sia un successo coinvolgere lettori online magari persi dal cartaceo. Ma le logiche di pricing tra digitale e reale sono violente. Una copia del quotidiano di carta costa 1,50 euro/giorno, mentre per far volumi devi vendere accessi al sito a 0,99 euro/mese. Non diversamente un abbonamento base Netflix costa 7,99 euro/mese (gratis il primo mese…) e un DVD mediamente costa 9,90 euro. E ancora non diversamente un abbonamento AppleMusic costa 9,99 euro/mese (gratis per i primi tre mesi!) mentre un CD può costare intorno ai 12 euro. Se per lo streaming si ragiona in termini di  video visibili o canzoni ascoltabili il prezzo dell’abbonamento si traduce in ricavi al pezzo che tendono al minuscolo.

Per quanto alla pubblicità Nielsen ed FCP stimavano nel 2005, per quotidiani e periodici italiani, 2,99 miliardi di euro e nel 2015 1,23 miliardi di euro. E fa -60%. Per il 2016 Nielsen stima, fino ad ottobre rispetto pari dieci mesi ’15, un -6,8%, un giro sotto il miliardo di euro nel complesso periodici e quotidiani, e con una più forte crisi di questi ultimi (-7,2%).

Non è assurdo concludere, anche guardando alle tendenze di vendite copie e pubblicità nell’ultimo decennio, che la figura delineata dall’AgCom di -32% in cinque anni sia compatibile con la realtà.

Per tornare al più trito dei percorsi crisi vendite→crisi margini → taglio dei costi, va riconosciuto che in molte società editoriali residuassero (e residuino) sacche di inefficienza: età media non bassa, sclerosi delle gerarchie e dei processi organizzativi, retribuzioni elevate, poca parsimonia su alcuni capitoli di spesa. Discutibile invece se in genere negli ultimi anni si siano operati  interventi mirati e chirurgici oppure si abbia semplicemente potato dove si poteva, spuntando i rami più facili da raggiungere a prescindere fossero i più secchi o no.

Alcuni paradigmi di spreco e di eccesso di spesa, insorti negli anni dei fasti e fino all’ubriacatura della prima ondata di new economy, si sono poi risolti in eventi estintivi (soggetti editoriali deceduti o moribondi), nella anafilassi delle già menzionate potature disorganiche e prive di strategia (vuoi per impossibilità di far di meglio, vuoi per semplicismi) e nella disinvolta riconversione in quanto sembrasse di volta in volta più ammiccante e alla moda, indipendentemente da sostenibilità, razionalità e coerenza del progetto.

Il fosco panorama, allargato dell’economia locale ed europeo, e più specifico del settore di quotidiani e periodici, unito alla onda d’urto di nuovi strumenti di informazione e di nuove modalità di intrattenimento ricreativo/culturale, fa vacillare il senso di identità degli editori. Eppure una luce mi sembra possa guidare, riflessa nella limpidezza della semplicità.

Premetto che ho preso spunto da un articolo di Daniele Bologna apparso su Mediaforum, annotando alcuni truismi, dei quali però pare che ogni tanto siamo quasi tutti dimentichi.

Il primo è: se si scrive qualcosa di interessante le persone lo leggono. È falso che ci sia una disaffezione alla lettura, e che sia in crisi il modello che prevede che qualcuno qualificato scriva e qualcun altro legga con interesse.

Il secondo truismo estende il raggio del primo, affermando che se un contenuto è interessante allora viene fruito dalle persone a prescindere dal mezzo. Ciascun mix di contenuti ed esposizione potrà essere più appropriato per la carta, o per l’online, o per l’inserimento nei social, o per la veicolazione in app dedicate. Ma queste restano solo canali di distribuzione dello stesso prodotto. Concepire “Il Sole 24 Ore” di carta come un prodotto e “Il Sole 24 Ore” in versione digitale un altro prodotto e magari il sito ilsole24ore.com come un altro prodotto ancora è un’assurdità. Non è che se la carta non funziona allora magari funziona la replica digitale: se il problema è nel prodotto resta nel prodotto.

Il terzo punto è che il contenuto stesso costruisce la reputazione di un marchio editoriale. La qualità dell’editore è un valore fondamentale, perché rende riconoscibile una pluralità di attributi positivi dei contenuti canalizzati da un editore: affidabilità, veridicità, neutralità (o piuttosto bias pubblicamente riconosciuto), estensività e puntualità. Nei giorni del clamore per le fake news (sono una novità?!) mi paiono qualità apprezzabili.

Questo porta alla considerazione che, al contrario di essere travolto da una crisi di identità, l’editore sempre più dovrebbe giocare la partita del suo ruolo. Dev’essere terreno fertile per la crescita di professionalità, giornalistica in senso allargato ma anche specifica per le materie trattate. Deve perseguire la qualità di contenuti, a forme espositive, a canali distributivi opportuni. Deve svolgere un’attività di cernita, editing e fact checking stringente.

A fine novembre allo IAB Forum ascoltavamo dalla platea il CTO del The New York Times e la presidente di Le Monde Publicité, che insieme a Luna (AGI), Russo (L’Espresso), Cabrini (Class) e Castelnuovo (RCS) affermavano che il valore assoluto per l’editore è l’affidabilità. È un circolo virtuoso: contenuti scelti bene, curati, professionali e verificati portano alla riconoscibilità di un marchio, e alla consapevolezza di un’alta reputazione. La reputazione rinforza il marchio e rende attraente i contenuti.

Nella Rete ci si imbatte in moltissimi contenuti prodotti dal basso che sono degni, ben realizzati, accurati ed interessanti. Da ciò: di valore, anche se magari sono gratuiti. Ma se privi dell’imprimatur editoriale saranno sempre perdenti rispetto al contenuto organizzato dell’editore.

A patto che questi continui a fare il suo lavoro.

 

[1] Focus bilanci aziendali esercizi 2011-2015 del 19 dicembre 2016, relativo a “circa il 75% del mercato”

L’economia è tutta qui

L’economia in generale è tipo l’astrologia. Poi ci sono sue branche vagamente più simili all’astronomia. Pochissime simili all’astrofisica.

Lo spazio è siderale, dalla politica economica alla gestione aziendale. Il marketing, l’organizzazione del lavoro. Dalla scienza delle finanze alla finanza mobiliare. Quest’ultima è forse la disciplina che più riporta agli aruspici e alla stocastica da lancio di astragali. Fra tutte le pubblicazioni che vaticinano o cianciano in materia, ecco la mia diecina preferita.

X) The Success Equation, di Michael J. Mauboussin

IX) Baburu, di  Karl Taro Greenfeld

VIII) Technical Analysis from A to Z, di Steven B. Achelis (Analisi tecnica dalla A alla Z, per Trading Library)

VII) Rogue Trader, di Nick Leeson

VI) The (Mis)Behaviour of Markets, di Benoit B. Mandelbrot (Il disordine dei mercati, per Einaudi)

V) Beat the Dealer, di Edward Oakley Thorp

IV) Liar’s Poker, di Michael Lewis

III) Reminiscences of a Stock Operator, di Edwin Lefèvre

II) Against The Gods, di Peter L. Bernstein (Più forti degli dei, per Il Sole 24 Ore)

I) The Intelligent Investor, di Benjamin Graham

Non ce l’hanno fatta, ma meritano una citazione: “Fortune’s Formula” di William Poundstone, “Inventing Money” di Nicholas Dunbar, “My Life as a Quant” di Emanuel Derman, “Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds” di Charles Mackay ed “Investire con l’analisi tecnica” del bravissimo mio amico Michele Maggi – scomparso troppo giovane.

Alcuni dei libri di cui sopra erano già citati in questo mio articolo di cinque anni fa.

L’economia del terzo millennio

IO: Ciao, ho saputo che vendi XYZ: volevo sapere se eri interessato a vendermene uno.

LUI: Ciao! Ma certo, guarda ne ho preparati adesso una decina; li vendo a 100 euro l’uno. Più spese di spedizione ovviamente.

IO: Ovviamente. Ok, e quanto costerebbe spedirmi un XYZ qui a Milano?

LUI: Eh, sono dieci euro. [costo effettivo della spedizione: 4,65 euro]

IO: Be’, ok, il prezzo è abbastanza competitivo.

LUI: Abbastanza?! A meno gli XYZ non si trovano, specialmente della qualità di quelli fatti da me.

IO: Tipo quali?

LUI: Ma secondo me siamo a livelli di A… oppure di C…, anche se i miei pezzi sono meglio rifiniti. E poi, senti, anche se li vendo a meno e ho meno margine, mi sta bene lo stesso.

IO: Uhm. Vabbe’, senti e per la fattura?

LUI: Ah no, la fattura no. Come sanno gli altri che acquistano da me, io faccio un altro lavoro, realizzo gli XYZ nel tempo libero e non posso permettermi le spese di aprire una partita Iva, fare i conti eccetera. Se per te è un problema, te lo dico subito, non se ne fa nulla – piuttosto compra lo stesso pezzo da A… che ha una qualità pari alla mia.

IO: Eh, e costa anche quasi la stessa cifra.

LUI: Come lo stesso?! Costa di più: a me risulta che viene a costare 135 euro. E con me risparmi.

IO: Sì, ma loro emettono la fattura, quindi non puoi confrontare i due prezzi così.

LUI: Perché no?

IO: Tanto per cominciare il loro prezzo è comprensivo di Iva, quindi sarebbe 112 euro e mezzo, e poi omaggiano la spedizione, e quindi dovrei confrontarlo con i tuoi 110 euro. Sono 2,50 euro di differenza, come dire che il tuo costa circa il 2% meno del loro. Non mi sembra un granché…

LUI: Non è mica colpa mia se non ti faccio pagare l’Iva, e poi io neanche me la scarico, invece loro sì!

IO: Già, sì, vero, loro detraggono l’Iva in acquisto e versano l’Iva sulle vendite. Ma siccome spero che, sia tu che loro, vendiate a un prezzo tale da originare un margine, un valore aggiunto, la loro posizione netta è a debito, e versano l’Iva, mentre tu no. Per non contare l’evasione delle imposte sui redditi.

LUI: Oi, piano con le parole! Che evasione ed evasione? Io gli XYZ li produco così, nel mio tempo libero.

IO: Sì, però li produci e vendi da un paio d’anni, hai per così dire una sorta di processo organizzato, hai un (micro)magazzino, hai addirittura un catalogo illustrato che circola su Internet con tanto di prezziario. A me sinceramente sembra un’attività strutturata. Anzi, continuando col paragone con A…, loro sono una s.r.l..

LUI: Sì, mi risulta.

IO: Quindi pagheranno Ires ed Irap, mentre tu no. Questo cambia anche il discorso sulla competitività dei prezzi.

LUI: In che senso?

IO: Seguimi brevemente. Ammettiamo che il costo industriale di un XYZ sia di 30 euro, giusto per amor d’esempio. Il margine per la vendita di un pezzo di A… sarebbe 135 euro, meno l’Iva, meno i costi: sono 82,50 euro. Nel tuo caso, più semplice, sono 110 euro meno i costi: sono 80 euro. Apparentemente il tuo margine sembrerebbe inferiore, ma così non è.

LUI: Perché?

IO: Perché A… ha un carico virtuale di costi di imposte dirette che tu non paghi. Con le aliquote attuali, Ires 27,5% e Irap 3,9%, si tratta di una differenza di quasi 26 euro di imposte a pezzo di XYZ. A… porta a casa circa 57 euro a pezzo, e tu 80 euro. Ovviamente meno le spese di struttura, quelle ‘generali’, che tu non credo abbia, ma loro hanno di sicuro.

LUI: Ho capito, però a te che te frega se pago le imposte o no?

IO: Guarda, essenzialmente ‘me frega’ per due motivi. Il primo, diretto, è che fai sembrare di offrire gli XYZ a un prezzo minore e invece hai un margine più alto di A…. Il secondo è che non versi delle imposte – il che include sia un problema di tipo morale, che di legalità, che di contribuzione alla collettività.

LUI: Quest’ultima non l’ho proprio capita.

IO: Che se i 40 euro di imposte non le versi tu, le versa qualcun’altro, in qualche modo. Tradizionalmente ce li mettono quelli “che pagano le tasse”.

LUI: Non è che mi abbia convinto molto il tuo calcolo. E poi è comunque sballato perché non tieni conto di una cosa, che non puoi sapere. Cioè che A… acquista molta più materia prima per gli XYZ, e quindi può pagarla meno. Perciò fare i conti con la stessa cifra di costi per me e per lui è sbagliato.

IO: No, qui ti sbagli. Il confronto dev’essere fatto ceteris paribus. Non possiamo entrare nel merito delle curve di costo individuali: dobbiamo supporre che i costi diretti siano quelli che, fiscalmente, chiamerebbero costi “normali”. Sei tu che, trascinandomi sul terreno di come gestisci i tuoi conti, mi faresti perdere il senso del raffronto.

LUI: Vabbe’, io ho solo capito che fai un sacco di storie, e se vuoi comprare da me, risparmi, e a me fa piacere. Altrimenti fai pure come vuoi!

IO: Ok, grazie lo stesso per la chiacchierata perché è stata molto istruttiva: potrebbe essere lo spunto per un articolo!

LUI: Un articolo? E su cosa? Sugli XYZ?

IO: No, no. E nemmeno sull’evasione fiscale. Credo che il vero tema sarebbe come in molti mercati ci siano operatori parassitari che, seppur marginali, creano disordine nell’offerta, intraprendendo in assenza o carenza di regole – che invece gli altri soggetti economici, poveretti, seguono. Un esempio? Imprese edili in regola o non in regola con le norme sulla sicurezza. Un altro esempio? Gestori promozionali in regola o non in regola con la normativa sulla privacy. Ancora un esempio? Datori di lavoro in regola o non in regola sotto il profilo contributivo dei dipendenti, o che vestono rapporti di lavoro con inquadramenti fittizi, o che non rispettano le quote di lavoratori in categoria protetta. Un ultimo esempio: essere in regola o meno con i diritti d’autore nella riproduzione di opere d’arte, film, musica. Mi sembra evidente che tutti i secondi casi degli esempi, nonché il tuo caso, siano rappresentazioni di turbative del mercato. I soggetti economici che si ostinano a cercare di lavorare nel rispetto delle leggi e della concorrenza si trovano a fronteggiare non solo le dinamiche e problematiche dell’ordinario, ma anche piccoli (o grandi) operatori scorretti. Che o lucrano di più, o possono offrire prezzi più bassi, o riescono in entrambi: come nel tuo caso.

LUI: Non ho capito cosa c’entri la Legge 626 con me.

IO: Nulla. Nulla. Non ti preoccupare… Di questa conversazione c’è di buono che, grazie a te, io ho già scritto l’articolo…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’09.

Tristesse freepresse

Il business model della freepress è alquanto intuitivo: massimizzare la raccolta pubblicitaria massimizzando la readership. Essendo il prodotto disponibile in forma gratuita infatti non dovrebbero sussistere barriere all’acquisto (recte: all’esposizione al messaggio pubblicitario).

Questo modello, convincente nella sua disarmante semplicità, presenta oggi più d’un limite.

Da un lato ci può essere la crescente propensione da parte dell’investitore pubblicitario a mezzi, sì a diffusione elevata, ma che siano indirizzati a un destinatario committed e/o a un destinatario profilato. Il commitment può essere assicurato dal controvalore che il lettore è disposto a pagare, o in subordine da una modalità di pickup che esprima l’intenzionalità dell’acquisizione. Poiché, per definizione, la freepress ammette solo prezzo di cessione nullo, la predisposizione e l’interesse all’acquisizione può essere solo misurata dall’impegno nel recuperarne una copia. Un lettore che si reca appositamente in un punto designato o che, anche lungo un suo normale percorso urbano, preleva attivamente una copia da un dispenser o erogatore, si può assumere (in assenza di altre informazioni) che sia più interessato all’acquisizione rispetto ad un altro che entra in contatto con la copia solo passivamente: domiciliazione, strillonaggio, pubblica affissione et cetera. D’altronde la mancanza di un prezzo di cessione e la messa a disposizione indistinta pone un tema di qualificazione a fortiori del target. Per inciso: a posteriori potrebbe invece essere orientata (ma non garantita) dalle politiche editoriali, non distributive, con la segmentazione dei contenuti, se si accetta che una persona non leggerà, solo in forza della gratuità, un contenuto che non gli interessa. Le alternative distributive più battute per tentare di gestire la tipologia di destinatari sono state combinazioni di:

  • selezione dei punti di distribuzione PdD (e.g.: nei paraggi di una facoltà = studente universitario)
  • selezione degli orari di distribuzione (e.g.: primissima mattina = operaio)
  • proazione sul PdD, tendenzialmente con strilloni “evoluti”, che selezionassero le mani in cui rimettere le copie
  • convenzioni per PdD infrastrutturati in luoghi specifici (e.g.: bar piuttosto che biblioteche, piuttosto che all’interno di stazioni di trasporto urbano / extraurbano, piuttosto che stadi o palazzetti)

In realtà in presenza di gratuità e impossibilità di tracciatura (impossibilità tipica del cartaceo, a differenza dei mezzi digitali, che permettono il tracking) commitment e targeting sono in tradeoff. Nell’editoria cartacea non vi è nulla di più “targhettizzato” di quella che, non a caso, si chiama “diffusione controllata”, tipica delle riviste B2B. Esiste una specifica mailing list di soggetti che ricevono copie in sottoscrizione gratuita, e che viene manutenuta, ampliata e corretta costantemente. Qui, per definizione, è il contenuto ad essere distribuito con certezza al target coerente con l’offerta pubblicitaria. La garanzia di commitment da parte del destinatario è invece quasi nulla: la copia potrebbe finire direttamente nel cestino, restare incellofanata sulla scrivania o essere effettivamente letta, ciò senza che l’editore ne abbia riscontro diretto. All’altro estremo un dispenser non presidiato disposto in un luogo a minima pedonabilità dimostrerebbe, per ogni pickup, un’intenzionalità alla lettura non nulla, ma decrementerebbe significativamente la pretesa di qualsiasi profilazione del lettore: tutto sommato a prelevare una copia potrebbe esser chiunque.

In ogni caso le strategie distributive di cui sopra trovano un grande rafforzamento quando incontrano il connubio con i contenuti, ed è il caso dei freepress tematici. Rafforzamento assai meno significativo per le versioni generaliste, quali i maggiori freepress che abbiamo conosciuto in Italia. Ciò al di là del fatto che nella realtà non sempre la prassi distributiva (ed editoriale…) dichiarata abbia trovato rispondenza nell’attuazione, e restando alla situazione “ideale” o comunque delineata all’investitore pubblicitario.

Investitore quindi che doveva essere orientato ad acquistare lo spazio su un veicolo di cui fondamentalmente non si garantisce target certo (come nella diffusione controllata) o un commitment intenso (come nella stampa ad alto prezzo), per non parlare di mix di entrambi come per i prosumers. Nel tempo l’offerta pubblicitaria dei freepress pare in fin dei conti assimilabile sempre più agli occhi dell’inserzionista alla stregua del volantinaggio, anche in termini di tariffe richieste.

Per altro un investitore che, in carenza di una copertura multiprovinciale sul territorio, e quindi di fronte a una o poche edizioni cittadine, spesso non ha caratura del cliente “nazionale”, portando quindi a una forte concentrazione sulla raccolta locale. Un tipo di raccolta che nella prevalenza dei casi dimostra rigidità ai prezzi e peggiori tempistiche di pagamento.

Questo in quanto a un primo limite.

Il secondo limite è intrinseco. Si parte dall’idea di Metro [Svezia] – un’idea quasi maggiorenne, visto l’approssimarsi del diciottesimo anno. L’idea di accompagnare gli utenti dei mezzi pubblici di Stoccolma con una lettura concernente news internazionali, nazionali, locali, entrateinment e speciali tematici: tutto concentrabile in una ventina di minuti di spazio attenzionale, giusto il tempo della necessaria percorrenza. Questo strumento avrebbe reso il trasporto più gradevole, avrebbe avvicinato nuovi lettori all’oggetto “quotidiano” e, previa una chiara politica distributiva e di impostazione dei contenuti, definito un target interessante per gli inserzionisti.

Il limite è che… era il 1995. Metro, Leggo e City (nell’ordine cronologico, se ricordo bene) sono apparsi in Italia circa nel 2001. Di rilevanti credo di dover nominare anche ePolis, dNews e 24Minuti. Altri dodici anni trascorsi, siamo al varco del 2013, e solo l’anno scorso abbiamo traguardato un totale di circa 35 milioni di smartphone. Da due anni il mercato dei tablet, grazie all’iPod di Apple, è esploso. Come scriveva ieri su Twitter un mio grande amico (nonché pioniere e protagonista della freepress in Italia…):

“Prendo la metro dopo mesi e noto che sono spariti libri e giornali. Solo tablet e smartphone.”

Mi pare ovvio che, rispetto a 18 anni fa, la grande premessa di intrattenere i commuters con un prodotto cartaceo, più o meno interessante, più o meno curato, più o meno succedaneo di un quotidiano generalista, sia venuta meno. Le persone ascoltano la musica, controllano la posta elettronica, si aggiornano con Twitter, seguono Facebook, guardano video appena caricati su YouTube, apprendono le ultime novità da Internet, leggono un ebook. Troverei completamente anacronistico che si informassero, scomodamente,  con un supporto cartaceo, stampato ore prima e con dispendio economico (stampa e distribuzione). È un tipo di fruizione che vedo sempre più ad appannaggio di chi non si può permettere, per caratteristiche anagrafiche o di spesa, un dispositivo con connessione alla rete.

Per qualche momento la magia ha funzionato. Per esempio City è stato forte di un progetto editoriale coerente nella sua realizzazione, una politica di espansione territoriale (mi pare fino a un massimo di 15 città), un marketing serio ed efficace, un grande gruppo editoriale alle spalle (RCS), una serie di iniziative speciali per i clienti pubblicitari, l’accordo con le municipalizzate per PdD all’interno delle stazioni metropolitane et cetera. Ciò non ha evitato tuttavia di far arrivare i soci alla decisione di chiudere la testata ad inizio 2012. Anche per Metro ho motivi di stima nell’excursus: il respiro internazionale, la primogenitura svedese e un ottimo Amministratore Delegato – che per altro vanto tra gli amici. Sono le condizioni strategiche di contorno però a non sussistere più.

Infatti, per ritornare all’inizio, il lettore tipico della freepress sarà sempre più un soggetto a bassa capacità di spesa. Un soggetto che, per fattori anagrafici o reddituali, ricorre a questo strumento non accedendo all’informazione né con digital media, né leggendo quotidiani “tradizionali”. Insomma un soggetto sempre meno interessante per l’investitore pubblicitario: non profilato e non spender.

La penso, insomma, diversamente da quanto scriveva un anno fa Giampaolo Roidi di Metro. Se concordo sul fatto che la freepress si sia dimostrata non essere un succedaneo del quotidiano “tradizionale”, non sono convinto che

“il modello editoriale free funziona anche nell’era di Internet.”

O meglio, penso che il modello free funzioni anche nell’era di Internet, purché su Internet. Il modello free su carta, nell’era di Internet, ha un senso via via decrescente.

Ciò a maggior ragione se la risposta alla innegabile crisi congiunturale è riducibile sempre e solo a: tagli sulla qualità del prodotto, tagli “a pioggia” sui costi editoriali, incostanza (o assenza) di focus su una strategia editoriale coerente col target teorico, tagli sulla distribuzione e distonie distributive rispetto al target teorico, mancanza di un’importante leadership commerciale (sia in termini di sales force pubblicitaria, sia in termini di marketing team).

Mi sembra in definitiva che la freepress generalista avrebbe assai più senso se si riposizionasse in uno spazio digitale. Per essere triti ed esemplificare vedo più sensato in futuro un progetto come quello dell’HuffingtonPost – o, partendo dai tradizionali quotidiani a pagamento, una millimetrica calibratura dei paywalls dei vari corriere.it, repubblica.it o sole24ore.it.