Biblioteca essenziale per affrontare momenti di crisi

I conoscitori della materia finanziaria mi scuseranno per la pedante e lunghissima introduzione. I lettori più esperti di finanza possono direttamente saltare i prossimi sei paragrafi , senza recarmi offesa. Quelli di voi che pensano di sapere proprio tutto, in effetti, possono anche non continuare a leggere – e a pensarci bene non dovrebbero nemmeno aver iniziato a leggere!

La pedante, e prolissa, introduzione parte dalla considerazione che il reddito personale, da lavoro o da rendita (non mi riferisco quindi qui al reddito d’impresa), viene da noi necessariamente impiegato in due modi alternativi: nel consumo o nel risparmio. Nel primo caso si tratta del denaro che “spendiamo”, a qualunque scopo: per sostenerci, per acquisti di prima necessità, d’impulso,
velleitari o per acquistare o sostituire varie forniture di casa eccetera. Nel secondo
caso invece alimentiamo genericamente la provvista del nostro patrimonio. Il rapporto
fra consumo e reddito è una percentuale chiamata “propensione al consumo”, e il
suo complementare è la “propensione al risparmio”.

La nostra propensione al risparmio comporta che periodicamente ci siano dei fl ussi
finanziari positivi che incrementano il patrimonio di partenza, che può essere una provvista iniziale originata di solito da un’eredità o da una donazione. Nel caso di una propensione negativa invece periodicamente attingeremo fondi dal patrimonio per far fronte ai consumi, cioè qualora essi fossero superiori al reddito.

L’impiego del patrimonio è comunemente detto investimento. L’obiettivo prefissato
nell’investimento determina a che tipologia di soggetto finanziario apparteniamo fra i
seguenti tre profili.

  • Hedger. Parto dalla categoria più particolare perché è affascinante, poco nota e in un certo senso intrinsecamente paradossale. Infatti chi fa hedging impiega il patrimonio per bilanciare un rischio al quale è già esposto per altri motivi. L’esempio di scuola è l’azienda che, commerciando con l’estero, fosse esposta a un rischio valutario: se vendesse a un cliente statunitense con regolamento in dollari a 90 giorni merce dal valore di 1.000 €, concorderebbe oggi, col cambio a 1.3, un prezzo di 1.300 $. Però dopo tre mesi, cioè giunto il momento dell’incasso, il cambio potrebbe essersi impennato a 1.5, e così i 1.300 $ pattuiti equivarrebbero a 867 €, causando una perdita del 13%. Se si ha una propensione per il rischio si accetta questa situazione, o magari la si ricerca volontariamente, nella speranza che il rapporto di cambio migliori a nostro favore; se invece si è avversi al rischio, sarà bene fare hedging e vendere oggi dollari “a tre mesi”, fissando ora per allora il rapporto di cambio e azzerando così il rischio valutario. Analogamente se avessimo contratto un finanziamento a tasso variabile e diventassimo avversi al rischio, allora magari investiremmo in uno strumento finanziario che scambia il nostro tasso variabile con un tasso fisso di un investitore che ha il problema speculare. In generale quindi chi fa hedging è avverso al rischio, e destina parte del patrimonio nell’acquisto di strumenti che bilancino i rischi finanziari che corre suo malgrado. Tipicamente lo farà utilizzando degli strumenti cosiddetti “derivati” (futures, options, swaps o mix di essi), che derivano cioè da strumenti finanziari di base. L’investimento è in questo caso una sorta di assicurazione contro il rischio, e per tanto l’hedger si trova nella condizione paradossale di investire perché… non vuole investire! Egli infatti ha assunto, suo malgrado, una qualche posizione rischiosa come effetto collaterale di qualche altra operazione e, data la sua avversità al rischio, è obbligato a ricorrere a uno strumento finanziario per neutralizzarla.
  • Speculatore. In italiano la speculazione ha un’accezione negativa. In realtà lo speculatore è semplicemente l’opposto dell’hedger: è cioè un operatore finanziario che tollera il rischio e che anzi lo persegue. Essendo il rischio, in potenza, di segno negativo o positivo (il valore di un’azione può “andar giù” ma può anche “andar su”) lo speculatore cerca un profitto finanziario acquistando e vendendo strumenti finanziari che offrano un rendimento a un grado di rischiosità per lui accettabile. Questo fine viene perseguito con alcune caratteristiche tipiche. La prima è che l’attività di speculatore è un’attività primaria: non è un hobby, non ci si dedica nei ritagli di tempo alla speculazione, non si specula senza conoscenze, capacità e mezzi adeguati. La seconda è che l’operatività è frequente: lo speculatore è “attivo”, entra ed esce dalle posizioni perché segue il mercato costantemente e continua ad aggiustare il suo posizionamento al mutare delle condizioni; seppur sia vero che esistono speculatori che si trovano “ingessati” in posizioni (corner), ma sono casi particolari della generalità del profilo. Gli hedge funds, spesso protagonisti delle cronache economiche, a dispetto del loro nome ricadono nella categoria degli speculatori. Essi sono a tutti gli effetti fondi speculativi, e debbono la qualifica di hedge al fatto che i primi fondi di questo tipo speculassero su sbilanci di posizioni semi-simmetriche cercando di minimizzare i rischi – caratteristica rimasta ormai sempre più confinata ai soli arbitrage hedge funds. La tecnicità rende la materia poco trattabile su queste pagine, ma basti sapere che se si legge hedge fund non si deve associare al profilo dell’hedger, bensì dello speculatore.
  • Investitore. È una categoria residuale nella quale dovrebbero ricadere tutti gli operatori non professionisti. Infatti in un’altra categoria dovremmo trovare le aziende, che per loro natura limitano con l’hedging alcuni rischi finanziari collaterali che corrono, e si concentrano sul rischio d’impresa. In un’altra ancora dovrebbero ricadere le classi di operatori professionisti (gestori di fondi, gestori di patrimoni, hedge funds e fondi di fondi, gestori immobiliari, day trader e scalpers individuali ecc.) che affrontano rischi per cercare di conseguire rendimenti più elevati della media. Tutti gli altri soggetti, provvisti di patrimonio, sono genericamente investitori. Chiaramente è impossibile possedere un patrimonio e non essere, quanto meno, investitore: anche la liquidità (la pigna di banconote sotto il materasso) o le disponibilità liquide (conti correnti o libretti) e valori vari (gioielli, preziosi, opere d’arte…), così come il finanziarie la propria attività, sono tutte varietà di investimento. E l’investimento può essere anche immobiliare: casa di residenza, o quella di villeggiatura, o quella per l’appunto “messa a rendita”, il box dato in affitto eccetera. Insomma, se avete da parte dei risparmi e non siete speculatori, mettetevi il cuore in pace e guardate allo specchio un investitore – volente o nolente.

Chiusa questa profilazione e chiaritovi che molto probabilmente siete degli investitori, lasciate che vi consigli alcune letture: io non ho nulla da scrivere di più saggio di
quanto sia già stato scritto dai grandissimi autori che vi citerò.

La tempesta finanziaria che ha imperversato sulle Borse all’arrivo di questo autunno [2008] mi ha fatto riflettere sulla responsabilità degli investitori. Credo che chiunque possieda un patrimonio abbia due scelte: incrociare le dita e affidarsi a un gestore professionista, oppure “fare i compiti a casa” e investire da sé. In questo secondo caso i libri che consiglio sono cinque. Confesso che la mia libreria, sul tema, è più vasta… tuttavia considero le letture ulteriori un puro intrattenimento, una passione – perché
basterebbe assimilare il contenuto dei testi consigliati di seguito, e mettere in pratica
quanto se ne desume, che non si avrebbe bisogno d’altro.

Per primo cito «Guida pratica all’analisi tecnica», che ha scritto l’amico Michele 
Maggi nel 2000. Maggi, purtroppo scomparso giovanissimo, ha pubblicato diversi
titoli per la Trading Library; tuttavia questo volume, edito da Egea, ha la virtù di essere un’introduzione davvero chiara e di facile comprensione alle tecniche di analisi degli investimenti mobiliari. È breve ed essenziale, ma spiega con parole semplici tutto ciò che
è necessario sapere in merito.

Il secondo ha un titolo che sembra fuori tema, ma al contrario è un libro che, oltre a essere eccellente in sé, è basilare per comprendere più a fondo la finanza: «Against the Gods: The Remarkable Story of Risk» che Peter L. Bernstein ha scritto nel 1996 per Wiley. All’università ho imparato che rendimento e rischio sono collegati, e quindi non è possibile considerare gli investimenti senza apprezzarne la rischiosità. E Bernstein ha scritto un autentico caposaldo a riguardo. Capire il rischio è capire il rendimento: capite i meccanismi di entrambi e capirete i meccanismi della finanza.

Se però avete spazio e tempo per un unico libro, di tutti e cinque i miei consigliati, quello imprescindibile è «The Intelligent Investor», di Benjamin Graham. Per qualificare questo libro bastino tre elementi:

  1. il titolo
  2. è stato scritto nel 1949 e, in sessant’anni, a oggi nessun editore italiano ha mai pubblicato la traduzione.
  3. il miliardario Warren Buffett lo considera

“di gran lunga il miglior libro mai scritto

riguardo agli investimenti”

Non penso si debba aggiungere altro. Personalmente dopo averlo letto non mi
sono sentito intelligente, ma di sicuro sono meno sprovveduto di quanto fossi prima di
averlo letto…
E fin qui ho citato la bibbia dell’investitore (Graham), il miglior testo sul concetto
di rischio (Bernstein) e un libro che tratta argomenti tecnici e complessi di finanza in
modo molto didascalico e gradevole (Maggi).

Voglio inserire anche un titolo che tratti delle bolle speculative, dei momenti critici,
di come essi funzionino, del loro ciclo di vita e di che comportamenti responsabili
porre in atto quando, come si usa dire in gergo, “arriva l’Orso”. La scelta di un solo
titolo è stata ardua, e in finale sono arrivati anche «Extraordinary Popular Delusions
and the Madness of Crowds» di Charles MacKay e «Devil Take the Hindmost: A History of Financial Speculation» di Edward Chancellor. A vincere la selezione è stato
però l’eccezionale «A Short History of Financial Euphoria» di John Kenneth Galbraith del 1994. Questo sia di monito per disilludersi negli anni di vacche grasse, e anche per non far tremare i polsi quando la recessione scuote le fondamenta delle Borse e l’economia reale soffre.

Infine consiglio il miglior libro sulla speculazione, tuttavia utilissimo anche all’investitore per meglio capire l’universo della finanza. È «Reminiscences of a Stock Operator», una sorta di biografi a di Jesse Livermore romanzata da Edwin Lefèvre nel lontano 1923.
A parte l’essere un libro gradevolissimo e ben scritto, è realmente una summa di come funzionino i mercati finanziari e i meccanismi interiori di qualsiasi operatore – o, forse, addirittura dei meccanismi interiori del mercato stesso.

Ribadisco che ci sono altri ottimi libri, ma questi cinque già riassumono tutta la conoscenza di base necessaria ad affrontare con successo il ruolo di investitore. La
vera difficoltà non è né acquistarli, né riporli sullo scaffale in bella vista, né leggerli.
Forse non è nemmeno capirli. La vera difficoltà è farli propri, è metabolizzare i loro preziosissimi insegnamenti. È una nostra precisa responsabilità comprendere e disciplinarci per non essere pula in balia dei venti tempestosi della finanza. E in ogni caso, com’è scritto nella dedica del libro di Michele Maggi,

“nessuno potrà mai portarti via le cose che sai”.

Dedicato a Michele Maggi.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, novembre’08.

Statistica da maneggiare con cura

La statistica è una disciplina pericolosa. Il mio primo pensiero in merito è che l’appassionato di statistica è una persona che, se tiene la testa in un forno e i piedi in un congelatore, ti dice “la mia temperatura, in media, è buona!”…

Il secondo è che tendiamo a patire parecchi problemi quando ci imbattiamo nei numeri. Nella quasi totalità dei casi ci vengono fornite informazioni incomplete, che confondono il nostro giudizio. Molto spesso vengono omesse le determinanti del dato statistico, come la specifica del campione usato, oppure quali siano esattamente gli attributi o i risultati che inducano a conteggiare o meno un evento, oppure che accezioni siano state adottate. Nell’asserzione “il 5% degli studenti termina l’università in tempo” manca un buon ammontare di informazioni: studenti italiani o di che nazione? I campione è relativo a tutte le università di Italia? A quelle statali o anche alle istituzioni private? In che anni è stato effettuato il rilevamento e per che durata? È cioè un dato ‘istantaneo’ (“in questo anno accademico”) o ‘di durata’ (“negli ultimi 25 anni”)? Come si definisce “in tempo”? Alla data esatta del compimento di un certo anno di età dello studente, oppure in funzione dell’iscrizione all’anno accademico ‘fuori corso’, oppure rispetto a un’altra media?

Prendiamo un altro esempio: “I reati in Italia sono diminuiti del 3%”. Intendiamo il numero di reati o la gravità dei reati? Che periodo di tempo stiamo confrontando con qual altro? Lo scorso anno solare con due anni fa? O in questo decennio in confronto allo scorso decennio? O questo mese rispetto al mese precedente? O questo mese rispetto all’analogo mese dell’anno precedente? Stiamo ragionando a parità di perimetro (magari qualche reato è stato ‘depenalizzato’, ovvero ne sono stati introdotti di nuovi)? Sono solo i reati di rilevanza penale? Qual è la varianza del dato, a livello locale? Si tratta di una media nazionale ‘abbastanza omogenea’ (bassa varianza) oppure in alcune zone d’Italia i reati sono aumentati tantissimo e in altre sono crollati (alta varianza)? Quale la varianza per tipologia di reato? Se la media dei ‘micro-reati’ è diminuita del 3% ma omicidi e rapine sono aumentati fortemente è cosa ben diversa da una diminuzione uniforme. La frase si riferisce ai reati ‘perpetrati’ in quel lasso di tempo, oppure ai reati ‘registrati’ dal Ministero degli Interni, oppure alle condanne per reato sentenziate in quel periodo dalla magistratura? Un reato può essere commesso e mai denunziato, oppure può essere commesso al finir di un anno, scoperto o denunciato l’inizio d’anno seguente, e dopo due anni può essere emessa la sentenza in cui si determina che “il fatto non costituisce reato”. E poi magari la sentenza stessa può essere ribaltata in un grado di giudizio superiore. Poniamo il caso che, a esser diminuiti, siano i “reati registrati ufficialmente” per denuncia alle forze d’ordine: una diminuzione del 3% deve essere interpretata come una civilizzazione sociale, oppure come il buon effetto di nuove misure d’ordine pubblico e di sicurezza, oppure come un incremento dell’impunità (!) o dell’omertà? In altre parole, a diminuire è stato il numero degli stupri, o è aumentato il numero di casi di stupro non denunciati?

L’economia, materia dalle velleità scientifiche, è una fonte continua di dati e statistiche, e il giornalismo economico non difetta dal bombardarci di dati, sensazionalistici quanto parziali, che confondono spesso i lettori.

“Il PIL dell’Italia rivisto a +0,4%”. Mi domando che deduzioni dovrebbe scatenare nel lettore o ascoltatore questa informazione che data una settimana da quand’è scritto questo articolo. La risposta è che, più che deduzioni, dovrebbe comportare una serie di ragionamenti.

Intanto arricchiamo qualitativamente l’informazione: l’incremento del 4‰ si riferisce al PIL italiano dell’anno solare 2008 rispetto al medesimo registrato nel 2007. Poiché siamo ancora in corso d’anno, si tratta del confronto fra un dato ‘consuntivo’ (diciamo comunque che è riferito a un periodo conclusosi) e un dato previsionale. Essendo un dato previsionale ci interessa venire a conoscenza di altre due informazioni: chi ha effettuato la previsione e quanto di norma sia attendibile. Il grado di attendibilità è ovviamente dato dall’intervallo di confidenza storico delle previsioni; si viene così a scoprire che, storicamente, un centro studi ha sbagliato (finora…) le previsioni per difetto con un massimo del 45%, e per eccesso con un massimo del 10%: ciò significherebbe che il 4‰ potrebbe essere un 5,8‰ oppure un 3,6‰, ovvero un 4,7‰±1,1.

Ci interesserà poi sapere la serie storica del PIL negli ultimi decenni, per cercare di intuire se siamo all’interno di una tendenza (in aumento, in diminuzione), o se sembra che siamo prossimi a un massimo o un minimo storico, o se stiamo seguendo una fase ‘laterale’. Una rappresentazione grafica è spesso la via più intuitiva e più facilmente interpretabile rispetto a una visione tabellare o di mera elencazione.

Sarà importante anche apprendere, purché a condizioni omogenee, quali siano i riferimenti confrontabili di altre nazioni. Vorremo raffrontare, se possibile sempre graficamente, gli andamenti di nazioni nella nostra stessa area (l’Unione Europea magari), e gli andamenti di nazioni comparabili alla nostra (che, ad esempio, abbiano grandezze assolute di PIL simili). Vorremmo anche confrontare i PIL pro capite delle nazioni di cui sopra, o quanto meno raffrontarci anche con quelle con popolazioni attualmente simili. Così come vorremo tener conto dell’adeguamento in termini del potere d’acquisto della moneta negli anni. [Nell’articolo originariamente pubblicato erano inserite] delle elaborazioni grafiche dei dati sul PIL con dati tratti dalla banca dati dell’I.M.F., cioè del Fondo Monetario Internazionale.

Più di tutto vorremmo capire cosa sia il PIL. Non nel senso cosa significhi, poiché è abba- stanza noto che sia il Prodotto Interno Lordo, ma cosa esprima ‘veramente’, come venga misurato e quanto sia attendibile.

Nel Dornbusch-Fisher si spiegava che il PIL è il valore di tutti i beni e di tutti i servizi prodotti all’interno di una nazione, in un dato periodo. Il PIL è calcolato sui valori finali, o “al consumo”, e quindi non tiene conto dei valori ‘intermedi’. L’esempio classico è che se si produce un’automobile, essa sarà calcolata solo per il suo valore finale, di vendita, e non anche sommata al valore delle sue singole parti prodotte. Per ciò si intende a calcolare il PIL unicamente sui “valori aggiunti”, considerando ossia gli incrementi di valore lungo la catena produttiva – allo stesso modo del funzionamento dell’I.V.A., che infatti è l’Imposta sul Valore Aggiunto.

Il dato del PIL, di fatto, comporta una serie di problemi pratici. Intanto, come accennato sopra, può essere rilevante rapportarlo alla popolazione nazionale, o addirittura alla popolazione in età e capacità produttiva, o alla popolazione occupata. Il PIL ha il difetto di contenere anche produzioni ‘sostitutive’ o comunque connesse ad eventi negativi. Ad esempio se una catastrofe devasta una regione, le opere di ricostruzione vengono conteggiate nel PIL. In realtà non è stata “prodotta nuova ricchezza”, ma sono stati spesi denari per ripristinare opere infrastrutturali pre esistenti. Inoltre ci sono numerosi problemi legati alla rilevazione stessa del dato, e le informazioni sul PIL vengono rettificate, corrette e riviste per lungo tempo successivo al periodo al quale si riferiscono. Infine tralasciano, inevitabilmente, tutto “il sommerso”: tuttavia, ancorché irregolare, sotto banco, illecito eccetera, si tratta di un gruppo di attività che produce beni e servizi…

Informazioni che hanno per oggetto il PIL vengono però continuamente diffuse dai media, e nella quasi totalità dei casi con intenzionalità di rappresentare vuoi il termometro della salute economica di un paese, vuoi il benessere di una popolazione. Personalmente non credo che l’asserto “il PIL dell’Italia rivisto a +0,4%”, isolato in un trafiletto di giornale più o meno allungato, sia significativo. Di sicuro non indica che nel 2008 il benessere degli italiani sia aumentato, né dello 0,4 di qualcosa, né di un’altra qualsiasi percentuale di qualcos’altro.

Più in generale il benessere di una nazione non si misura con strumenti statistici, meno che mai col dato del PIL comunicato provvisoriamente dall’IStat o da qualche altro ente. Inizio anzi a credere che il benessere non sia un’unità misurabile, ma semplicemente uno stato soggettivo più o meno definibile in termini di percezione istantanea e personale.

Qualsiasi altra rappresentazione mi appare come semplicistica riduzione a regole statistiche, che hanno la pretesa di apparire “scientifiche” (e quindi “precise”), ma che, alla fine, hanno la stessa importanza ontologica del gatto di Erwin Schrödinger, vivo al 50% e morto al 50%,… cioè nessuna.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, settembre’08.

La differenza sta nell’imprevisto

“Short, therefore, is man’s life;

and narrow is the corner of the earth wherein he dwells.”

Cesare Marco Aurelio Antonino così come tradotto dal greco all’inglese e citato da William Somerset Maugham.

C’è stata un’epoca in cui governare un Impero (la maiuscola è voluta) era un’impresa provante una capacità assoluta. Fra le molte difficoltà che si possono contare esisteva il problema tecnico di coordinare, sovraintendere e difendere una superficie territoriale di dimensioni sconfinate, pur privi di mezzi di comunicazione a lungo raggio. Ad esempio nell’Impero Romano era istituito un sistema di cursores, o tabellari, che viaggiavano a piedi o a cavallo da mutatio in mutatio e da mansio in mansio. Le prime erano sorte di stazioni postali (di fatto si trattava di stalle in cui i tabellari cambiavano cavalcatura o si davano staffetta), posizionate circa ogni quindici miglia. Le seconde erano più rare, circa ogni cinque o sei mutationes, e avevano la funzione di locanda e ristoro. Ovviamente per alcuni tratti si ricorreva anche a imbarcazioni.

Per rendere l’idea delle tempistiche, si narra che una missiva di Giulio Cesare abbia impiegato ventisei giorni per giungere dalla Britannia a Roma, ed essere letta da Cicerone.

Un’informazione quindi poteva impiegare giorni o settimane per arrivare a destinazione. E per puro esercizio di retorica affianco a questa condizione tratta dai tomi di storia, l’esigenza odierna di trasmettere le informazioni con velocità e tempestività.

Vorrei però porre rilevo non tanto sul banale fattore di compressione dei tempi (l’informazione oggi viaggia più veloce che duemila anni fa), ma sul vettore. Infatti spesso l’informazione veniva recapitata ‘di persona’, nel senso che l’informazione doveva viaggiare ‘in-corporata’, cioè ‘nel corpo’ della persona. Senza videochiamate, senza instant messenger, senza sistemi di videoconferenza. Niente telefono, telegrafo, telex, fax, piccoli messaggi testuali, messaggi multimediali. Senza allegati alle eMail – anzi, proprio senza posta elettronica.

Trovarsi. Raccontarsi. Spiegare. Dischiudere un segreto. Quasi sempre comportava la necessità di approntarsi e mettersi in viaggio. Finché si trattava di dispacci, di missive, allora ci si poteva affidare ai tabellari, ai postini. O, in loro mancanza, a chiunque dovesse viaggiare per esigenze di commercio, o perché fedeli in pellegrinaggio, o studenti e militari. Ma per qualcosa di più, l’unica soluzione era preparare armi e bagagli e affrontare il viaggio.

È solo nell’ultimo secolo che si è verificata una smaterializzazione del medium: nell’era digitale il mezzo consta in bit, in logiche binarie, in trasmissioni eteree; il medium è sempre più raramente di carta, o in carne e ossa. La rivoluzione informativa e informatica ha anche comportato, fra gli altri, l’assioma secondo il quale noi si sta fermi, ed è l’informazione a spostarsi.

A parte i paradossi delle chat fra colleghi separati da due muri o delle eMail fra conviventi e così altre stramberie, il problema grave è che cade lo stimolo a viaggiare. Non mi riferisco all’andare in ferie o a dedicarsi al turismo. Manca l’esigenza di viaggiare, cioè di intraprendere un viaggio, di guadare fiumi, di trasvolare catene montuose, di camminare per sentieri, di percorrere la strada, di incontrare delle persone lungo di essa, di imbattersi in diversità.

Il viaggio è metafora dell’odissea, e l’odissea a sua volta lo è della vita stessa: è l’attraversamento dello sconosciuto, la scoperta dell’inesplorato, l’avventura continua in cui la propria arguzia ed esperienza viene misurata e si confronta con situazioni inattese e svariata altra umanità.

Assuefarsi alla comodità dell’informazione che viaggia in nostra vece limita grandemente il nostro apprendimento. Non tanto per la qualità dell’esperienza che viene garantita, quanto più perché causa l’annullamento di tutto il tempo e lo spazio che intercorre.

Senza Internet, né fax, una riunione col proprio fornitore coreano comportava quasi sempre il dover imbarcarsi su un aereo (o più aerei…) e decollare alla volta di Seoul. L’esperienza della riunione in sé probabilmente aveva poi poco da invidiare alle soluzioni provviste dai moderni sistemi di videoconferenza. Però raggiungere Seoul? Però i pasti colà? E le notti in albergo, insonni per il fuso orario? Immergersi nel traffico disordinato delle capitali orientali? Tutto ciò perduto?! Sì, perduto, certamente sì, ma perduto in nome del risparmio economico e in nome del risparmio di tempo, mi si risponderà.

E pur sia. Sacrifichiamo il reale sull’altare della tecnologia e del virtuale, nel nome del risparmio. Ma la vera differenza, e l’autentica perdita, sta negli imprevisti – o, meglio, nella loro mancanza. Viaggiare, spostarsi, girare per il mondo significa esporsi sempre agli inconvenienti e al non pianificato. Star fermi ci priva grandemente di essi.

Esplorare il mondo via Internet e ‘navigare’ la rete sono ottimi strumenti che il progresso ci ha reso disponibili. Non demonizzeremo per certo Herbert Marshall McLuhan: amiamo la tecnologia e le comodità e i vantaggi che essa reca. Tuttavia questa accessibilità, questa navigabilità su schermo, questo mare di informazione che fluttua verso di noi, ha sgonfiato lo sprone allo spostarsi, e quindi all’esporsi all’ambiente esterno, alla diversità e, si diceva, agli inconvenienti.

Il vetro fracassato a Biarritz. Lo pneumatico forato sui monti sopra Sierre. La barca en panne fuori dalle bocche di Bonifacio. Il volo aereo cancellato da Atlanta. La jeep finita nel torrente piemontese. L’aeroporto bloccato da un uragano tropicale. La batteria della moto che cede di schianto lungo un passo montano. L’elenco degli inconvenienti accaduti è lungo; sterminato è invece quello degli inconvenienti che potrebbero accadere.

Al momento l’inconveniente snerva, ma poi, a ripensarlo, si rivela una gemma del nostro viaggio. Un fattore che ha reso la nostra esperienza unica e indimenticabile. La variante incontrollata del nostro trasferimento per andare a trovare l’amico, il parente o il cliente. Una rotta alternativa che ci ha posto sulla strada di un nuovo incontro, di un panorama inatteso, di un cambio di prospettiva o semplicemente che ci ha obbligato a perdere il controllo di noi stessi, della nostra pianificazione – e che ci ha obbligato a misurarci con l’imprevisto.

Dietro a ogni angolo che svoltiamo può attenderci un imprevisto o un’opportunità. Ma se restiamo chiusi nell’ufficio, attorniati da Skype, Vidyo ed Explorer, gli unici inconvenienti che incontreremo saranno i black out o quando “la linea è giù”.

E probabilmente è prossimo il momento in cui non sapremo nemmeno riavviare il ruoter per ripristinare il collegamento…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’08.

Lo Spartacus della tecnologia

Ho comprato un Wattson. Dopo l’unboxing e l’installazione la mia vita ne aveva già subìto l’affascinante impatto.

Wattson è un piccolo elettrodomestico che misura i consumi elettrici. È composto da due elementi: il rilevatore/trasmittente e il display/ricevente. Il primo sfrutta l’intuizione di Hans Christian Ørsted, ossia che campi elettrici e campi magnetici sono proporzionali – sono in realtà così strettamente legati da essersi in seguito rivelati due fenomeni del medesimo noumeno, cioè dell’elettromagnetismo. L’interpretazione classica (e tutt’ora funzionale a livello antropometrico) di Maxwell e Faraday è che all’aumentare d’intensità del flusso di corrente in un cavo elettrico, aumenta l’intensità del campo magnetico nella sua periferia.

Il rilevatore è costituito da un morsetto, che va serrato (senza utensili) attorno a uno dei due cavi del contatore dell’elettricità, e da una piccola scatola nera, munita di antenna.

Il display è un bell’oggetto di design i cui LED si illuminano indicando quanti watt stiano attraversando il contatore: diciamo che, se il contatore segna il ‘montante’ dei watt consumati, Wattson ci informa sul consumo ‘istantaneo’.

I watt esprimono quanta potenza stiano assorbendo le apparecchiature elettriche di casa: un watt-secondo è una potenza elettrica paragonabile alla forza da esercitare per imprimere un’accelerazione di un metro al secondo a una massa di un chilo (cioè un joule), diviso per un secondo. I kilowattora (kW/h) corrispondono a 3,6 megajoule in un’ora.

Ma più che le unità di misura convenzionali interessa sapere che le nostre bollette elettriche sono tanto care quanti più kilowattora assorbiamo.

Ovviamente il nostro consumo ci comporta sì un costo proporzionale, ma comporta anche l’utilizzo di risorse per produrlo alla fonte: energia termoelettrica, idroelettrica, nucleare, eolica, geologica eccetera. Ma, anche prescindendo per ignoranza da quale sia l’esatta fonte dell’energia che illumina le lampadine di casa nostra, possiamo essere sicuri di un assunto: se assorbiamo meno elettricità causiamo un minor spreco di risorse energetiche – col corollario di questo assunto che, quasi certamente, in qualche modo riduciamo l’inquinamento terrestre.

Trovo che Wattson sia un elemento di arredo appagante la vista – e in ogni caso si integra nel mio arredamento meglio di quanto farebbe una statuetta di Thun. È senza cavi, visto che riceve i dati via radio ed è dotato di batterie ricaricabili. Inoltre il suo retro irradia un allegro alone colorato, le cui cromie sono legate alla quantità di assorbimento di potenza elettrica: lo spettro muove dall’algido azzurrino dei bassi consumi, a un focoso cremisi per l’alto assorbimento.

Il compagno di Wattson è stato battezzato holmes. La analogia fra il mix James Watt e John Watson non originerà stupore per la scelta del nome attribuito al software di analisi, uguale allo Sherlock, protagonista dei celebri romanzi di sir Arthur Conan Doyle.

Se a Wattson è infatti attribuito il compito di evidenziare le grandi doti analitiche del suo amico investigatore, a holmes è invece assegnato l’onere di analizzare in profondità tutti i dati raccolti a proposito dei vostri consumi elettrici. È sufficiente collegare con un cavetto USB Wattson a un PC, indifferentemente Windows o MacOS, e holmes vi produrrà grafici, prospettive di costi annui in bollette e addirittura equivalenze (teoriche) fra consumi e inquinamento.

Inutile confermare che questo nuovo gadget attira costantemente la mia attenzione, e ha cambiato parecchie mie abitudini. Ormai è una sfida costante fra me e il numero composto dai LED di Wattson; il mio ingegno diuturno è per confinarlo sotto le quattro cifre (ossia la soglia di un kilowatt), e comunque il più basso possibile. Questo non tanto per mio spirito ecologista, né le circostanze economiche mi vedono obbligato a risparmiare sulla “bollet- ta della luce” (benché un risparmio sui costi sia un sidekick benvenuto!). Il concetto che mi spinge a spegnere la televisione in stand by, ad abbassare il varialuce, a impostare la temperatura del frigo più alta e così via, è quello di achievement.

Nell’online gaming e nel social networking c’è una forte pulsione al raggiungere alcuni obiettivi/achievements. Allo stesso modo per me il risparmio energetico ha assunto dimensioni umanamente ludiche ed estetiche. Credo che per le nuove generazioni sia assai più stimolante sottoporre possibili soluzioni che facciano leva più sul coinvolgimento emotivo ludico, piuttosto che sul terrorismo psicologico o sulla drammatizzazione ecologica.

La notizia dello scioglimento ‘anticipato’ dei ghiacci groenlandesi o del permafrost svizzero è terribile e apocalittica, ma è percepita come qualcosa di lontano e, fin tanto che ci lascia incolumi, ci interessa poco. Ma poiché l’importante è il fine, saluto con entusiasmo l’introduzione di apparecchi come Wattson, capaci di combattere il sistema dal suo interno, e con le sue stessi armi. Un gizmo, cioè un gadget elettronico, che mi insinua l’istinto di ‘spegnere tutti i suoi colleghi’. Un elettrodomestico acquistato su impulso consumistico ed edonistico che, con una mossa di judo, mi ha trasformato in un paranoico del contatore elettrico. Ogni momento che guardo i suoi LED, Wattson mi invita a spegnere qualcosa. Finché un giorno, che già preconizzo, mi implorerà di spegnere il trasformatore che ricarica le sue batterie.

Mentre sono già nervoso al pensiero di come si concluderà quest’agosto la sfida fra il dr. Watt/Watson e il mio climatizzatore centralizzato da 8.000 kW/h, rimando i lettori a una visita al sito Internet diykyoto.com. Mi si lasci da ultimo sottolineare quanto possa essere azzeccato “DIY Kyoto”, cioè Do It Yourself: il tuo [protocollo] di Kyoto fai-da-te…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’08.

HyperUpgrade

Atteso dall’uscita del 2007, oggi arriva il primo major update da Ducati per la fantastica HyperMotard.

Mi riferisco a questa nuova bestiola qui:

Per adesso fra noi è intercorsa una pallida presa di contatto in occasione dell’EICMA 2012; in pratica una fugace visione, attorniati da folle di folli ducatisti. Niente di intenso: niente fuitina amorosa lunga un fine settimana, niente prova-su-strada da porte aperte, nemmeno una prova statica, a salire a cavalcioni.

Ma alcune considerazioni si possono trarre, dopo gli anni di attesa e i mesi di chiacchiere, foto spia ed indiscrezioni. Considerazioni non tanto di portata assoluta ma, per quel che mi riguarda, di raffronto col modello precedente. Anzi: per essere precisi, con la mia. Che è questo gioiellino:

Le più appariscenti modifiche estetiche che m’han fatto ballare l’occhio sono:

  • portafaro e parafango superiore (il cosiddetto “becco”) più aggressivo
  • carene laterali (i due cosiddetti “fianchetti serbatoio”) più moderne e che raccordano il radiatore – anche visto il nuovo sistema di raffreddamento, a liquido
  • parasteli… para-stile MagicalRacing
  • telaietto reggisella non più a tubi
  • carter neri e non “grigi carbon” (o “oro magnesio”)
  • scarico che non gira sotto la moto (il collettore cilindro orizzontale)
  • coda sprovvista di portafaro superiore (il cosiddetto “tegolino”)
  • parafango posteriore compreso, e non sola predisposizione al montaggio
  • cerchi con disegno a tre razze
  • silenziatore che finisce basso laterale, anziché sdoppiarsi sottosella
  • specchi retrovisori tradizionali a stelo, e non più integrati nei paramani
  • serbatoietti al manubrio asimmetrici, visto il comando frizione a filo e non idraulico

Di questi 12 punti, i primi 6 incontrano i miei gusti. I 3 successivi sono neutri, nel senso che è vero che il “tegolino” era uno degli elementi distintivi della moto, ma è anche vero che io stesso non l’ho avuto per tanti mesi, montando prima il codino per silenziatore alto laterale e poi per doppio sottosella, sempre in fibra di carbonio AviaCompositi; il parafango posteriore ok c’è, ma in ogni caso anche la vecchia era predisposta, quindi ad esempio monto quello CarbonWorld in fibra di carbonio; mentre il cerchio a tre razze non mi spiace, ma continua a piacermi anche quello a cinque. Infine gli ultimi 3 punti penso siano cadute antiestetiche.

Fin qui si tratta di pareri assolutamente soggettivi, che rientrano a pieno titolo nel dominio del de gustibus non disputandum est. Tranne forse per il telaietto reggisella, che è una scelta più elegante e contemporanea, ma pur sempre di minor pregio di una intera struttura tubolare – nel mio caso anche piuttosto leggera, col ricorso a un telaietto posteriore in tubi di alluminio, e non acciaio.

Ma veniamo alla fredda e noiosissima numerologia, nel seguente raffronto tabellare in cui paragono la nuova SP Model Year 2013 alla S originaria (in realtà ci sono state due S: la primigenia del 2007 e la M.Y. 2009; alla SP M.Y. 2010 e 2012 torno nel commento).

Vogliate accettare i miei errori nell’aver copiato i dati dal sito ufficiale, e accettare le mie modeste conclusioni.

Vero è che siamo di fronte a un nuovo motore, da premiare per modernità, trattandosi del bicilindrico disposto ad L “TestaStretta 11°”. Ed è vero che da questa unità termica si estrae (listino contro listino) il +22% di cavalli, con una cilindrata ridotta a -24%, e una compressione maggiore del 19%. Pare quindi che con un efficienza maggiore si risparmi qualcosa nei consumi, e si sprema una ventina di CV in più. Rispetto alla precedente SP, l’incremento di cavalleria si contrae a +16%; rispetto alla mia HyperMotard “pompata” l’incremento (cavalli nominali, rispetto ai miei effettivi “al banco”) è circa del +5%. Per altro la maggior potenza si esprime più o meno dove prima interveniva il limitatore: a 1.500 rpm più della S. E per avere questo a cosa si deve rinunciare? Sicuramente alla ruvidità del 2valvole/2candele raffreddato ad aria, preferendo 4 valvole per cilindro, deputando l’accensione a una sola candela per ciascun cilindro (anche la precedente SP era single spark), raffreddando a liquido, aggiungendo tre denti di corona (quattro, rispetto alla precedente SP). Credo che in qualche modo tutto questo ricada sul valore (sempre a listino) della coppia massima: -14% chilogrammetri, e che si raggiungono ben 3.000 giri più in alto. Tremila giri più in alto… tanta roba per un bicilindrico. Non ho visto curve di coppia, ma sono pronto a scommettere che sulla SP 2013 l’erogazione sia molto più fluida, più consistente, più sfruttabile, più piacevole e riassumendo in una parola sola: migliore. Ma che, per chi cerca “la castagna” o il più prosaico “calcio in culo”, si traduce in altrettanta unica parola: peggiore. Per quanto il motore, insomma, c’è da che restar perplessi: con il ritorno a [una nuova] MagnetiMarelli (sulla precedente SP le centraline erano Siemens) e uno scarico che dev’essere corto per recuperare un po’ ai bassi, e va a smarrire il fascino dei due “cannoni” sotto la sella. C’è però chi sarà contento nell’avere un motore più moderno, nei paraggi della concorrenza, e con una manciata di cavalli a disposizione senza esagerare. Non si toccano infatti vette di 125 cavalli della KTM SM-R o di 130 cavalli della Aprilia DorsoDuro 1200, e si permane nei paraggi dei 105 cavalli della Husqvarna Nuda-R, tutte moto grosso modo appartenenti al medesimo genere. Insomma, si accontenta chi vuole la novità a tutti i costi e chi preferisce un’erogazione più semplice e sfruttabile.

Un altro capitolo è dato dall’impianto frenante. A parità praticamente di tutto, la grandissima differenza la fanno di dischi da 320mm all’anteriore (che comunque ho installato aftermarket sulla mia, dalla Braking). Ma decisamente più radicale è la comparsa del sistema antibloccaggio; e mica un ABS qualsiasi, ma il 9MP della Bosch, aka alquanto il meglio reperibile sul mercato. Trattandosi di una funzione disinseribile non può constare in alcun modo in un neo per i puristi della frenata manuale – e temo che le schiere dei puristi, nelle quali milito anch’io, credo si assottiglieranno allo stesso passo col quale questi dispositivi si evolvono, e con la probabile obbligatorietà dal 2016. Morale: a frenata c’è un significativo miglioramento.

Così come c’è un grande miglioramento sul resto dell’elettronica, dopo la stura data con la nuova MultiStrada MTS 1200: Riding Modes, Power Modes, DTC, Ride By Wire… Che tradotto significa che abbiamo la possibilità di gestire mappe da passeggio, o più sportive, che abbiamo il controllo di trazione e che abbiamo la gestione elettronica del comando d’accelerazione. I puristi di cui sopra non avranno da che esserne entusiasti, però qui si introducono tecnologie che ormai dilagano e che seguono una corrente cui è stupido nuotare contro. Ah, a proposito di robe elettriche: bella anche la nuova fanaleria e la chiusura del sottocodone, in modo che non arrivi la sporcizia nel sottosella.

Ultimo capitolo che è ascrivibile a favore della nuova versione è la capacità di stivaggio di carburante. Praticamente +32% di benzina a disposizione che, combinata ai minori di consumi, permetterà un raggio d’azione ben superiore all’attuale. E ciò tenendo il peso complessivo entro i 200 kg previsti in ordine di marcia, e -2 kg rispetto alla S. Ma in realtà restiamo pari peso a secco [dichiarato] della precedente versione della SP.

Due passi indietro abbastanza significativi sono invece la frizione e gli allestimenti. La frizione è, ok, antisaltellamento di serie, però siamo al bagno d’olio in vece della caratteristica frizione a secco. Per di più l’azionamento è meccanico a filo, quando sicuramente è più pregevole il comando idraulico. Infine la versione “arricchita” ai tempi garantiva più parti in fibra di carbonio. Un problema, questo, che oggi non patisco forte dell’ingente quantità di carbonio che ho riversato sulla mia.

Riguardo alle quote saluto l’arrivo di 5 cm scarsi di maggior interasse (che si riduce a miseri +35mm se rispetto alla precedente SP), e molto meno il grado e mezzo di ampliata apertura del cannotto: personalmente mi piace la ruota anteriore “sotto” come sulla mia. Per altro le escursioni ruote sono maggiori: +2cm la anteriore (-1cm rispetto alla precedente SP) e ben +3,4cm la posteriore (+1,9cm rispetto alla precedente SP). Non spiccando per altezza non fremo per la maggior altezza sella: già uso la DP Comfort, che recupera un paio di centimetri, e figuriamoci se sono contento della seduta a +4,5mm da terra. E per concludere sulle quote, ben venga il nuovo giro del collettore del cilindro orizzontale, visto che c’era chi con la vecchia riusciva a sfiaccolare, strisciandolo sull’asfalto in piega. Chissà come avranno risolto per le leve e pedane pilota, visivamente molto simili a prima, ma che magari sono posizionate in modo più intelligente. Non ho notato se la stampella laterale (il cosiddetto “cavalletto”) sia ancora imperniato alla base del carter sinistro. Soluzione non brillantissima, poiché in caso di “aggrappaggio” poteva strappar via quel piede di motore; situazione non troppo remota per la sua esposizione al contatto in piega.

Ci sono altri elementi che non ho verificato, anche perché in alcuni casi bisognerebbe smontare la moto, o quanto meno usarla o osservarla con cura, per rendersi conto. Ad esempio non so se è stata migliorata la qualità di assemblaggi e della viteria – che nei Model Year precedenti non era all’altezza del blasone. La qualità di minuteria, tipo i fissaggi di batteria o borsello attrezzi. La qualità di plastiche e adesivi. L’introduzione di un, seppur minuscolo, vano portaoggetti o portadocumenti. O, passando a contenuti corposi, solidità delle parti del cambio, i cui arpioncini talvolta rompevano. O anche all’ingegnerizzazione dell’airbox, credo fra i forti limiti strutturali per il potenziamento del vecchio modello.

Insomma, non riesco a trovare un buon motivo per investire i circa 15.000 euro circa di listino per la HyperMotard SP 2013. È pur vero che io stesso avevo scritto una sbrodolata sulla convenienza di partire dal “modello base”, per poi introdurre tutti gli elementi qualitativi di prestigio, magari usati, magari aftermarket. Pertanto dovrei provare a sforzarmi a ragionare sulla “non-SP”, che è un giochino da 11.500 euro circa di listino. Tuttavia ricadrei in una considerazione “comprensiva di elaborazioni”, e scarichi Termignoni, e dischi Sicom, e frizioni STM… insomma ricadrei in una considerazione che mal si presta a un raffronto nuovo modello versus vecchio modello.

Oh. Giusto. C’è pure la HyperStrada. No. Non riesco a guardare con serietà la HyperStrada. Apprezzo lo sforzo del marketing di Casa Madre, so che qualcuno cadrà nel loro trappolone, ma per un amante delle moto da teppista, quale mi fregio d’essere, non posso proprio considerarla.

Alla fine dei conti chi vivrà vedrà. Intanto guardo con lussuria in direzione della MVAgusta Rivale e della KTM SuperDuke 1290, e nel frattempo mi tengo strettissimo la mia HyperMotard del 2009.

La mia cattivissima HyperMotard 1100.

[un ringraziamento all’HyperMotardClub, al quale debbo tutto riguardo alla mia conoscenza della moto più bella del mondo