Quando guidavo per un’ora per sentire la radio

Vabbe’, allora il fatto è che da ragazzetto ascoltavo un po’ di tutto.

Sentivo tanta radio e qualche elleppì e cassettina. A causa di mia mamma il brit-rock ed i cantautori italiani. Per colpa di mia zia mi sono avvicinato a blues, folk e rock (poi hard, poi alternative, poi grunge…). E debbo al mio compagno di banco (cui toccò il diploma di maestro in pianoforte e in seguito divenne direttore d’orchestra) che passassi qualche serata su Rai Radio3, ad ascoltare la classica o m’involassi da Orlandini, nel dietro di via XX settembre. Mentre dovevo a Berlusconi se seguivo il pop, guardando in tivvù DeejayTelevision (ma anche DiscoRing).

Ma fra i primi avvicinamenti seri alla musica e poi l’hip-hop, R&B, jazz, funk e fusion, ha regnato un’era che brillava di luce abbagliante.

Il periodo disco. Che poi sarebbe più corretto chiamare dance. Che poi sarebbe più corretto chiamare house.

Mi mettevo nella mia cameretta, a studiare, lasciando la radio sintonizzata su una FM che mi aveva stregato per i ritmi dei pezzi che mandava in onda. Avevo sedici anni, e sentivo fino a notte fonda Radio Italia Network. Non Radio Italia [solomusicaitaliana], ma Italia Network, un’emittente che quando mandava il segnale orario aggiungeva “una hora meno en Canarias“, che aveva non la logora e frusta top ten ma i “Los Cuarenta“, che come jingle aveva “ritmo latino“; una radio praticamente senza parlato ma praticante tanta musica. Ah, forse una radio da El Tropico Latino e da balere per sudamericani o amanti della lambada? Naaa, non avete captato il segnale allora: i richiami ispanici erano solo piccoli droplets per instillare un po’ di sonido de Eivissa – perché in quel momento era Ibiza l’icona della musica da discoteca, che faceva ballare tutta notte, e che diffondeva il suono de la marcha. Mi addormentavo sognando il Ku, l’Amnesia e il Pacha ma potevo permettermi solo di andare in motorino a ballare al Covo (più precisamente era “il Grottino” la sala in cui si suonava la musica più trasgressiva) o al Lido dove ogni tanto scappava qualche pezzo più acid o techno. Technics invece era l’unica marca di giradischi che meritasse, così comprai un mixerino Gemini e due SL1200 MK-II per emulare le gesta dei deejay, andando a prendermi i vinili da GoodMusic, o a Milano da Merak, Mariposa, Wimpy, o mi spingevo a Londra da BlackMarket, SoulJazz, Ministry of Sound.

Aumentando il raggio di autonomia con l’auto potevo permettermi di raggiungere da una parte locali meneghini come Lizard (resident Bruno Bolla), Shocking Club (resident Franco Moiraghi) entrambi gestiti dal gruppo de Le Fous de L’Ile, o gli eventi Exogroove di Gabon &co (a Le Cinema, spesso con Mr. Joe “T” Vannelli e Tony Bruno come vocalist). Dall’altra Duple (a Serricciolo), Imperiale (a Tirrenia), KamaKama (a Camaiore).

Nottate completamente devastanti, ed epocali. E in auto, a casa, quando si studia, quando non si balla, il sottofondo era sempre la musica di Radio Italia Network: DiscoNetwork, Mastermix “Ritmi Tribali” (Stefano Noferini), Los Cuarenta (Andrea Pellizzari!), Suburbia (Mr. Marvin).

Se col passare del tempo potevo allargare l’orizzonte dei club che potevo visitare, è vero che dall’inizio degli anni ’90 la linea editoriale di RIN progressivamente si perde via. Aumenta il parlato (da inizio decennio le news obbligatorie per Legge) e si insegue il bandwagoning per passare il più possibile da alternativa alla conquista del grande pubblico (vedi il mio articolo sull’essere indie!). Sta di fatto che ascoltare RIN non faceva più la differenza: tanto valeva sintonizzarsi su Radio Deejay (pur con la talvolta buona selezione di Albertino, Fargetta e compagnia).

Per me una sola emittente restava di tendenza. Era Radio Mare Imperiale. Dal 1988, col vocalist Franchino, mandava in onda musica con una marcia in più. Come per Radio Italia Network, niente tempo perso in parole inutili e tantissima musica. Tanti jingle strampalati, e persino la poca pubblicità locale era di culto: registrata con effetti eco irragionevoli e sul filo del demenziale – ricordo una pubblicità di un parrucchiere, che finiva con “street xyz, Aulla, MassaCarrara, Italy”: la radio non si riceveva se non fra Pisa e La Spezia.

Appunto. La radio non si riceveva se non nei paraggi dell’Imperiale e del Duple. E, per sentirla, capitava non di rado che salissi in auto con un amico o due (credo una volta d’averlo fatto anche da solo…), e guidassi per un’oretta solo per andare ad ascoltarla.

Già all’altezza delle Cinque Terre si iniziavano a captare i primi vibes in frequenza modulata, ma si andava oltre, fino alla Versilia o in su lungo la A15. Si accostava, autoradio a tutta gallara, e si ballava in un parcheggio. O si restava in auto con le casse prossime all’esplosione. Tempo un’oretta magari, già si faceva dietro-front, direzione Genova o Milano, a seconda del caso.

Era una magia. Un gesto fuori dal tempo e dalla sensatezza, ma che riconciliava con il ritmo della grande motrice dell’universo.

Immaginabile lo scorno del declino e della chiusura, a fine anni ’90, dell’emittente. Così mi ritrovavo orfano di RIN e RMI: le due radio italiane di house (nelle varie declinazioni) più intense che avessi sentito.

Immaginabile anche l’entusiasmo di aver ritrovato poco tempo fa la fenice di Radio Mare Imperiale: RMIN. I tempi cambiano, i portafogli e le logiche anche, quindi non si tratta più un’emittente FM, bensì di una web radio: www.rmin.co.uk. Un gruppo di ragazzi, che non posso che incensare ed encomiare, ha raccolto il testimone e trasmette in streaming su tre broadcasts, di cui uno (quello a me tutt’ora più congeniale) è Suburbia, gestito da DJ Checchouse.

Sbaglierò, ma ho motivo di ritenere che sia un’iniziativa non esattamente improntata al successo economico, quanto più alla realizzazione della propria passione per la musica. La stessa passione che mi spingeva a percorrere anche 400 km solo per ascoltare Radio Mare Imperiale.

Continuate così, siete eccezionali!

Fobia di noi stessi

L’Italia è pervasa da una vena xenofobica da anni. O forse da sempre. Fin da quando noi romani abbiamo attribuito un’accezione negativa al barbarum, partendo dalle difficoltà di comprensione linguistica che nell’antica Grecia fecero definire βάρβαρος lo straniero che balbettava parole incomprensibili. Chiamavamo tutti gli stranieri così: barbari.

Similmente adesso il diverso si stigmatizza come extracomunitario. A caso. Perché oggi, giusto amor d’esemplificazione: un ticinese è un extracomunitario ma un rumeno non lo è; un norvegese è un extracomunitario ma un estone no. “Extracomunitario” invece, nella volgata, etichetta tutto quel che appare come diverso: i caucasici, i nordafricani, i sudamericani. Forse nelle menti di molti è un sinonimo di “proveniente dal terzo mondo”, o “da paesi arretrati”, o “da paesi non occidentalizzati / industrializzati”. Non lo so.

Però sono certo che sia un sintomo di una qualche forma di paura (φόβος, per l’appunto) verso sì chi è forestiero (ξένος), ma verso chi può in qualche modo intaccare il nostro benessere – o le vestigia di esso. Immigrati che vengono a portar via il nostro sudato lavoro. Che degradano le nostre ridenti cittadine. Che abbassano il nostro ragguardevole PIL pro capite. Che vengono a beneficiare dei servizi pagati con le nostre tasse. Che usufruiscono di strutture il cui mantenimento grava sul nostro florido stato. E così avanti, e così via.

Retorico sottolineare quanto questi timori, irrazionali in quanto tali, siano assurdamente infantili ed illogici.

Per una nazione come la nostra (o meglio, per l’intero Vecchio Continente – giusto per non essere provinciali) l’immigrazione è al contrario un fenomeno da salutare con piacere. Ad esempio proprio per importare “cervelli”, modi di pensare, per diventare meno marginali e provinciali, più melting-pot; giacché è proprio dai crogiuoli che si ottengono le leghe migliori. O anche per importare “braccia” per mansioni e lavori manuali che gli italiani hanno in uggia o che li hanno stancati o addirittura che si sono dimenticati. O foss’anche solo per aumentare la platea dei contribuenti con forze giovani, che badino, mantengano, sovvenzionino i sempre più numerosi pensionati autoctoni.

Questa immigrazione è positiva, purché nel rispetto di due condizioni allargate e fondamentali.

La prima è il rispetto della legalità. Se c’è una merce di cui non sentiamo bisogno d’importazione è la criminalità o illegalità in generale. Fin dal rispetto delle condizioni di accoglimento sul suolo italiano, o dai requisiti per l’ottenimento della regolare cittadinanza. Non dev’essere lasciato terreno alla clandestinità o all’irregolarità. Ed è anche giusto che l’immigrato in età produttiva, debba essere tale con un lavoro in regola.

Si tratta di una condizione banale, visto che è richiesta già ai cittadini italiani: vivere nella legalità, in una repubblica che è “fondata sul lavoro”. Non di meno è domandata a chi proviene da un’altra nazione.

La seconda è il rispetto per la storia, la cultura e le tradizioni del luogo. La massima libertà di culto, il diritto alla dignità individuale, alla privacy e a tutti i diritti garantiti costituzionalmente e dalla dichiarazione universale dei diritti umani sono condizioni da mantenere reciprocamente.

È indegno entrare a far parte di una comunità di cui si intendano negarne, sopraffarne o calpestarne i tratti distintivi e i valori tipici. Probabilmente un requisito essenziale dell’ingresso in una nuova nazione da chiamare “patria”, dovrebbe essere la disponibilità ad accettarne funzionamento e tradizioni – pur non necessariamente rinnegando le proprie.

Spesso i casi finiti alla ribalta delle cronache hanno interessato l’aspetto religioso: i crocefissi nelle aule statali, l’uso del burqa, luoghi di culto non autorizzati… Ma le incompatibilità e le incomprensioni avvengono quotidianamente sul terreno più mondano delle abitudini, delle prassi, dell’incontro e confronto di civiltà.

Tutto questo in teoria. In pratica ci sono spesso casi umani. Persone. Bambini. Madri. Malati. Persone che fuggono da nazioni disastrate, da guerre civili, dalla povertà assoluta. A queste persone, l’Italia, e in generale l’Unione Europea tutta, dovrebbe rispondere costantemente in modo efficace e pieno. Avendo a cura la salute e la dignità di questi esseri umani che viaggiano su barconi o in container o su gommoni, e comunque appesi a una speranza che possa esistere una vita più decente. Una risposta piena, senza perdersi discettando sui requisiti per l’asilo politico, sul costo dei Centri d’Accoglienza o sull’efficienza dei Centri d’Identificazione, sul giusto e sullo sbagliato.

Ma forse si chiede troppo a una nazione che spesso si interroga se sia valsa la pena della sua stessa unità, o dell’ingresso nell’Unione Europea o addirittura sulla validità del suo inno o della sua bandiera.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, settembre’09.

L’economia del terzo millennio

IO: Ciao, ho saputo che vendi XYZ: volevo sapere se eri interessato a vendermene uno.

LUI: Ciao! Ma certo, guarda ne ho preparati adesso una decina; li vendo a 100 euro l’uno. Più spese di spedizione ovviamente.

IO: Ovviamente. Ok, e quanto costerebbe spedirmi un XYZ qui a Milano?

LUI: Eh, sono dieci euro. [costo effettivo della spedizione: 4,65 euro]

IO: Be’, ok, il prezzo è abbastanza competitivo.

LUI: Abbastanza?! A meno gli XYZ non si trovano, specialmente della qualità di quelli fatti da me.

IO: Tipo quali?

LUI: Ma secondo me siamo a livelli di A… oppure di C…, anche se i miei pezzi sono meglio rifiniti. E poi, senti, anche se li vendo a meno e ho meno margine, mi sta bene lo stesso.

IO: Uhm. Vabbe’, senti e per la fattura?

LUI: Ah no, la fattura no. Come sanno gli altri che acquistano da me, io faccio un altro lavoro, realizzo gli XYZ nel tempo libero e non posso permettermi le spese di aprire una partita Iva, fare i conti eccetera. Se per te è un problema, te lo dico subito, non se ne fa nulla – piuttosto compra lo stesso pezzo da A… che ha una qualità pari alla mia.

IO: Eh, e costa anche quasi la stessa cifra.

LUI: Come lo stesso?! Costa di più: a me risulta che viene a costare 135 euro. E con me risparmi.

IO: Sì, ma loro emettono la fattura, quindi non puoi confrontare i due prezzi così.

LUI: Perché no?

IO: Tanto per cominciare il loro prezzo è comprensivo di Iva, quindi sarebbe 112 euro e mezzo, e poi omaggiano la spedizione, e quindi dovrei confrontarlo con i tuoi 110 euro. Sono 2,50 euro di differenza, come dire che il tuo costa circa il 2% meno del loro. Non mi sembra un granché…

LUI: Non è mica colpa mia se non ti faccio pagare l’Iva, e poi io neanche me la scarico, invece loro sì!

IO: Già, sì, vero, loro detraggono l’Iva in acquisto e versano l’Iva sulle vendite. Ma siccome spero che, sia tu che loro, vendiate a un prezzo tale da originare un margine, un valore aggiunto, la loro posizione netta è a debito, e versano l’Iva, mentre tu no. Per non contare l’evasione delle imposte sui redditi.

LUI: Oi, piano con le parole! Che evasione ed evasione? Io gli XYZ li produco così, nel mio tempo libero.

IO: Sì, però li produci e vendi da un paio d’anni, hai per così dire una sorta di processo organizzato, hai un (micro)magazzino, hai addirittura un catalogo illustrato che circola su Internet con tanto di prezziario. A me sinceramente sembra un’attività strutturata. Anzi, continuando col paragone con A…, loro sono una s.r.l..

LUI: Sì, mi risulta.

IO: Quindi pagheranno Ires ed Irap, mentre tu no. Questo cambia anche il discorso sulla competitività dei prezzi.

LUI: In che senso?

IO: Seguimi brevemente. Ammettiamo che il costo industriale di un XYZ sia di 30 euro, giusto per amor d’esempio. Il margine per la vendita di un pezzo di A… sarebbe 135 euro, meno l’Iva, meno i costi: sono 82,50 euro. Nel tuo caso, più semplice, sono 110 euro meno i costi: sono 80 euro. Apparentemente il tuo margine sembrerebbe inferiore, ma così non è.

LUI: Perché?

IO: Perché A… ha un carico virtuale di costi di imposte dirette che tu non paghi. Con le aliquote attuali, Ires 27,5% e Irap 3,9%, si tratta di una differenza di quasi 26 euro di imposte a pezzo di XYZ. A… porta a casa circa 57 euro a pezzo, e tu 80 euro. Ovviamente meno le spese di struttura, quelle ‘generali’, che tu non credo abbia, ma loro hanno di sicuro.

LUI: Ho capito, però a te che te frega se pago le imposte o no?

IO: Guarda, essenzialmente ‘me frega’ per due motivi. Il primo, diretto, è che fai sembrare di offrire gli XYZ a un prezzo minore e invece hai un margine più alto di A…. Il secondo è che non versi delle imposte – il che include sia un problema di tipo morale, che di legalità, che di contribuzione alla collettività.

LUI: Quest’ultima non l’ho proprio capita.

IO: Che se i 40 euro di imposte non le versi tu, le versa qualcun’altro, in qualche modo. Tradizionalmente ce li mettono quelli “che pagano le tasse”.

LUI: Non è che mi abbia convinto molto il tuo calcolo. E poi è comunque sballato perché non tieni conto di una cosa, che non puoi sapere. Cioè che A… acquista molta più materia prima per gli XYZ, e quindi può pagarla meno. Perciò fare i conti con la stessa cifra di costi per me e per lui è sbagliato.

IO: No, qui ti sbagli. Il confronto dev’essere fatto ceteris paribus. Non possiamo entrare nel merito delle curve di costo individuali: dobbiamo supporre che i costi diretti siano quelli che, fiscalmente, chiamerebbero costi “normali”. Sei tu che, trascinandomi sul terreno di come gestisci i tuoi conti, mi faresti perdere il senso del raffronto.

LUI: Vabbe’, io ho solo capito che fai un sacco di storie, e se vuoi comprare da me, risparmi, e a me fa piacere. Altrimenti fai pure come vuoi!

IO: Ok, grazie lo stesso per la chiacchierata perché è stata molto istruttiva: potrebbe essere lo spunto per un articolo!

LUI: Un articolo? E su cosa? Sugli XYZ?

IO: No, no. E nemmeno sull’evasione fiscale. Credo che il vero tema sarebbe come in molti mercati ci siano operatori parassitari che, seppur marginali, creano disordine nell’offerta, intraprendendo in assenza o carenza di regole – che invece gli altri soggetti economici, poveretti, seguono. Un esempio? Imprese edili in regola o non in regola con le norme sulla sicurezza. Un altro esempio? Gestori promozionali in regola o non in regola con la normativa sulla privacy. Ancora un esempio? Datori di lavoro in regola o non in regola sotto il profilo contributivo dei dipendenti, o che vestono rapporti di lavoro con inquadramenti fittizi, o che non rispettano le quote di lavoratori in categoria protetta. Un ultimo esempio: essere in regola o meno con i diritti d’autore nella riproduzione di opere d’arte, film, musica. Mi sembra evidente che tutti i secondi casi degli esempi, nonché il tuo caso, siano rappresentazioni di turbative del mercato. I soggetti economici che si ostinano a cercare di lavorare nel rispetto delle leggi e della concorrenza si trovano a fronteggiare non solo le dinamiche e problematiche dell’ordinario, ma anche piccoli (o grandi) operatori scorretti. Che o lucrano di più, o possono offrire prezzi più bassi, o riescono in entrambi: come nel tuo caso.

LUI: Non ho capito cosa c’entri la Legge 626 con me.

IO: Nulla. Nulla. Non ti preoccupare… Di questa conversazione c’è di buono che, grazie a te, io ho già scritto l’articolo…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’09.

Tristesse freepresse

Il business model della freepress è alquanto intuitivo: massimizzare la raccolta pubblicitaria massimizzando la readership. Essendo il prodotto disponibile in forma gratuita infatti non dovrebbero sussistere barriere all’acquisto (recte: all’esposizione al messaggio pubblicitario).

Questo modello, convincente nella sua disarmante semplicità, presenta oggi più d’un limite.

Da un lato ci può essere la crescente propensione da parte dell’investitore pubblicitario a mezzi, sì a diffusione elevata, ma che siano indirizzati a un destinatario committed e/o a un destinatario profilato. Il commitment può essere assicurato dal controvalore che il lettore è disposto a pagare, o in subordine da una modalità di pickup che esprima l’intenzionalità dell’acquisizione. Poiché, per definizione, la freepress ammette solo prezzo di cessione nullo, la predisposizione e l’interesse all’acquisizione può essere solo misurata dall’impegno nel recuperarne una copia. Un lettore che si reca appositamente in un punto designato o che, anche lungo un suo normale percorso urbano, preleva attivamente una copia da un dispenser o erogatore, si può assumere (in assenza di altre informazioni) che sia più interessato all’acquisizione rispetto ad un altro che entra in contatto con la copia solo passivamente: domiciliazione, strillonaggio, pubblica affissione et cetera. D’altronde la mancanza di un prezzo di cessione e la messa a disposizione indistinta pone un tema di qualificazione a fortiori del target. Per inciso: a posteriori potrebbe invece essere orientata (ma non garantita) dalle politiche editoriali, non distributive, con la segmentazione dei contenuti, se si accetta che una persona non leggerà, solo in forza della gratuità, un contenuto che non gli interessa. Le alternative distributive più battute per tentare di gestire la tipologia di destinatari sono state combinazioni di:

  • selezione dei punti di distribuzione PdD (e.g.: nei paraggi di una facoltà = studente universitario)
  • selezione degli orari di distribuzione (e.g.: primissima mattina = operaio)
  • proazione sul PdD, tendenzialmente con strilloni “evoluti”, che selezionassero le mani in cui rimettere le copie
  • convenzioni per PdD infrastrutturati in luoghi specifici (e.g.: bar piuttosto che biblioteche, piuttosto che all’interno di stazioni di trasporto urbano / extraurbano, piuttosto che stadi o palazzetti)

In realtà in presenza di gratuità e impossibilità di tracciatura (impossibilità tipica del cartaceo, a differenza dei mezzi digitali, che permettono il tracking) commitment e targeting sono in tradeoff. Nell’editoria cartacea non vi è nulla di più “targhettizzato” di quella che, non a caso, si chiama “diffusione controllata”, tipica delle riviste B2B. Esiste una specifica mailing list di soggetti che ricevono copie in sottoscrizione gratuita, e che viene manutenuta, ampliata e corretta costantemente. Qui, per definizione, è il contenuto ad essere distribuito con certezza al target coerente con l’offerta pubblicitaria. La garanzia di commitment da parte del destinatario è invece quasi nulla: la copia potrebbe finire direttamente nel cestino, restare incellofanata sulla scrivania o essere effettivamente letta, ciò senza che l’editore ne abbia riscontro diretto. All’altro estremo un dispenser non presidiato disposto in un luogo a minima pedonabilità dimostrerebbe, per ogni pickup, un’intenzionalità alla lettura non nulla, ma decrementerebbe significativamente la pretesa di qualsiasi profilazione del lettore: tutto sommato a prelevare una copia potrebbe esser chiunque.

In ogni caso le strategie distributive di cui sopra trovano un grande rafforzamento quando incontrano il connubio con i contenuti, ed è il caso dei freepress tematici. Rafforzamento assai meno significativo per le versioni generaliste, quali i maggiori freepress che abbiamo conosciuto in Italia. Ciò al di là del fatto che nella realtà non sempre la prassi distributiva (ed editoriale…) dichiarata abbia trovato rispondenza nell’attuazione, e restando alla situazione “ideale” o comunque delineata all’investitore pubblicitario.

Investitore quindi che doveva essere orientato ad acquistare lo spazio su un veicolo di cui fondamentalmente non si garantisce target certo (come nella diffusione controllata) o un commitment intenso (come nella stampa ad alto prezzo), per non parlare di mix di entrambi come per i prosumers. Nel tempo l’offerta pubblicitaria dei freepress pare in fin dei conti assimilabile sempre più agli occhi dell’inserzionista alla stregua del volantinaggio, anche in termini di tariffe richieste.

Per altro un investitore che, in carenza di una copertura multiprovinciale sul territorio, e quindi di fronte a una o poche edizioni cittadine, spesso non ha caratura del cliente “nazionale”, portando quindi a una forte concentrazione sulla raccolta locale. Un tipo di raccolta che nella prevalenza dei casi dimostra rigidità ai prezzi e peggiori tempistiche di pagamento.

Questo in quanto a un primo limite.

Il secondo limite è intrinseco. Si parte dall’idea di Metro [Svezia] – un’idea quasi maggiorenne, visto l’approssimarsi del diciottesimo anno. L’idea di accompagnare gli utenti dei mezzi pubblici di Stoccolma con una lettura concernente news internazionali, nazionali, locali, entrateinment e speciali tematici: tutto concentrabile in una ventina di minuti di spazio attenzionale, giusto il tempo della necessaria percorrenza. Questo strumento avrebbe reso il trasporto più gradevole, avrebbe avvicinato nuovi lettori all’oggetto “quotidiano” e, previa una chiara politica distributiva e di impostazione dei contenuti, definito un target interessante per gli inserzionisti.

Il limite è che… era il 1995. Metro, Leggo e City (nell’ordine cronologico, se ricordo bene) sono apparsi in Italia circa nel 2001. Di rilevanti credo di dover nominare anche ePolis, dNews e 24Minuti. Altri dodici anni trascorsi, siamo al varco del 2013, e solo l’anno scorso abbiamo traguardato un totale di circa 35 milioni di smartphone. Da due anni il mercato dei tablet, grazie all’iPod di Apple, è esploso. Come scriveva ieri su Twitter un mio grande amico (nonché pioniere e protagonista della freepress in Italia…):

“Prendo la metro dopo mesi e noto che sono spariti libri e giornali. Solo tablet e smartphone.”

Mi pare ovvio che, rispetto a 18 anni fa, la grande premessa di intrattenere i commuters con un prodotto cartaceo, più o meno interessante, più o meno curato, più o meno succedaneo di un quotidiano generalista, sia venuta meno. Le persone ascoltano la musica, controllano la posta elettronica, si aggiornano con Twitter, seguono Facebook, guardano video appena caricati su YouTube, apprendono le ultime novità da Internet, leggono un ebook. Troverei completamente anacronistico che si informassero, scomodamente,  con un supporto cartaceo, stampato ore prima e con dispendio economico (stampa e distribuzione). È un tipo di fruizione che vedo sempre più ad appannaggio di chi non si può permettere, per caratteristiche anagrafiche o di spesa, un dispositivo con connessione alla rete.

Per qualche momento la magia ha funzionato. Per esempio City è stato forte di un progetto editoriale coerente nella sua realizzazione, una politica di espansione territoriale (mi pare fino a un massimo di 15 città), un marketing serio ed efficace, un grande gruppo editoriale alle spalle (RCS), una serie di iniziative speciali per i clienti pubblicitari, l’accordo con le municipalizzate per PdD all’interno delle stazioni metropolitane et cetera. Ciò non ha evitato tuttavia di far arrivare i soci alla decisione di chiudere la testata ad inizio 2012. Anche per Metro ho motivi di stima nell’excursus: il respiro internazionale, la primogenitura svedese e un ottimo Amministratore Delegato – che per altro vanto tra gli amici. Sono le condizioni strategiche di contorno però a non sussistere più.

Infatti, per ritornare all’inizio, il lettore tipico della freepress sarà sempre più un soggetto a bassa capacità di spesa. Un soggetto che, per fattori anagrafici o reddituali, ricorre a questo strumento non accedendo all’informazione né con digital media, né leggendo quotidiani “tradizionali”. Insomma un soggetto sempre meno interessante per l’investitore pubblicitario: non profilato e non spender.

La penso, insomma, diversamente da quanto scriveva un anno fa Giampaolo Roidi di Metro. Se concordo sul fatto che la freepress si sia dimostrata non essere un succedaneo del quotidiano “tradizionale”, non sono convinto che

“il modello editoriale free funziona anche nell’era di Internet.”

O meglio, penso che il modello free funzioni anche nell’era di Internet, purché su Internet. Il modello free su carta, nell’era di Internet, ha un senso via via decrescente.

Ciò a maggior ragione se la risposta alla innegabile crisi congiunturale è riducibile sempre e solo a: tagli sulla qualità del prodotto, tagli “a pioggia” sui costi editoriali, incostanza (o assenza) di focus su una strategia editoriale coerente col target teorico, tagli sulla distribuzione e distonie distributive rispetto al target teorico, mancanza di un’importante leadership commerciale (sia in termini di sales force pubblicitaria, sia in termini di marketing team).

Mi sembra in definitiva che la freepress generalista avrebbe assai più senso se si riposizionasse in uno spazio digitale. Per essere triti ed esemplificare vedo più sensato in futuro un progetto come quello dell’HuffingtonPost – o, partendo dai tradizionali quotidiani a pagamento, una millimetrica calibratura dei paywalls dei vari corriere.it, repubblica.it o sole24ore.it.

L’invenzione della povertà

Vorrei premettere il mio articolo «Appunti scribacchiati sul retro della mia carta platinum». In qualche modo mi piacerebbe ripartire da esso, e superarlo.
A chi fosse sfuggito, a smemorati e distratti, ricordo, in breve sinossi, i concetti di fondo che avrebbe voluto significare:

  • l’economia consumistica crea status symbol posticci, amplificando i sensi di bisogno delle persone e facendo leva sulla necessità sociale di conformismo e di senso d’adeguatezza (o, ipotetica, superiorità/distinzione)
  • vi è un continuo ciclo in cui il fasullo status symbol decade in un prodotto di massa, per venir prontamente soppiantato da una sua nuova versione, che decadrà a sua volta, e così avanti e così via
  • l’incessante caduta verso il basso di questi status symbol origina una percezione di povertà, con un conseguente innalzamento della soglia.

La povertà è un concetto sia relativo sia assoluto. Nel primo caso si evidenzia il differenziale fra le condizioni economiche di un singolo e la media dei suoi corrispettivi (per fascia d’età, area di consumo ecc.); nel secondo si considera il livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

La variante all’estremità inferiore della definizione di povertà assoluta è quella che occorre nel caso in cui le risorse a disposizione siano talmente scarse da rappresentare un pericolo per la sopravvivenza stessa. Muovendosi verso l’alto si può aggiungere il requisito di traguardo di uno standard “minimo accettabile” o di accettazione in un contesto sociale di riferimento: entrambe le condizioni incrementali contaminano la definizione con maggior relativismo.

Una società che non è in grado di eradicare la povertà assoluta, non dovrebbe scandalizzarsi per forme di povertà relativa. Ed è quindi ad essa che rivolgo la mia attenzione.

La povertà assoluta è quella che non permette di soddisfare i bisogni che Abraham Harold Maslow definisce come “fisiologici”. Si tratta di appagare la fame, la sete, il sonno e gli altri bisogni corporali, di riuscire a proteggersi dagli agenti atmosferico-ambientali e di poter curare il proprio stato di salute.

Il nostro istituto statistico, l’IStat, ha recentemente rielaborato i criteri per la soglia di povertà assoluta in una pubblicazione alla quale rinvio gli interessati («La misura della povertà assoluta»). Non convengo con tutti i criteri impiegati, né con l’adozione di fasce d’applicazione, ma trovo che il lavoro svolto sia comunque ottimo e di gran lunga superiore a quello in valsa in altri paesi industrializzati dell’Occidente. In linea di massima trovo la nuova metodologia di identificazione della povertà pochi gradini sopra quella che qualifico come ‘assoluta’, ma significativamente inferiore a quella che si potrebbe aggettivare propriamente come ‘relativa’.

Secondo questa nuova classificazione risulta all’IStat che in Italia nel 2007 oltre il 4% delle famiglie residenti fosse sotto la soglia di povertà assoluta. Equivale a circa due milioni e mezzo di residenti. In Italia. L’Italia nel 2007 secondo l’IMF era, con circa 30.500 $/anno a testa, al 26° posto nella classifica per maggior PIL pro capite mondiale. Lo considero un piazzamento stratosferico, visto che fra i 25 a precedere vi sono paesi straordinariamente ricchi quali quelli mediorientali del Quatar, Brunei, Kuwait, Emirates, Bahrain o le ‘cassaforti’ Lussemburgo e Svizzera. Per capire quanto sia alto il piazzamento dell’Italia basti pensare che la Cina (che è 4° al mondo per PIL assoluto!) è sotto al 100° posto, e che paesi come il Madagascar o il Kenya sono dal 150° in giù.

A me sono sufficienti questi pochi essenziali dati, ossia quantità di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta, PIL pro capite e posizione nel ranking mondiale del prodotto interno lordo individuale, per una nota di stupore. Per altro la sensazione è che i due anni trascorsi dall’ultimo rilevamento, e gli ultimi tragici eventi naturali, abbiano incrementato i 2.427.000 poveri anziché diminuirli.

Credo che misure vadano prese. Innanzitutto, è ovvio, da parte della collettività, cioè dallo Stato, per cercare di meglio ridistribuire la ricchezza in modo da ridurre il più possibile la quantità di indigenti.

Ma anche a livello individuale auspico che si possano porre in essere microattività in tal senso benefiche. Prima delle quali iniziare con piccoli gesti ad aiutare il prossimo in difficoltà: donazioni di abiti dismessi o di cibo o di, anche modeste, cifre di denaro agli enti assistenziali, prestare volontariato, essere più caritatevoli in generale. Ma anche assumere un comportamento di consumo più responsabile e ragionevole, avendo più rispetto per gli oggetti e riducendo il numero di sprechi e sperperi. È giunto il momento di dischiudere le palpebre e smettere di scandalizzarsi per chi non può permettersi oggetti, tutto sommato, superflui – per iniziare a guardare negli occhi la povertà vera. Quella che pregiudica l’istruzione, la salute o la vita stessa.

Mi congedo consigliando due letture che molto portano a riflettere sul nostro standard di vita e sulla povertà: «Sult» del norvegese Knut Hamsun (in Italia «Fame», edito da Adelphi) e «Down and Out in Paris and London», documento autobiografico di George Orwell (in Italia «Senza un soldo a Parigi e Londra», edito da Mondadori). In alternativa trascorrere una mezz’ora davanti al Pane Quotidano durante l’ora di distribuzione dei pasti potrebbe essere educativo per chi fosse angustiato dal non poter cambiar auto col nuovo modello, o acquistare il nuovo cellulare finladese, o permettersi che “tutto giri intorno a sé”.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’09.