Sindrome da bugia compulsiva

Sono bello-bello chiatto-chiatto in attesa di mia moglie, seduto su una panchina. Con prodigioso sforzo oculare mi spacco il diottrino per leggere Il Sole 24 Ore nei 3″ dell’iPhone. Sono poco attento non solo a causa della fatica alla vista, ma anche perché soffia una gradevole brezzolina, frullano le fronde degli alberi e sono piacevolmente cullato da questo stormire. Getto code d’occhio ai passanti, inseguendoli per pochi istanti dopo il transito delle loro ombre davanti alla mia panchina.

Percepisco appena che una di queste figure si arresta di colpo davanti a me. È un ragazzo, forse ventenne. Veste capi abbastanza sgargianti e sportiveggianti, tiene l’avambraccio destro completamente ripiegato sul braccio, il gomito lievemente proteso, e il polso gli sparisce dietro la spalla, dalla quale penzola un borsone. Ha tutta l’aria di chi sta muovendosi verso un centro sportivo, una palestra, una piscina.

Mi chiede “Mi scusi, mi dice l’ora?”.

Ora, io ho lo smartphone sotto il naso, dal quale troneggerebbe, al centro e appunto in cima, l’ora esatta. Però rispondo “Sì, certo.” e, con un meccanismo d’altri tempi, guardo l’orologio che ho al polso destro.

Due dettagli. Il primo è che indosso gli orologi con inversione di polso da quando, parecchi anni fa, ho assistito a uno scippo: canicola estiva, finestrino dell’auto abbassato, fermi al semaforo accodati dalla luce rossa, uno scooter con in sella due ragazzi si affianca al lato sinistro, il secondo dei due infila il braccio nell’abitacolo e strappa l’orologio al conducente. L’avesse portato all’altro polso forse non sarebbe cambiato nulla: rubato comunque. Però il ladro bastardo avrebbe quanto meno faticato di più!

Il secondo dettaglio, più pertinente al discorso, è che mio figlio mi aveva da poco regalato un Casio GShock RiseMan che, come tutti sanno, è radio controllato. Questo significa che riceve via radio l’ora esatta da un orologio atomico, più specificamente dall’Istituto Federale FisicoTecnico di Braunschweig, in Germania. Insomma, è per spiegare che non solo avrei potuto dire al ragazzo l’ora, ma avrei potuto fornirgli un’ottima approssimazione dell’ora ideale.

Il punto è che comunque mi guardo il polso, leggo sul display digitale “18.58” e rispondo: “Sono circa le sette e mezza.”.

“Ok, grazie!” e se ne trotterella via, lasciandomi perfettamente stupito di quel che avessi risposto. Le sette e mezza?! Avevo APPENA LETTO 18.58: che motivo avevo di rispondere così?

Adesso invece siamo al mare, sdraio, sub umbra ombrellonis, piedi nascosti sotto la sabbia fine e in mano tengo un brillante romanzo di una giovane scrittrice scozzese, il mare sciaborda. Immerso nella lettura vengo interrotto da una squillante, seppur gradevole, voce femminile: “Ma che carinaaa…”. Capisco immediatamente che si riferisce a mia figlia, neonata, che è nella culla di fianco a me, a picco sotto l’ombra proiettata dall’ombrellone. “Grazie, grazie…”: si sa mai come rispondere in questi casi, anche perché si ha ben presente il sottile confine fra il complimento fine a sé e quello accorato. Rispondo ringraziando genericamente e sperando che questo chiuda la vicenda. Sorrido alla ragazza e torno a leggere. Ma lei resta lì, leggermente reclinata verso la culla, e mi chiede ancora “È una femminuccia, vero? Come si chiama?”.

Non ho esitazioni nel rispondere “Giulia.”. Ma già mentre l’ultima sillaba spicca dalle mie labbra capisco che sono completamente impazzito. Ovviamente mia figlia non si chiama Giulia, ed è assolutamente inspiegabile che abbia dato quella risposta. Risposta che quanto meno ha il merito di porre fine al dialogo, che si va a comporre con un “Ah, che bel nome!”, qualche smorfietta alla bimba e poi un allontanamento. Che io non seguo più, perché completamente fulminato dalla mia risposta senza senso.

Quel che è ancora più buffo è che ho un pessimo rapporto con le menzogne. Sono un atroce mentitore, nel senso che le mie capacità di raccontar fole si riducono a zero. Da sempre, tutt’al più, posso più o meno spigliatamente deformare: minimizzo, ingigantisco, sfumo o esalto contorni – ma a raccontar balle mai son stato bravo. Invece, nel volger di pochi giorni, mi son ritrovato a dire per ben due volte altrettante sciocchezze, per altro non finalizzate ad alcunché. In entrambi i casi mentre sentivo le parole uscire dalla mia bocca mi riprendevo “Ma che diamine stai dicendo!?”.

Il quesito finale è forse di tipo retorico: scelrosi arteriosa o demenza degenerativa primaria? Speravo di tirare almeno i 50 anni…

Assenza di uccellini

Twitter. Ammetto di esserci approdato in tarda età. Mio fratello, sempre à la page quando si viene all’hi-tech, lo usa da tempo.

Followa (*) da molto tempo i grandi del golf – e per anni mi sono interrogato sul senso di interessarsi al pensiero di questa o quell’altra persona. Invece oggi il microblogging mi affascina un sacco. Sia sotto l’aspetto del fenomeno editoriale (content from the bottom), sia per l’aspetto di mélange fra blog, FaceBook (che invece persisto nel rifuggire), instant messenger e altri media (Instagram / Flickr, YouTube / Vimeo, SoundCloud &c).

Trovo Twitter detestabile solo a causa di chi lo interpreta come enorme chat room, come un social allo stato brado, quasi sempre cavalcando o addirittura lanciando TrendingTopics di basso cabotaggio, o per chi over-twitta o chi si impegna nel following-trade, spesso con la più o meno recondita speranza di diventare twit-star (**). Ma basta tenersi in disparte da questi fenomeni, e si fila via lisci.

Al contrario di chi desidera ampliare ad n la propria platea (con tipicamente n>999), e per farlo segue l’elementare strategia di followare n+1 accounts con l’auspicio di back-following, mi sforzo di tenere basso il numero di accounts che followo. Perché, come da mia tipica patologia ossessiva e molto anale, DEBBO leggere tutta la TimeLine. Quando, in lassi di molte ore in cui non mi collego, leggo “load more tweets?” già m’incazzo, perché È OVVIO che voglia! E per poter leggere tutta la TimeLine debbo tenere la porta chiusa agli over-twitter e limitare quanti followo. Da qui un’intensa opera di selezione e scrematura.

In tanti casi soffricchio quando mi tocca followare “cose” anziché “persone”, ed a causa di questa promiscuità qui su ho usato il termine neutro di account. Infatti followerei di più Stefano Folli, Fabrizio Galimberti, Giacomo Vaciago, Giangiacomo Nardozzi piuttosto che followare l’account de IlSole24Ore.

E siamo venuti all’assenza di uccellini – qui intesi con rigorosa limitazione a soggetti cinguettanti su Twitter. Sì, perché queste firme clamorosamente mancano su Twitter. Niente Folli, niente Galimberti, niente Vaciago, niente Nardozzi così come niente Milena Gabanelli, Corrado Augias o Oscar Giannino. Riguardo a quest’ultimo, è vero, c’è da segnalare l’account di ChicagoBlog, ma l’è minga ‘i stess!: te sei interessato a Christine Lagarde (che difatti followo), mica all’FMI (che, sempre difatti, non followo).

Come certe firme mancano anche delle penne che followerei con piacere: niente Paul Auster, niente Ali Smith, niente Tibor Fisher, niente Glen Duncan. Ok, ho trovato Lansdale e Fforde, e per Auster ne fa le veci la figlia Sophie. Anche considerando che c’è chi ha account palesemente “managed” ad esempio, e purtroppo, Mark Haddon. Followare un managed account (prassi che mi pare abbastanza in valsa fra sportivi, politici e cosiddetti “personaggi dello spettacolo”) mi sembra come il parlare con una segreteria telefonica, e credere di stare dialogando amabilmente con un essere senziente – una specie di test di Turing à rebours. O, peggio mi sento, ci sono gli accounts gestiti da fans e i fastidiosissimi fakes.

Al momento mi irrita, e procedo in ordine sparso, anche l’assenza di Nanni Moretti (sto surrogando con SacherDistribuzione, ma è come preparare una sachertorte con aspartame e carruba in vece di cioccolato fondente e zucchero: Moretti lo accetterebbe?), di Corrado Guzzanti, di Vittorio Gregotti o di Roger Penrose (in compenso followo Stephen Wolfram, che è già qualcosa). Gli ultimi due per altro farebbero bene ad affrettarsi ad aprire un account di Twitter, visto che hanno entrambi superato il traguardo degli 80 anni e non è che puoi vivere in eterno né [immagino] twittare dall’aldilà – entrambi pratiche che, se possibili, sarebbero già state patentate da Steve Jobs.

Insomma, quando cominci ad assuefarti a Twitter di pari passo inizi a PRETENDERE che chi vorresti followare abbia un account. Anzi, già che ci siamo: ehi tu che stai leggendo, fammi un bel favore: se qualcuno dei summenzionati dovesse aprire un account (o già l’avesse, e fossi tonno io nel non trovarlo) segnalamelo qui!

Tweet Tweet.

(*) Followare. Fa meno stalker e meno pecora belante di “seguire”. Ma è uno di quei neologismi di cui farei tanto a meno. Anche se, una volta coniugato, lascia in bocca sapori esotici, di quelle parole tipo “Chewbacca”. “Eh, perché da quando loro mi hanno followata…”: capite cosa intendo? Sì, è un’italianizzazione che fa non poco ribrezzo, ma con devozione al kitsch e a Von Masoch mi ostinerò a ricorrere a questo verbo tutte le volte che posso.

(**) Progetti ed ambizioni forse fini a sé stessi, forse assimilabili all’appagamento da achievement-unlocking, o magari passi intermedi per arrivare alla dominazione totale delle masse. Chissà…

Disciularsi

Questa settimana mi sono interrogato su quale fossero le doti che vorrei avessero i miei due figli. Molto rapidamente mi sono risposto che la mia top-priority pedagogica sia di fare in modo che imparino il più lesti possibile a disciularsi.

“Disciularsi” è verbo lombardo (ma credo in valsa anche in Piemonte, giacché deriva da un sostantivo comune ai due dialetti) che mi è sempre rimasto simpatico, al pari della versione ligure, che risponde a “desbelinarsi”. E qui dapprima, a chi è a digiuno di zeneize, fornirò una succinta esegesi, per lo meno per come mi è stata raccontatta da più fonti genovesi – speriamo attendibili.

In origine c’era il “basano”, ovvero il baccello, la fava – termine col quale ci si riferisce all’appendice maschile appunto di tal forma. Poi venne “u belan” che, a dispetto di chi chiama in ballo divinità o budelli e macellai, non mi sorprenderebbe derivasse proprio da basan. Per diventare il noto, polimorfo, “belin”. Infatti belin (nelle varianti, più o meno volgari, “belandi”, “belinci”, “belino”, il già nominato “belan” e così avanti e così via) è usato sia come intercalare, sia come interiezione, sia come sostantivo maschile direttamente riferito all’…altrettanto maschile organo. Espressioni tipiche diventano pertanto “nu rumpime u belin”, “me gïa u belin”, “battitene u belin”, “porto via u belin”, “belin inverso”, “menabelini”, “ghe n’ho pêu belin”, “a belin de can”, “nu se fâmmu pittà u belin dæ musche” o anche “tiâ u belin” (metaforico per scherzare, simile al “pull my leg” inglese). Attenzione però alle derivazioni. Se è vero che “belinata” è… un’azione caratteristica del belino, è anche vero che ad esempio “imbelinare” vuol dire buttar lì, sbatter via; ma se al riflessivo significa inciampare o impappinarsi o infilarsi in qualche konundrum. “Abelinato” e “belina” talvolta sono usati come sinonimi, ma in realtà il secondo è più caratteristico di persona vacua e leggera (tant’è che il genovese ammette appunto la sostantivazione “leggera”, pronunciato classicamente senza la doppia, per definire chi è di poco spessore – “shallow”, superficiale, direbbero gli inglesi) mentre il primo si riferisce senza dubbio a una persona stolida e incapace. Arrivando a chiudere il cerchio: desbelinarsi vuol dire esattamente non essere un abelinato, proprio come disciularsi richiede il non essere un ciula. Il prefisso dis- non ha in questi casi ovviamente valore né oppositivo né sottrattivo (o privativo), ma meramente contrario. Essere un non-ciula.

L’arte del disciularsi prevede in realtà un ventaglio ampio di risorse da dispiegare in diversi frangenti. Può essere capacità di trarsi da un impaccio, può essere capacità di risolvere un problema complesso che ci si para davanti. Più sottilmente può essere la forza d’animo di non arrendersi alle avversità. O meglio ancora di far di necessità virtù, di sfruttare qualsiasi strumento a disposizione, di fronteggiare un’avversità e superare un ostacolo ricorrendo a soluzioni non convenzionali, saper tener testa ad altri e venire a capo di un busillis. E, affinando affinando, può anche voler dire sapersi adeguare ai contesti e alle situazioni, non restare ingessati perché viene a cambiare la cornice in cui siamo posti, continuare a giocare quando ci cambiano le carte, non farsi sopraffare dagli eventi ma riuscire a dominarli. Non restare nel proprio brodo. Avere la scorza dura, non farsi abbattere dalle delusioni e non piangersi addosso.

Ultimamente forse il significato vero è saper affrontare la vita in autonomia.

Per opposto il ciula, o più teneramente il “ciulott'”, appena estratto dalla bambagia, appena calato in un quadro imprevisto, appena lasciato in solitudine davanti a un problema, ecco che cade in uno stato di panico – ovvero si inebetisce. Lo vedi lì, il ciulott’, che frigna. Il ciulott’ non emerge, al limite viene trascinato, segue il gregge, si attarda, arranca. Tu, da fuori, gridi “e desbeliniti un pêu!!”, ma niente, nulla, devi solo arrivare e educare (nel senso proprio di ex-duco) prendendo per la manina e portando fuori dal pantano e avanti.

Quale la miglior ricetta per crescere un ciula? Sicuramente allevare uno specimen viziato, sotto la campana di vetro, appagando ogni suo impulso o bisogno, soccorrendolo a pie’ sospinto, filtrando a trama finissima le asprezze della vita, fornendogli una versione del mondo tutto a tinte rosa confetto. In subordine si può anche semplicemente negargli qualsiasi strumento di giudizio o tecnico-culturale su come affrontare gli ostacoli lungo il percorso. Perché uno si deve disciulare da solo, sì, ma dopo che qualcuno gli abbia minimamente e genericamente spiegato come fare.

Ricontestualizzando non mi auguro che i miei due figli registrino voti pieni o massimi a scuola, né che siano campioni di bellezza, eleganza ed educazione, non che eccellano nello sport o nelle arti o che abbiano IQ fuori campana gaussiana.

Mi basta riuscire ad insegnar loro a disciularsi.

Tre bar

Tre bar, non nel senso di 2,96 atmosfere. Tre bar nel senso di tre locali qui a Milano, di quelli dove si beve o si fa colazione o si mangia qualcosina.

Parto dal terzo. Qualche mese fa avevo un buco fra un appuntamento di lavoro e un altro, e decido di attraversare corso Vittorio Emanuele e passare dal lato della piazzetta Liberty a quella titolata a Cesare Beccaria. Scopo del taglio: mangiare un würstel&crauti alla Crota Piemuntesa.

Excursus: nella gloriosa epopea universitaria i luoghi che battevamo erano tutti nelle vicinanze dell’ateneo. Gattullo, il Versa, lo StellaAlpina, quello omonimo della via… toh, tutt’al più il Tortuga, che restava in cima a Bligny-Sabotino, praticamente dietro Medaglie d’Oro. Fuori zona, se non quando si andava in trasferta dagli amici della Cattolica (per esempio nella via DeTogni), l’unica deroga al pranzo nelle vicinanze era quando Filippo (AKA Ciccio AKA Filo AKA Phil Collins) decideva “No, cazzo, oggi würstel&crauti e birrozzo alla Crota”. Così, chi con Vespa 50 Special gialla, chi con la Uno SX grigia, chi con la Yamaha RD350 e così avanti e così via, si migrava al block di spartizione fra la piazza Fontana e quella di Beccaria. La Crota stava lì, a due passi dalla “Casa della Bistecca” – scenario di uno dei bei ricordi della mia infanzia, quando mio nonno mi portò a un pranzo di lavoro col suo avvocato, e io assaggiai la prima tagliata alla Robespierre della vita: ancora adesso ricordo, come madeleine, quell’incantevole sapore. Alla Crota si mangiava sui tavolacci di legno e si beveva dai boccali, senza mica badare alla forma. Nella caciara ci stava la parola grossa e il rutticchio dovuto al fermentato. Il conseguente balordone ovviamente azzerava qualsiasi velleità di studio postprandiale, e tutt’al più Vittorio (AKA Vitto AKA Uitz) poteva sfidarci tutti al flipper del bar maffo a fianco alla biblioteca universitaria.

Ecco. Già anni fa avevo vissuto una prima delusione, quando avevo trovato la vecchia Crota Piemuntesa chiusa e, con un angolo giro di tristezza, aperta, tutta infichettata, di fronte, me la ritrovavo mal incastonata fra un bar per turisti e un “Panino Giusto”. Un colpo basso, certo, ma, e torniamo a qualche mese fa, sempre meglio di arrivare bel bello e vedere che è diventato tutto un enorme spazio commerciale. “Excelsior”, si chiama. Un posto pseudo-hipster per braghe lesse. Quanta tristezza.

E, a proposito di braghe lesse, passiamo al secondo. Qui il passaggio è più sottile: non è un’annessione, una fagocitazione. È forse peggio: è un mutamento di pelle. Sì, perché il Moscatelli di corso Garibaldi era un luogo storico in quanto vineria scabeccia. Era il posto dove allineare venti bianchini sul banco e, testa a testa, si partiva a bere dalle estremità: chi finiva per primo la propria diecina [andava avanti a bere e] obbligava l’altro a pagare tutti e venti i bicchieri di vino. Era il bar dove prendere la stonfa a basso costo prima di iniziare il giro delle balere, dove i drink sono costosi ed annacquati. Era un indirizzo storico, nel bene e nel male, del rango di “Taverna Moriggi” di via Morigi (sì, il nome della taverna è corretto, e il nome della via è sbagliato, ma sullo stradario di Milano è riportato… sbagliato!) o (molto meno) del “Jamaica” in Brera e (ancora meno) del “Bar Basso” in via Plinio o del “Bar Magenta” a metà di corso Magenta. Insomma, quel miscuglio torbido di blasé e fané, i tavoli con una patina di dubbia origine e lievemente adesiva, le sedie più stanche dei culi molli che vi si poggiano, gli stuzzichini lignei come gli stuzzicadenti che li infiocinano, una pervasione di debole trasandatezza, i bicchieri che hanno visto troppe mescite, le latrine da aspirare alla continenza, i camerieri stufi e cafoni per apatia.

Insomma, mi prendi Moscatelli, e da “bottiglieria” me lo trasformi in “wine bar”, in icona per fighe bollite che ciondolano nel quartiere la cui vacuità si espande ed echeggia dall’Ibiza all’Hollywood. Non c’è nemmeno da scendere in dissertazioni, se il piatto di salumi sia buono, il personale cordiale, la cantina pregiata, i prezzi popolari (in qualche sito minchione di recensioni di locali c’è chi scrive “Il prezzo dell’aperitivo nella media: 8€” [verbatim], denotando una marcata scorrelazione col costo del prodotto, con il posizionamento del locale &c). Semplicemente è qualcosa che si chiama col nome di prima, ma non è la stessa cosa di prima.

Molto meno complicato il caso del primo bar, dei tre del titolo. È quello del “Bistrò Magenta”. Il primo luogo magico di Milano di cui ho sofferto la scomparsa. Un caso più semplice perché il bistrot è stato sostituito tipo da un tabaccaio o da rivenditore Nokia. Ma grandemente doloroso almeno per due ordini di motivi.

Innanzitutto ha rappresentato, negli anni ’80, una sorta di ritrovo serale con un gruppo di sancarlini et similaria al quale spesso mi aggregavo. Tu andavi al bistrot, e sapevi di incontrare qualcuno dei ragazzi. Erano gli anni degli yuppies, e noi giocavamo ad esserlo; per certo eravamo Young, Milano ci sembrava abbastanza Urban, ma eravamo ben lontani dall’essere Professionals. Uscivamo da una proiezione centrifuga dall’adolescenza e dalla triste parentesi paninara, e come tale non potevamo che privilegiare il panino. Di fronte al bistrot, a metà strada fra “Bar Cavour” e al già menzionato “Bar Magenta”, c’era (e c’è tutt’oggi) il “Bar DeSantis”, altro tempio del sandwich. E veniamo al secondo gruppo di motivi: mai più mangiato “una tagliata” (ossia un panino con la tagliata di manzo) così buono. Finito. Scomparso. Mai più.

Un surrogato, per anni, è stato “il cavallino” di Sergio&Efisio, squisito ma, nomen omen, nella variante di carne equina. Comunque non allo stesso livello di quelli del bistrot.

Per chiudere, che ho la lagrimuccia, il segno del tempo che passa, io che invecchio e ogni anno sono più frignone e malinconico, è scandito anche dai bar di Milano che non trovo più.