L’economia è tutta qui

L’economia in generale è tipo l’astrologia. Poi ci sono sue branche vagamente più simili all’astronomia. Pochissime simili all’astrofisica.

Lo spazio è siderale, dalla politica economica alla gestione aziendale. Il marketing, l’organizzazione del lavoro. Dalla scienza delle finanze alla finanza mobiliare. Quest’ultima è forse la disciplina che più riporta agli aruspici e alla stocastica da lancio di astragali. Fra tutte le pubblicazioni che vaticinano o cianciano in materia, ecco la mia diecina preferita.

X) The Success Equation, di Michael J. Mauboussin

IX) Baburu, di  Karl Taro Greenfeld

VIII) Technical Analysis from A to Z, di Steven B. Achelis (Analisi tecnica dalla A alla Z, per Trading Library)

VII) Rogue Trader, di Nick Leeson

VI) The (Mis)Behaviour of Markets, di Benoit B. Mandelbrot (Il disordine dei mercati, per Einaudi)

V) Beat the Dealer, di Edward Oakley Thorp

IV) Liar’s Poker, di Michael Lewis

III) Reminiscences of a Stock Operator, di Edwin Lefèvre

II) Against The Gods, di Peter L. Bernstein (Più forti degli dei, per Il Sole 24 Ore)

I) The Intelligent Investor, di Benjamin Graham

Non ce l’hanno fatta, ma meritano una citazione: “Fortune’s Formula” di William Poundstone, “Inventing Money” di Nicholas Dunbar, “My Life as a Quant” di Emanuel Derman, “Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds” di Charles Mackay ed “Investire con l’analisi tecnica” del bravissimo mio amico Michele Maggi – scomparso troppo giovane.

Alcuni dei libri di cui sopra erano già citati in questo mio articolo di cinque anni fa.

All-times coin-up games Top 15

C’è stato un tempo in cui, se volevi davvero giocare a videogiochi, te ne andavi al bar, e giocavi con quel che trovavi nello chassis. Il momento serio era invece spendere del tempo di qualità nelle “sale giochi”. Quella del mio paesello si chiamava “Dedalo”. Quella della città più vicina si chiamava “Taboga” (e per scendervi potevi anche scivolare giù su un… taboga). A Milano invece si trascorrevano i pomeriggi da Astragames: erano gli anni ’80, giravano in San Babila ragazzini fighetta con i Duran Duran di “Wild Boys” negli walkman, nel parchetto lì dietro c’erano i tossici che si facevano in vena lasciando le loro tracce di siringhe – ma noi si scendeva giù dietro la piazzetta del Liberty, e si giocava finché non s’esauriva la paghetta. Mi ricordo una trasferta infinita solo per presenziare all’apertura di una sala giochi a Gallarate (?!). Mi ricordo i pomeriggi in cui ero in anticipo dalla fidanzatina, e per intrattenermi scendevo nella piccola sala giochi di Sestri Levante. Oppure la sala giochi in Times Square, alla fine anni ’70 e poi inizi ’80, insegna “Play Land”. O il bar Papaja (ribattezzato “Topaia” causa rinomata qualità igienica), il bar Garibaldi, la Taverna, il bar della stazione ferroviaria, il bar dal sottopassaggio, il bar Aurelia, le salette precarie ai luna park itineranti, e altre bettole e altri mille posti ancora… Insomma: si è giocato TANTO a quelli che i più sbrigativi chiamano arcades (visto che, appunto, di norma si trovavano lì) e cui di fatto è giusto invece riferirsi con coin-up (visto che, a ogni partita, smollavi il gettone – o le 50 lire, o i 25 cents &c). Adesso i bar, anziché biliardi, biliardini, flipper e videogiochi, sono pieni di “videopoker” – e credo che anche questo sia un segno che il mondo è una merda. Comunque. Qui di seguito la personalissima classifica dei miei 15 preferiti.

15) Alpine Racer. Nel 1995 dalla Namco viene fuori uno chassis fichissimo, il primo che avvicina vagamente a un’esperienza realistica dello sci (mia grande passione). Impugnature, coppia di sedi per alloggiare i piedi, per angolare e spigolare e addirittura ventole per trasmettere la sensazione della velocità. Il videogioco in sé non era nulla di particolare, ma resta per me un sistema di controllo da annoverare fra quelli realistici.

Alpine

14) MoonPatrol. Un rover lunare che affrontava pericoli pazzeschi in scroll orizzontale 2D: si trattava di saltare buchi, saltare rocce, evitare spari nemici, colpire gli avversari con un simpatico cannoncino fisso a 90° nel retro del pickup spaziale. La Irem nel 1982 si era immaginata questa geniale trovata.

Moon Patrol

13) Kung-Fu Master. Due anni dopo Moon Patrol, 1984, la Irem (AVJapan) ambienta sempre uno scroll 2D nel Giappone del kung fu. Cinque piani del palazzo di Mr. X lungo i quali il protagonista si deve far strada per salvare la fidanzata Sylvia. Geniale. Nello stesso anno arriva, sempre della AVJapan, un altro classico del Far East: Karate Champ. Credo però che sia a Kung-Fu Master che la Sega si ispirerà nel 1987 per il celebre Shinobi. 

12) Virtua Fighter. Di Virtua Fighters ce ne sono stati davvero un badaluffo: io resto innamorato del primissimo. Per essere il 1993, bellissima renderizzazione di questo picchia-picchia della Sega. A Milano ci giocavo con Toti nella sala giochi nello spiazzo di Porta Venezia (poi andata a fuoco), a Chiavari ci giocavo con Fabio nella sala giochi in fondo al porto (non arsa – ma purtroppo anche questa non esiste più). Per me rimane il picchia duro più divertente, più di altri ben più famosi: Street Fighter, Mortal Combact, Tekken… 

11) Mikie. Gioco assurdo, e forse per questo rientra nella mia Top 15, e manca per un soffio la Top Ten. Konami nel 1984 presenta al pubblico una sorta di maze 2D in cui bisogna sculettare i compagni di scuola giù dalla seggiola. Non so se rendo l’idea. Per altro il primo livello ha una versione electro di “It’s been a hard day’s night” dei The Beatles. 

10) Gal Panic. Il retro del bar Avgvstvs (LOL) era un mondo a sé. Renna gestiva con stile, ma noi ragazzini avventori eravamo quel che eravamo – potevi mica pretendere troppo. Nella mezza dozzina di videogiochi, stipati dietro i flipper, si trovava anche una versione pruriginosa di Qix (Taito, 1981). La versione Kaneko, del 1990, aveva il plus che, a ogni livello superato, si scopriva una ragazzina stile manga! Davvero morboso al punto giusto. 

9) Sega Rally Championship. Videogiochi di gare in auto, ok. Ad esempio Pole Position (Atari, 1982), Buggy Challenge (Taito, 1984), SuperSprint (Atari, 1986), OutRun (Sega, 1986), Daytona (Sega, 1993), Indy500 (Sega, 1995). Come si nota da questi ultimi titoli, una rincorsa di Sega sfociata nel 1995 in Rally Championship (ma universalmente nota come “Sigarelli”, così, una parola sola). Oh, era roba tipo Delta HF Integrale Martini Racing contro la Toyota Celica GTFour di Carlo Sainz, mica pizza&fichi. Bel gioco di guida che, nella versione con cabinet gigante, permetteva sfide all’ultimo sangue. L’ultima (che ho perso) contro il grande maestro Igi, alla sala giochi del porto di Genova – anche questa è oggi con la serranda definitivamente abbassata, ma che te lo dico a fare.

8) Tetris. Meraviglioso tormentone puzzle game, portato nel 1988 dall’Atari direttamente dalla Russia (Alexey Pazhitnov il programmatore) e poi elevato all’ennesima potenza dal GameBoy di Nintendo. Incastrare blocchetti colorati. Quale attività potrebbe essere più sexy per un maniaco ossessivo compulsivo? Metti in ordine o muori. Meglio sistemi più a lungo sopravvivi. Mi pare il modello di un ecosistema perfetto.

Tetris

7) Arkanoid. Bar Colombo, da Lippi (pace all’anima sua) a mangiar “focaccette”. A ogni ora del giorno e della notte. In condizioni psicofisiche pessime. E a contorno sfidare Arkanoid senza soluzione di continuità. Arkanoid è uno dei casi in cui non prediligo i titoli progenitori, ma un derivato. Infatti si tratta di un tardo paddle game della Taito: siamo nel 1986. Ben dopo gloriosi giochi, pietre miliari della storia arcade: BreakOut (Atari del 1976) e soprattutto il mitologico Pong (Atari del 1972). Da ricordare che “il mattoncino bianco, come il crimine, non paga mai”. 

6) Lady Bug. Uh, sala giochi di Courmayeur, dietro via Roma. Davvero un miliardo di ore giocate a Lady Bug, poi proseguite a casa su Coleco. La Universal nel 1981 propone questa versione di PacMan, un gioco di un anno prima della Midway “vagamente più famoso” di Lady Bug. Peccato che [bestemmia] la versione coccinella mi piaceva molto più di PacMan! OK, mancano Shadow-Blinky, Speedy-Pinky, Bashful-Inky e Pokey-Clyde (ossia i fantasmini più fichi del mondo), però Lady Bug aveva due fattori strategici geniali. Il primo: i dot-lettera, con i quali comporre la scritta “Special” (una partita gratis) o “Extra” (una “vita” in più). Secondo: introduceva un altro fattore strategico, potendo modificare i percorsi, facendo ruotare alcune barriere mobili. Da quando superavi il livello col rafano, tutto era già un sogno di bravura… 

5) Phœnix. Si sarà già capito, da Lady Bug anziché PacMan, da Arkanoid anziché BreakOut, da Gal Panic anziché Qix, da Virtua Fighter anziché Street Fighter, che mi piace dar spazio anche a quelli che non sono primi della classe. Come ad esempio Space Invaders (Midway, 1978), al quale ho sempre preferito Phœnix o persino Galaga (Namco, 1981). Forse perché nel 1980 a Montecarlo, minorenne, non avevo accesso al casino – e quindi venivo parcheggiato a giocare a videogiochi, fra cui appunto questo spara-tutto 2D ad impostazione verticale della Centuri. 

4) Pengo. Un altro puzzle/maze game a piattaforma chiusa, che secondo me ha in qualche modo ispirato Bomberman (HudsonSoft, 1983 – credo inizialmente realizzato solo per home PC). Gioco Sega del 1982 con simpatico pinguino dal nome di ennesima storpiatura in versione orientale (invece “Pingu”, l’animazione elvetico-britannica, è del 1986) che spinge blocchi di ghiaccio per sfrittellare fastidiosi animaletti polari. L’ho giocato in diversi angoli del mondo, fra cui insensata isoletta greca delle Cicladi con una sorta di sala giochi (stanzone vuoto con qualche cabinet gettato a casaccio). Colonna sonora mitica senza fine: “Popcorn” di Gershon Kingsley (ok, forse più nota la cover degli Hot Butter) in versione ultra-8bit. 

3) Cliff Hanger AKA Lupin III. WOW. Top three. Davvero olimpo dei miei giochi. Questo titolo è stato in ballottaggio con un altro, cui sono molto affezionato, perché giocato per sere&sere insieme al maestro Nippe alla sala giochi di Madonna di Campiglio: Dragon’s Lair. Il motivo del raffronto è che entrambi erano i primi con una qualità grafica da cartone animato televisivo. Siamo nel 1983, e la Cinematronic usa un piccolo espediente: usa una qualità TV-like perché nel cabinet infila… un LaserDisc! Nota: il LaserDisc sarebbe dovuto essere il successore digitale delle videocassette (VHS, Betamax…), come è stato per il CompactDisc con le musicassette ed i vinili. Invece è stato come il MiniDisc: uno standard mai decollato. Ma impiegato all’interno di un videogioco inizio anni ’80 assolveva egregiamente al suo sporco lavoro. In modo molto sommario: la logica era che con il joystick (e con i pulsanti) si comandava il lettore del disco. Quindi di fatto si trattava di una successione di mini filmati che però, se immersi nel gioco, davano una qualche impressione di controllo del personaggio. Cliff Hanger, stesso anno di Dragon’s Lair cioè 1983, funzionava identicamente, basandosi su LaserDisc. Mentre il primo era basato su animazioni (se non erro) Disney, quest’altro era un estratto da film di Miyazaki (“The Castle of Cagliostro”) e Yoshikawa (“Mystery of Mamo”), tutti ispirati a Lupin III di Monkey Punch. Tuttavia, forse per qualche problema di diritti d’autore per la Stern, il protagonista del videogioco è tal Cliff… inspiegabilmente identico a Lupin, con una Fiat 500, l’amico Gighen &c… 

2) 1943. Qui si spara a tutta gallara. Spara-tutto 2D a scroll verticale per me leggendario. La Capcom li rilascia un po’ a caso. In realtà il primo è 1942 (nel 1984), poi c’è 1941 (nel 1990). In mezzo, nel 1987, c’è appunto questa versione, altrimenti nota come “The Battle of Midway”. C’è poco da aggiungere su questo titolo: qui bisogna farsi strada per 24 livelli a colpi di “pulsante – fuoco” e andare di cabrata al momento strettamente necessario. 

1) BubbleBobble. Perché il palmares a Bub&Bob? Non lo so. Non ho idea. A me pare che BubbleBobble significhi qualcosa. Ovviamente non riesco a immaginare cosa. Ma qualcosa vorrà dire. Insieme a questo spettacolare titolo della Taito del 1986 mi pare giusto ricordare una sorta di predecessore, Bomb Jack (Tehkan, 1984), e un suo successore: Rainbow Island (Taito, 1987). I due draghetti sono anche protagonisti di Puzzle Bubble (Taito, 1994), altrimenti noto come “Bust-a-Move”, ossia un BreakOut al contrario.

Bub & Bob

Alcuni titoli PAZZESCHI che sono inspiegabilmente rimasti esclusi da questa classifica: Asteroids (Atari, 1979), Centipede (Atari, 1980), Missile Command (Atari, 1980), Carnival (UPN, 1980), Frogger (Sega, 1981), Donkey Kong (Nintendo, 1981), Tron (Bally, 1982), Q*Bert (Gottlieb, 1982), Track & Field (Konami, 1983), Roc’n Rope (Konami, 1983), Circus Charlie (Konami, 1984), Marble Madness (Atari, 1984), PaperBoy (Atari, 1984), Bank Panic (Sega, 1985), Commando (Capcom, 1985), Ghosts’n Goblins (Capcom, 1985), Enduro Racer (Sega, 1986), R-Type (Nintendo, 1987), Neo TurfMaster (SNK, 1996), DanceDance Revolution (Konami, 1999), Silent Scope (Konami, 1999).

EDIT: Una grande mancanza: Pooyan (Konami, 1985). Ci giocavo, lo chassis affiancato a Roc’n Rope, al Caffè Centrale in piazza Cavour.