Giornalismo on line, purché con autorevolezza

Il flusso migratorio dalla carta stampata alle versioni on line sembra fatto certo. I vantaggi più appariscenti e che maggiormente ammaliano chi compie questa scelta sono un connubio di semplicità e ampiezza distributiva, nonché fattori di pura economicità.

Il primo aspetto è riferito a quanto sia banale la condivisione dei contenuti via Internet, e
all’immediatezza con la quale essi possano essere raggiunti, senza limiti di tempo o spazio.

Sui fattori di mera economicità invece due accidenti rendono ovvio che regni la confusione. Innanzitutto la mancanza di un business model di editoria su Internet che annichilisca gli altri per manifesta superiorità. E poi l’approccio oscillatorio ed incerto col quale anche i grandi gruppi editoriali mondiali hanno interpretato questo canale.

È possibile identificare le seguenti variabili principali, con un continuum di scelte per ciascuna :

  • contenuti disponibili gratuitamente versus a pagamento;
  • contenuti specifici per il canale versus mutuati dalla versione cartacea (o anche di nuova creazione, ma in ogni caso creati ‘come se’ destinati per un’edizione tradizionale);
  • contenuti dal basso (gli utenti stessi creano contenuti, gratuitamente) versus top-down (i contenuti sono creati da professionisti, onerosamente);
  • flusso di ricavi originato in proprio (da accessi a pagamento ovvero da vendita diretta di pubblicità) versus derivante da business model di terzi che insistono sul lettorato.

Il movimento ondulatorio col quale si abbracciano varie combinazioni, non sposandone
nessuna, dimostra che non si sia raggiunta una maturità in merito, né vi sia uno standard, non una best practice, che sbaragli gli altri.

Quello che però appare indubbio è che il rapporto costi/benefici (attenzione: non il rapporto
costi/ricavi…) sia molto favorevole alla pubblicazione di contenuti elettronici rispetto a cartacei. Certamente permette l’integrazione con diversi media (audio, animazioni, filmati, collegamenti ipertestuali, download di applicazioni specifiche ecc) e con tipici strumenti utili ai lettori in quanto comunità d’utenti (stampa, condividi questa risorsa, commenta la notizia). Più importante ancora consente un incredibile abbattimento delle barriere all’ingresso in termini di investimenti e capitali necessari per avviare un’attività di pubblicazione di contenuti. Questa facilità di accesso si traduce in una maggior liberalità, e quindi nella possibilità di un ampliamento del ventaglio pluralistico, di informazione e di opinione.

Pur non potendo che plaudire a questa liberalizzazione, c’è da considerare che sul risvolto della medaglia vi è raffigurata una negatività bicipite. Una faccia oscura è il rischio di information overload: la quantità di contenuti proposti è funzione diretta della facilità di accesso, e ciò comporta un sovraccarico di fonti che può essere o pleonastico, o addirittura disfunzionale. Una grafico, con alle ascisse l’utilità del lettore e alle ordinate la quantità di fonti, traccerebbe una sorta di campana: poche fonti, poca utilità; troppe fonti, troppa difficoltà ad individuare quelle interessanti, e… in medio stat virtus.

Ma il risvolto più temibile è l’incertezza sulla qualità. Come può l’utente riconoscere come affidabile un contenuto rinvenuto su Internet? Nel momento in cui non c’è un filtro d’accesso, non c’è requisito che l’autore sia un giornalista qualificato, non ci sono barriere d’accesso – in quel momento, come può il lettore distinguere il contributo di qualità da quello scadente, o mendace? Le risposte più accreditate sono due. La prima è: ricorrendo al brand che, laddove sinonimo di autorevolezza nell’editoria tradizionale, svolga on line medesimo ruolo semiotico. La seconda è: restituendo centralità e importanza al ruolo di editore, che si renda garante, nel bene e nel male, della qualità di quanto pubblicato. Che sia l’editore che imposti, scelga e filtri, e che suggelli il prodotto finale.

D’altronde è irrilevante il supporto, carta o display: se carenti di riconoscibilità ed
autorevolezza, scrivere è inutile.

E lèggere dannoso.

Articolo precedentemente pubblicato da “Comunicatori Pubblici”, HP del 20 maggio 2009

Buonanotte, ossia tre favolette che racconto a mio figlio

C’era una volta Biancaneve. Lavorava al bar del cinema Bicocca Village: vendeva popcorn e cochette. Teneva i prezzi allineati agli altri multisala, e i margini erano discreti. Grazie a una vita costellata di sacrifici, e dopo tanti anni di risparmi e piccole economie, finalmente riesce a permettersi l’auto che desiderava da tempo immemore. Compra infatti una Bentley GT Continental convertibile, di colore [fate scegliere a vostro/a figlio/a]. Al primo giorno di pausa dal lavoro, se la gira tutto il tempo in città, capelli al vento. Finché venendo sera si ferma per far la spesa all’Esselunga. Parcheggia l’auto, entra a comprare il necessario per preparare cena e quando esce, oh no!!, la Bentley è scomparsa! Dopo l’impatto di panico ha il sopravvento la lucidità, e Biancaneve sale a bordo della 60 e, passate diverse fermate, smonta davanti a una pizzeria. È la pizzeria dei sette nani, ma è un’attività di copertura, perché in realtà loro si sono dati alla ricettazione, in particolare di auto rubate. Quale posto migliore per Biancaneve per avviare la ricerca? “Ciao nani, ohi me lassa, oggi mi hanno alzato la Bentley!” dice Biancaneve. “Ma cosa ci vieni a raccontare! Che notizia terribile! Che disgrazia: la Bentley nuova color [il colore prescelto]!” vociano i nani, e in particolare Mammolo e Brontolo. “Ma voi sicuramente avrete un’idea di chi possa essere stato…”. Dotto ammette “Be’, un’idea ci sarebbe… potrebbe trattarsi di una malefatta della Strega Cattiva.”. “Ecco!, me lo sentivo. Diamo pure per certo che sia stata quella strega della Strega Cattiva. Ora ci serve un piano d’azione però.”. Eolo propone lesto “Sì certo: andiamo in fretta da lei e affrontiamola.”. E così si risolvono, salendo tutti sul Volkswagen T2 Bay del ’67 dei nani – però guida Biancaneve, ché è l’unica che arriva ai pedali. Al termine di un’impervia strada nell’hinterland e arrivati alle porte della Brianza, il pulmino si inerpica su un’erta tipica da castello incantato. Al termine della strada c’è: il castello incantato, e nello specifico quello della Strega Cattiva. Smontano tutti e otto, e Brontolo bussa al portone, abbattendo sul legno massello il grosso batacchio. Arriva un maggiordomo ad aprire “Lor signori desiderano?”. Dotto prende la parola “Buongiorno, dovremmo scambiare due parole con la Strega Cattiva.” e per risposta si sente “I lor signori mi seguano nella sala del ricevimento, mentre provvederò ad informarmi se la signora Strega Cattiva può ricevervi.”. Dopo pochi minuti di attesa il maggiordomo fa ritorno “La signora Strega Cattiva vi attende nelle sue alte stanze. Vi faccio strada.”. Qualche rampa di scale più tardi Biancaneve e i sette nani arrivano al cospetto della Strega Cattiva: Brontolo non si trattiene “Ehi, Strega Cattiva, sappiamo benissimo che hai rubato la Bentley [il colore prescelto], nuova di zecca, quindi tagliamola corta e restituisci il maltolto a Biancaneve!”. “Oh, che impeto! Come osi nano?!”. Tocca a Dotto ricomporre la frattura “Strega Cattiva, ascolta, perdona Brontolo per la sua sfrontatezza. Ma so che sei una donna d’affari, e quindi vorrei subito ci sintonizzassimo sulla stessa lunghezza d’onda. Diciamo che noi saremmo disposti a riconoscere un carico di 4.000 mele avvelenate a chi ci aiutasse a trovare la Bentley di Biancaneve. Lei l’ha parcheggiata oggi pomeriggio fuori dall’Esselunga, e non l’ha più ritrovata. Tu saresti interessata ad aiutarci?.”. La Strega Cattiva assume un’aria corrucciata e risponde “5.000 mele, nano.”. Mammolo interviene e, flemmatico propone “Facciamo a metà strada: 4.500 e non se ne parli più.”. “Affare fatto.” decide la Strega Cattiva “Effettivamente la Bentley potrebbe trovarsi qui nelle vicinanze. Tipo nel mio box doppio. Adesso il gran pasticcio è capire dove ho infilato le chiavi.”. Pisolo si gira, guarda Biancaneve, che intanto arrossisce, e chiede “Maccome?! Ma avevi lasciato le chiavi in macchina?!?!” – ma non gli torna nessuna risposta perché Biancaneve è muta dalla vergogna. La Strega Cattiva intanto si gira verso la toilette e chiede “Specchio, specchio delle mie brame, dove ho nascosto le chiavi della Bentley, ché mica me lo ricordo più?”. E lo specchio magico risponde “Ma sono nel primo cassetto del comodino!”, “Ah, ok.” e la Strega Cattiva le recupera e le porge a Biancaneve. Ma, prima di dargliele guarda Dotto negli occhi e scandisce bene “Oh, mi raccomando: la regolazione delle mele avvelenate deve avvenire entro domani.”. E così tutti hanno quel che si meritano, perché questa è una storia a lieto fine: i sette nani han compiuto una buona azione per la loro amica, la Strega Cattiva ha una carrettata di mele e Biancaneve l’auto che tanto desiderava. La morale è che talvolta è opportuno negoziare anche con chi non ci è simpatico, specialmente se c’è in ballo una Bentley. E anche: mai lasciare l’auto con le chiavi dentro.

– _- -_- -_ –

C’era una volta a Milano un Lupo Mannaro. Il problema di questo Lupo Mannaro era l’esser ghiotto di ciambelle. Ne mangiava un sacco, e gli piacevano tantissimo: le ciambelle col miele, le ciambelle con il cioccolato, le ciambelle con la crema, le ciambelle con la marmellata, le ciambelle col gelato, le ciambelle con lo chantilly, le ciambelle con sopra la granella, le ciambelle con la panna, le ciambelle [andare avanti finché il figlio/a non è stremato/a]. Un giorno apprende da un suo ex compagno di galera che la pasticceria più buona del mondo, quando si viene a misurare la bontà in termini di ciambelle, si trova a Genova nel signorile quartiere di Albaro, e si chiama Star. Così decide di organizzarsi e, a bordo del suo furgoncino, parte mentre cala il buio alla volta di Genova. Trovata la pasticceria, parcheggia nelle immediate vicinanze, calza la sua tuta nera, col cappuccio nero e le scarpette nere, agguanta il suo sacco gigante nero e si muove quasi invisibile grazie al favore delle tenebre. Accosto a un vetro, lo frantuma con colpo deciso, e si introduce furtivo nella pasticceria chiusa. Qui inizia la razzia: infila nel suo sacco gigante ogni ciambella che scorge, non lasciandosene dietro neanche una. Quando è sicuro di averle rubate tutte trascina il sacco carico del bottino, sgattaiola dalla finestra e deposita il maltolto sui sedili posteriori del suo furgone. Intanto sia detto che, al mattino seguente, i pasticceri entrano a bottega e si para loro dinnanzi uno spettacolo atterrente: a terra i cocci dei vetri dalla finestra, tutta la cucina in subbuglio e nemmeno più una ciambella… Questo ovviamente li porta a non essere in condizioni di aprire il negozio al mattino, e quindi a non incassare il minimo sghello, e tutto ciò sappiamo noi che li trascinerà in una vertigine che li porterà a chiudere l’attività – con gran scorno di tutti i gran signori del quartiere, che dovranno ripiegare su pasticcerie e latterie dei dintorni. Ma torniamo al Lupo Mannaro. Il Lupo Mannaro si è rimesso in viaggio, in direzione Milano, per rientrare alla tana e organizzarsi per rivendere al mercato nero tutte quelle ciambelle al primo chiaror dell’alba. Guida, guida, guida, ed è stanco. In più nell’abitacolo si diffonde una fragranza eccezionale di ciambella – così decide di stendere un braccio all’indietro, infilare la zampa nel sacco e afferrato il dolcino, sganaffarselo d’un solo boccone. “Gnam gnam gnam, gran buona effettivamente! Quasi quasi ne mangio un’altra, ma è l’ultima.” pensa il Lupo Mannaro. E così ne mangia un’altra, e poi un’altra ancora. E il gusto è talmente prelibato, che non riesce a interrompersi. Ormai quando fruga il sacco con la zampa tutta appiccicosa di zucchero, sente al tatto che restano ancora pochissime ciambelle e ragiona “Oh, oh, ma se seguito a mangiarle tutte, domani al mercato cosa venderò?! Tutta questa fatica, e l’investimento del furgoncino, del viaggio, autostrada, benzina… per poi non trarne neanche un malvagio lucro?!”. Nonostante questi pensieri il Lupo Mannaro seguita a mangiare finché il sacco non è vuoto. Questa cibanza scriteriata l’ha appesantito non poco, e si risolve per una sosta all’autogrill. Qui entra e chiede un caffé e una mentina. Bevuto il caffè, inghiotte la mentina e… PUUUUUM!, gli esplode la pancia da tanto aveva mangiato! Ma che Lupo Mannaro stupido! La morale è che la Star ha chiuso, e che chi ruba e non sa contenersi e comportarsi finisce sempre in qualche pasticcio di entità pari alla sua scemaggine. So che non è a lieto fine, ma mica è tutto dolce come le ciambelle, e la vita ogni tanto sa essere addirittura amara.

– _- -_- -_ –

C’era una volta Cappuccetto Rosso. Si chiamava così perché aveva un casco Bell M5X rosso. A dir la verità quasi sempre calzava un Airoh Aviator Monster, ma ormai a tutti era nota per il Bell rosso, e hai voglia a cambiar le idee nella testa della gente: era per tutti Cappuccetto Rosso, e poche chiacchiere. Un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso le chiede se per favore può infilarsi un iPad nello zaino e portarlo alla nonna (cioè la mamma della mamma, per intendersi): la nonna vive dall’altra parte della foresta, ha avuto dei problemi col digitale terrestre e vuol vedere un programma che segue sempre e che si era perso, guardandolo su YouTube. Probabilmente “La prova del cuoco”, o qualche trasmissione non dissimile. Sicché Cappuccetto Rosso sale sulla sua moto da fuoristrada, e si avvia. Questo anche se sta annottando, perché la Yamaha ha dei fari abbastanza buoni, e in generale lei tanto non ha paura del buio. Eppure, mentre percorre i viottoli a bordo della foresta, qualcosa di inatteso la sorprende. Le si para davanti, di tre quarti a bloccar l’incedere, un Lupo Mannaro [non è quello delle ciambelle, è un altro, ok?!] con una KTM 450SX replica Ryan Dungey. “Ueee, Cappuccetto, che ne diresti di una sfida contro di me, con quello sgangherone?”. Sì, perché Cappuccetto Rosso è davvero su un mezzo approssimativo: un vecchio Yama YZ’25 due tempi di vent’anni fa. Ma non per questo si impaurisce: “Lupo, dove e quando vuoi tu.” gli risponde. Il Lupo Mannaro allora stabilisce che si sarebbero trovati all’indomani mattina, al sorgere del sole, e si sarebbero sfidati lungo la Mulattiera della Mucca Matta. Cappuccetto Rosso porta l’iPad alla nonna, dorme da lei, e l’indomani, insieme ai primi raggi solari, è bella pronta all’attacco della Mulattiera della Mucca Matta. Lì trova, oltre al Lupo Mannaro, anche un terzo corridore. “Sì,” spiega il Lupo Mannaro, “ho pensato di inviare anche l’Uomo di Pastafrolla, giusto perché mi seccava questa cosa della sfida testa-a-testa. Altrimenti sembra eccessivamente un fatto personale fra noi due, e carichiamo troppo di tensione una questione meramente agonistica.”. Arriva il guardaboschi, spara una fucilata in aria, e dà il via ufficiale alla gara. Con sorpresa dei due protagonisti, è l’Uomo di Pastafrolla ad involarsi: sale la mulattiera come un capriolo su una montagna scoscesa. Ma a metà della salita una pozza di latte, che aveva rovesciato la sera prima il vaccaro, mette in gran difficoltà l’Uomo di Pastafrolla. La sua moto (di pastafrolla, mi pare chiaro…) appena a contatto col latte, si inzuppa e si invischia nello specchio latteo. Non diversamente l’Uomo di Pastafrolla stesso, che si infracica tutto, col fischio che si dipana dalla morsa del latte rammollente. È fuori gara, e Cappuccetto Rosso lo supera come un jet supersonico supererebbe un soprammobile. Il Lupo Mannaro segue a ruota, e di colpo dà fondo a manetta e riserva di motore e soprassa Cappuccetto Rosso, prendendo la testa della gara. Va forte. Va molto forte. Va TROPPO forte! A una curva manca la spalletta d’appoggio, e anziché svoltare, salta via da un piccolo dirupo. Si spatascia, si spacca un po’ di ossa, ma è vivo. Per Cappuccetto Rosso tagliare il traguardo in cima alla Mulattiera della Mucca Matta è una passeggiata, e nessuno nella valle la importunerà più obbligandola a dimostrare quanto sia brava nel fuoristrada. La morale è che per andar bene in fuoristrada non puoi avere le gambe di pastafrolla; e che non importa avere la moto più potente del mondo, perché quello che conta non è la racchetta ma il manico. Questa è una favola a lieto fine, tranne che per il Lupo che necessita di cure ortopediche, e per l’Uomo di Pastafrolla cui serve un phon.

Quarantanovesimi in libertà di che cosa?

Nella mia testa era in corso un gran balletto, un can can, molta confusione, parecchio trambusto carnascialesco. Finché non è arrivata dalla Direttora la nuova commessa, cui andrebbe aggiunta una “s” all’inizio – o che meglio sarebbe chiamare sfida. E allora tutti i tasselli, incastro per incastro, si sono ordinatamente ricomposti in una visione più chiara e serena del polverone che ciarlatani ciarlieri, da destra e da manca, mi avevano sollevato sulla libertà di stampa.

Intanto ho diradato nella mia mente la nebbia del grande equivoco. Perché si tende a raccogliere in un’unica fascetta diversi tipi d’erba: per superficialità, o per ignoranza, o per mala fede si etichetta con “libertà di stampa” diversi aspetti del tema.

Il polverone si risolleva lo scorso ottobre [2009], con il report puntualmente stilato da R.S.F., organizzazione che è di casa in Francia. E chiama il tutto «Classement mondial de la liberté de la presse», credo ben traducibile in italiano con l’espressione “libertà di stampa”.

Ma questo concetto è inanellato con una serie di altri, e il soffermarsi a discutere o definire o giudicare sotto questo o quell’aspetto è ciò che genera confusione.

Innanzitutto alla base della libertà di stampa ci dev’essere l’indipendenza della stampa, che permette la libertà di parola, senza la quale non vi è libertà di opinione. Ripartiamo da quest’ultimo, che è in realtà il principe, principale e primo dei concetti in merito – tant’è che si tratta di un diritto riconosciuto costituzionalmente.

Per pedanteria muovo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 19 recita: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione […] e quello di […] diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo”.

E mi sembra una decente base di partenza, visto che si affastellano tre livelli: pensare liberamente (libertà di opinione), esprimersi liberamente (libertà di parola), diffondere liberamente ciò che si pensa (libertà di stampa).

È sì interessante ragionare sulla libertà di stampa, ma affrancati prima i due passaggi preliminari: pensieri e parole.

La libertà di stampa poggia quindi sulla premessa che non si venga “molestati” (per usare l’espressione della Dichiarazione Universale) in alcun modo per pensare ciò che meglio si crede. E ciò a sua volta poggia sulla libertà di poterlo esprimere.

Il processo intermedio non è di poco conto. Tremo a ricordare, benché letteraria, l’orwelliana Thinkpol, ossia la distopica polizia del controllo mentale che per tramite di psicologia e sorveglianza (The Big Brother) scopre e punisce i reati del pensiero. Idea messa su carta nel 1948 per «1984», nasce fresca di regimi totalitaristi europei purtroppo reali anziché letterari: “squadracce”, persecuzioni razziali e stalinismo non sono lontani. Mai dare per scontato il lusso di poter formarsi una propria opinione, contraria alla maggioranza o al regime, senza essere perseguito e perseguitato – alle volte anche senza averla nemmeno espressa…

E dunque libertà di espressione. La mia opinione può essere formulata e comunicata attraverso ogni mezzo. Debbono però sussistere alcune condizioni. Su di esse si basa lo stesso senso di civiltà che permette di avere una libertà di espressione. La Costituzione Italiana limita la libertà alla condizione di rispettare il “buon costume” – di norma con riferimento ad evitare di offendere il pudore. Altre Leggi invece circoscrivono il campo aperto con i, giusti, paletti della riservatezza ovverosia quella tutela che con anglofilia si battezza come della privacy. O di certo non ci si può aspettare di restare “non-molestati” nel caso la propria opinione diffami un terzo – cioè danneggi la reputazione altrui.

Insomma, è vietata la censura o l’autorizzazione preventiva (sempre grazie all’articolo 21 della Costituzione), ma è logico ed equo che vengano concordate, come norma e sinonimo di civiltà, alcune demarcazioni che garantiscano la reciprocità dei diritti. Come mi sarei espresso da ragazzino: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Un piccolo inciso, che meriterebbe nemmeno un articolo ma un’intera pubblicazione a parte: il problema del senso del pudore e della definizione di costume “buono” è autoreferenziale. Banalizzo per rendere l’idea: il progressivo accorciamento delle gonne e assottigliamento dell’area che veste il petto femminile avviato dalle televisioni commerciali (Mediaset) in programmi pur in “fascia protetta”, o le copertine via via più “svestite” di alcuni settimanali generalisti («Panorama», «L’Espresso» et cetera), hanno ormai sdoganato e formato un nuovo senso del pudore. Che quindi legittima se stesso. E così avanti e così via. Il senso del pudore trova nei media un termine di definizione, e a sua volta crea (recte: dovrebbe creare…) nuovi contorni di confine dei media stessi. Fine dell’inciso.

Ecco. Pur nei limiti riconosciuti la mia libertà di espressione si innesta però su una piena compiutezza solo in un contesto di libertà di stampa, in un ambiente in cui possa aver accesso a un mezzo che, in modo non mediato, riproduca e renda pubblicamente accessibile il mio pensiero.

È per questo che fra libertà d’espressione e libertà di stampa trova spazio il concetto di indipendenza della stampa.

Se “la stampa” (in quanto mass media lato sensu, cioè mezzi di comunicazione di massa) è indipendente vuol dire che chiunque ha la potenzialità di imboccare un canale attraverso il quale veicolare il proprio pensiero. In carenza di questa condizione, l’opinione non necessariamente trova il mezzo di divulgazione, e cadono libertà di stampa e di parola.

Una chiave di volta però riposa nella quantità di canali disponibili offerti oggi a chi vuole esprimere il proprio pensiero. Comunque non nella televisione nazionale, non nella stampa quotidiana, non nei settimanali d’opinione. Abbiamo tutto un canale, Internet, nuovo e dalla sezione amplissima: il flusso che consente è dal gigantismo di difficile immaginazione. Con la sua lunghezza di coda tutti vi possono trovare ospitalità, purtroppo persino spesso avendo più facilità di trasgredire quei limiti di buon senso imposti alla libertà di espressione.

Blog. Forum. Siti di informazione e di opinione.

Principali limiti diffusi di questo nuovo sfocio sono la difficoltà di mettere in evidenza il proprio avamposto di pensiero nel bailamme internettiano e la carenza di controllo e certificazione, seppur di massima, che collateralmente rendano autorevoli e attestati questi contenuti provenienti “dal basso”.

A questo punto si inarca la seconda volta, la cui chiave è il nocciolo di questo mio intervento. Il sistema dovrebbe acconsentire anche una libertà di accesso all’informazione. La Legge sulla stampa, ad esempio, obbliga le rivendite di giornali – e a loro volta tutti gli attori della filiera distributiva – a diffondere qualsiasi pubblicazione, a patto che sia lecita. Si sancisce insomma che il canale è libero, e in funzione delle capacità diffusionali dell’editore, tutti siano liberi di scegliere di approvvigionarsi al canale informativo che più incontra il gusto, il favore e la rispondenza ideologica.

Due grandi nemici minacciano questo aspetto della libertà. Il primo è il sovraccarico, il secondo è lo strapotere.

Il sovraccarico trova esemplificazione in 999 canali satellitari o meglio ancora nel già, per altro, citato delirio di quantità di informazione pubblicata via Internet. Troppe opzioni rischiano di trasformarsi in una non-opzione. La grande scarsità di tempo e di attenzione dei giorni nostri mal si attaglia alla necessità di ricerca e selezione della fonte giusta, la cui “giustezza” spesso è valida solo di volta in volta o di tema in tema.

Lo strapotere è invece dato dal monopolio o dall’oligopolio o dal controllo allargato da parte di uno o pochi editori dei mezzi di informazione. Tranne in casi eclatanti (che è inutile citare perché sotto gli occhi di tutti in quanto eclatanti…) nei quali si manifesta una concentrazione monopolistica, questo nemico è particolarmente insidioso per il suo esser camaleontico.

Si confonde infatti spesso con il fondale del successo di pubblico. Un sistema d’informazione fair dovrebbe permettere di accedere anche a canali informativi “di minoranza”, che per definizione soffrono quindi di un deficit di gradimento da parte del grande pubblico. Con questo riferendosi ai media tradizionali: quotidiani, televisione terrestre, satellitare, stampa periodica e anche distribuzione libraria – e anche in quest’ultimo campo l’Italia assiste ad una grandissima e pericolosa concentrazione. In altre parole si legittima lo schiacciamento degli spazi da parte dei grandi players giustificando con il fatto che “piacciano”, e innestando un circolo  che (come nel caso della definizione del “buon costume”) si autoreferenzia. Non mi riferisco invece ai nuovi media, come Internet, che, salvi particolarissimi sottocasi, soffrono più di limiti informativi dovuti al sovraccarico che allo strapotere.

La via della libertà è lastricata di buone intenzioni ed altisonanti parole, ma cova insidiosi ostacoli. Il percorso a ritroso che segue la mia fame di informazione è impervio.  Scendo in metropolitana e mi viene ammannito un quotidiano gratuito che non voglio e che non riconosco come autorevole – ma è gratuito, l’inattività a bordo del trasporto pubblico ha il sopravvento, e lo leggo (tempo e spazio mentale occupato con la forza) [qui torno a scrivere sui freepress]. In edicola mi rispondono che il giornale che chiedo non esce più: l’editore è fallito. Della mia seconda richiesta mi dicono che non ne sono rimaste più copie: il distributore locale ne consegna 2 (DUE!) copie. Compro uno dei quotidiani in voga, le cui regge esondano dal sotto banco dell’edicolante. Le notizie che leggo sono smentite da altri quotidiani en vogue. E qui mi riferisco a NOTIZIE, che dovrebbero essere fatti obiettivi, e non d’opinione. Smentite e denigrate. Alla sera le trasmissioni d’opinione sui canali televisivi nazionali sono campo di battaglia in cui le notizie di quello o quell’altro giornale sono messe nuovamente in discussione e in ridicolo. Si dice questo, ma si tace quest’altro. Si scrive questo, ma la verità è altra. Si titola così, ma nell’articolo si legge altro. E io querelo. E tu diffami. E via così. Su Internet mille blog e su Twitter mille cinguettii commentano con la peste e con le corna qualsiasi posizione, qualsiasi visione dei fatti viene tanto elogiata da alcuni quanto sprezzata da altri. Intanto ci si appella accoratamente al diritto di cronaca quando si trasmettono servizi telegiornalistici sull’appropriatezza dei calzini di un magistrato. Intanto un editore è incerto sulla messa in onda di questo o quella giornalista, perché manca la “copertura legale” della Rete. La mancanza di un pluralismo concreto ed effettivo viene soffocato dalle grida del “chiunque si esprime”, e questo sistema incentiva il mulinio caotico, la rissa, il battibecco, l’alterco, la controinformazione, spacciando il deforme sovraccarico per pluralismo. E proprio perché tutti possono esprimersi il conduttore del programma televisivo gestisce coram populo telefonate in diretta dal Presidente del Consiglio dei Ministri [Silvio Berluscono, all’epoca dell’articolo]… Presidente che in altre occasioni osserva e giudica lo stato del sistema televisivo, o lancia anatemi agli inserzionisti di questo o quel quotidiano o settimanale, o discredita certa stampa estera cui è inviso.

Non so se sia un panorama da 49° classamento mondiale. Oppure 109°. Oppure 9°.

Però qualcosa che non funziona, qui, credo ci sia.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, novembre’09.

Take me away

Non so se serva ripeterlo (ma lo faccio, ché è gratis): qui scrivo di take away. Nel senso che ciapi e porti a ca’. Son cinque serate in cui ho provato cinque soluzioni diverse: in tutti i casi mi sono fiondato a casa, e ho bevuto cochetta – quindi i costi si riferiscono al solo cibo, niente coperto (take away!!) e niente bevande. Soprattutto stiamo ragionando su Milano, fra i capoluoghi più ingiustificatamente cari d’Italia.

La sera più miscia

La sera più miscia è quella della pizza: vai all’Isola del TimeOut, chiedi una ‘rita, aspetti, te la inscatolano e paghi 6 euro. Mi riferisco a una pizza Margherita ordinaria, stile pseudo-partenopeo (nel caso: il cuoco è equadoreño…) e perciò non una roba quadratosa o gigante (tipo EcoPizza) o, peggio, alta (tipo Spontini). È un disco di dimensioni umane, dall’impasto sufficientemente edibile a maggior ragione se ingerito tiepido. Formaggio “da pizza”, di quelli che appena raffreddano diventano tipo cera fusa rappresa (mai assaggiato la cera fusa rappresa, ma mi immagino sia simile anche un gusto, e non solo d’aspetto – tipo però con più paraffina). A pummaro’ è quel che è, però atossica. Una fogliolina di basilico è sperduta laconicamente al centro. Insomma molto molto meglio della pizza chimica di Tipico dei bei tempi delle nottate di hard core gaming, molto meglio dei cicconi bubblegum, pur se si resta lontani da una Pizza con l’iniziale maiuscola.

Paninaro del terzo millennio

Milano è la città culto del panino. Magari dedicherò un altro post sui locali storici del panino meneghino (Quadronno, Crocetta, Paninoteca, DeSantis, Bistrò, Sergio&Efisio, Gattullo &c), qui basti accennare al fatto che il Panino Giusto sia uno fra essi. In realtà non raccatto il cibo nella prima tavola fredda (quella di corso Garibaldi), ma in una delle varie sedi periferiche. Prendo un Marlon (pancetta e burro) e un Montagu (roast-beef, pomodoro, rucola più limone ed olio). Piccola parentesi: il Montagu è il panino flagship del bar, visto che Montagu è il cognome del quarto conte di Sandwich; e si deve con ogni probabilità a lord Sandwich il fatto che i panini si chiamino… sandwich! La tradizione vuole che il settecentesco lord, appassionato di gioco d’azzardo, cercasse di non perder tempo lontano dal tappeto verde e quindi per non lasciare il posto si facesse portare il cibo mentre giocava; per riuscire a mangiarlo con più disimpegno si faceva farcire il pane con il pasto, da cui l’invenzione del sandwich. Il Panino Giusto, anche nell’insegna, scimmiotta lo stemma araldico di John Montagu. I loro sono panini ottimi, e li mangio da decenni: il pane è preparato da loro, e finisce la cottura sotto la piastra, mentre l’imbottitura dei panini viene preparata separatamente (tutti sono preparati al momento dell’ordine). Sono piccoli, stretti e lunghi, ma la farcitura è davvero di pregio ed abbondante. Comunque per i due panini siamo a più del doppio della pizza 12,70 euro.

Tradizione scozzese

Il fast food non presenta esimenti: in una dieta bilanciata (har har har) non può difettare. Quindi una sera si raccatta dallo scozzese, ovvero Mac Donald’s. Milano è ormai orfana di Burghy’s e Wendy, e priva di locali d’alto livello tipo il londinese Guerrilla Burger oppure Jeff’s Burger di La Jolla, o Pop Burger di NYC (ho citato forse i miei tre preferiti in assoluto) e al massimo offre MamaBurger, Pig, e poco altro. Però, come autentici fast food, über globalizzati e industriali, c’è una minoranza di Burger King e, appunto, lo scozzese. Qui prendo un panino NYCrispy (carne, bacon, lattuga, salsina), un MacWrap (una specie di burrito con pollo fritto, pancetta, lattuga, salsina), sei MacNuggets (bocconcini di pollo fritto) e patatine medie. La cassiera vuole 15 euro miei. Quasi il 20% in più del Panino Giusto, per la mia sorpresa. Certamente la quantità è superiore, ma la qualità non è paragonabile. Né quella delle materie prime, né per la preparazione, né per la qualità nutrizionale, né per l’aspetto delle cucine in cui viene assemblato il cibo.

Al rosticcer non far saper

Un’ottima mia alternativa per la cena è passare in rosticceria e scegliere un menù da ristorante, senza coperto, senza essere turlupinato anche sulle bevande, e senza patire attese del servizio e casino ambientale. Tutto può essere consumato con calma mentre si ascolta a casa Sergei Rachmaninoff, o si segue il tiggì. Io vado da Palazzi, dove mi trattano sempre con familiare cortesia e i gusti delle pietanze non sono troppo dissimili dai miei. Nel caso alzo una vaschetta rasa di tortellini di magro con panna al tartufo, e una cotoletta alla milanese (what else?!) davvero gigante, accompagnata da una porzione di patate al forno. In regalo anche due pacchettini di focaccetta – e tante grazie, visto che nella mia cucina defezionava pure il pane fresco. Sono 17 euro. Mica poco. Ma quanto avrei pagato in un ristorante una cena con un primo, un secondo di carne e un contorno? Tanto tanto di meno?

Once you go asian, you can’t go caucasian

OK, fatto è che non impazzisco per il cibo cinese, o thai, o vietnamita, o indiano &c. Sono piatti che mangio di sicuro sul posto, ma l’idea di mangiare quel tipo di cucina a Milano non mi entusiasma. Al contrario sono stato abituato da più di 30 anni a mangiare giapponese. Qui qualche locale trovo sia di altissima qualità, ad esempio il Fuji di via Montello o Yoshi di via Parini (purtroppo da anni ha chiuso l’ottimo Fujitaka in via Morosini, e mi manca, dai bei tempi che furono, anche La Compagnia Generale dei Viaggiatori Naviganti e Sognatori, in via Muratori). Ma anche nei miei dintorni ci sono parecchie buone cucine nipponiche: MySushi, This Is Not a Sushi Bar, Kyoto, lo storico Poporoya e il cugino, di fronte, Shiro. Questo giro sono andato da Sendo. Mi sono fatto preparare il maguro tataki (una scottata di tonno), accompagnato da riso bianco, e sedici uramaki: metà con salmone cotto e metà col tonno piccante (spicy tuna). Il totale ha cubato un bel 30,50 euro. Più del doppio del fast food.

Da tutto questo non riesco a discenderne una morale. Forse che avrei risparmiato incredibilmente se avessi acquistato gli ingredienti e mi fossi messo a spignattare. Ma ne siamo così sicuri? Al di là dell’impagabile sbattone (o, per essere più seri, del costo sostitutivo del tempo), c’è da considerare che per una cotoletta devi prendere una fettona da quarto di chilo di lombata di vitello, poi hai la panatura, il burro, il limone (a sensazione mi parrebbe sui 5 euro, per un comune mortale milanese), o che per il maguro tataki devi sceglierti davvero una gran sberla di tonno rosso, cipolla, insalata, la salsina teriyaki e il riso bianco. E soprattutto devi saperlo preparare almeno bene quanto in una cucina di ristorante giapponese…