Asfaltare la speranza

Le mie capacità di analisi e giudizio basate sugli elementi che ho a disposizione mi portano provvisoriamente a concludere che in seguito alla cessazione della vita troveremo ad attenderci solo nulla ed incoscienza. Così come concludo che la percezione del sé figli da una sofisticata proiezione mentale, sovrastruttura cognitiva elaborata da un sistema nervoso centrale ipertrofico. Che sia dovuto allo sviluppo semantico di un linguaggio o causato dal mero superamento quantitativo di una soglia limite neuronale (complessiva o di singole aree funzionali del cervello), ritengo che questa autopercezione sia comunque hardwired nel nostro cervello. Una volta che l’attività cerebrale cessa irreversibilmente in seguito ad un processo esogeno (traumi, agenti patogeni…) o endogeno (invecchiamento e morte cellulare), oppure in generale vi sia un arresto cardiocircolatorio che ne interrompe il sostentamento, allora: EOT, fine della pacchia, tabula rasa, lavagna nera. Niente anima, niente metempsicosi, niente reincarnazione e trasmigrazione e nemmeno Walhalla, niente paradiso “del Misericordioso” con tanto di vergini, né tripartizione dantesca, niente resurrezione dei corpi al giorno del giudizio. Semplice non essere.

A questa visione che mozza le gambe alla speranza di eternità ed ha ruolo di anti-narcotico verso l’oppio dei popoli, si innesta la desolante convinzione che non esista un senso nella vita. Inteso come un “senso ultimo”, come “senso universale”, come un unico scopo comune a tutti gli esseri umani: cerchiamo di dare un senso a qualcosa che non ha senso. Cerchiamo di attribuire una storia a una catena di accadimenti casuali. Questo perché la nostra meccanica razionale, così come codificata da Aristotele in poi, richiede un’interpretazione ambientale degli avvenimenti circostanti basato su causa→effetto. E ciò matura in una necessità atavica di individuare un sequitur narrativo. Visto che la gran prevalenza delle attività umane effettivamente calza allo schema causale, visto che siamo vincolati ad un asse del tempo positivo, visto che la nostra vita è scandita da “storie”, visto che siamo abituati a vedere film e leggere libri preconizzandone il “corretto” epilogo, finiamo per estendere questi attributi anche dove non esistono. Uno degli aspetti del rovescio di questa medaglia è ad esempio lo straniamento, il disagio che ci suscitano le opere incompiute, i misteri inspiegabili, le questioni insolute o anche più semplicemente quando ascoltiamo linee melodiche irrisolte. È il presupposto della mania antropocentrica, che si immagina l’universo come disegnato da una qualche intelligenza superiore appositamente per l’uomo, che immagina l’uomo come dominus assoluto della Terra (se non colono dello spazio), che pensa che la storia sia al massimo di duecentomila anni (contro i 14 miliardi di anni dell’universo) o peggio creata in sei giorni netti, che la teoria evoluzionistica sia infondata. Insomma l’antropocentrismo sfrenato veste a pennello fanatici, ignoranti e chi crede che il sole e la luna girino intorno alla Terra – che, se possibile, gradirebbero piatta. Ma una deriva antropocentrica investe tutti, perché è un bias intrinseco nel nostro modo di approcciare i fenomeni. In fondo il paraedolismo non è concettualmente diverso: cerchiamo di dar un senso “umano” anche a quel che oggettivamente senso non ha.

 

Universe 1Universe 2Archeology

Pronto a cambiare idea se qualcosa o qualcuno me ne convincesse, provvisoriamente assumo che schiatterò e addio mondo crudele. Ma finché non tiro le resche, vivo una vita priva di senso – se non ovviamente quel che do io.

Questo treno di ragionamento si porta dietro un carico di diversi vagoni, fra cui quello che appende alla freccia orientata (nel tempo, nell’entropia – che probabilmente sono eteronimi) della vita la caratteristica di essere one shot. Una sola possibilità. Con varie frasi ad effetto che popolano la cultura del marketing anglofono contemporaneo, impiegate più perché consce di saper colpire subliminalmente il cuore, piuttosto che per filosofie compiute: “No second chance“, “This is not a rehearsal“, “Just do it“. O per essere pane&salame: “Ogni lasciata è persa”.

Se, calati nella prospettiva di questo scenario, propendiamo poi per l’esclusione del determinismo forte (o, in altre parole, diamo credito al libero arbitrio) allora pare evidente che si intensifichi il sapore della visione secondo la quale la nostra vita sia un frondoso albero decisionale. A ogni attimo prendiamo uno scarto, scegliamo (più o meno consapevolmente) come muoverci dal nodo in cui ci troviamo, percorriamo rami via via più esili e sempre più distanti dal fusto da cui gemmarono. E prendendo spunto dalla metafora sui coni vegetativi, ne impiego un’altra: il cono di possibilità che troviamo dinnanzi è ogni ora più acuto. A mano a mano strozziamo il campo d’azione: impossibile tornare indietro, sempre meno le opzioni a disposizione. Finché con la morte il cono non si singolarizzerà in una linea piatta, o meglio in un punto fermo. Avremo mosso i nostri passi da A a B (o da α a Ω per i neoclassici), con una retta spezzata tracciata all’interno di uno spazio conico sconfinato. Per finire comunque all’adimensionale puntino B, nell’oblio di una fossa.

Finalmente passiamo al prosaico – mia vera materia forte. L’altro giorno ascoltavo un motociclista parlare del Turist Trophy dell’Isle of Man, che ricordo essere una storica e meravigliosa competizione, ma che ogni anno si rivela mortale per uno o più atleti. Per farla breve si gareggia su strade urbane, con quasi nessuna forma di sicurezza del circuito, niente vie di fuga, animali che capita attraversino il tracciato e così via. Rispondendo proprio in merito alla unicità dell’evento e alla sua rischiosità, il motociclista sosteneva “We’ve got one lap only – so why don’t we make it a good one?“. Difficile per me, stante quanto scritto sopra, dargli torto. Subito dopo ricevo la telefonata di un carissimo amico che, descrivendomi il suo imminente viaggio estivo, mi conferma che è stato completato l’asfaltamento della strada che porta da Colorado Springs a Pikes Peak. La combinazione (“one lap only” + strada asfaltata) ha l’effetto di una doccia ghiacciata.

John McGuinness al TT IoM

Sì perché, tornando alla metafora del mondo vegetale, ci precludiamo la scelta di certe diramazioni deliberatamente, pur consapevoli che altre restino disponibili e possano essere prese più avanti nel tempo. Che siano lì ad aspettarci. Procrastiniamo nell’illuso convincimento che possiamo prendere la felicità e differirla. Ma non sempre è così. “Un giorno affitterò un’auto (o una moto) e percorrerò il Pikes Peak. Quest’estate no, ma un’altra sì”. Contaci: finché non te la asfaltano. Te la asfaltano e non potrai più percorrerla come avevi immaginato.

Pikes Peak

Ok, sembra una stronzata galattica? Bene. In effetti può darsi. E a maggior ragione perché non siete cresciuti col mito dei motori, dei rally, del fuoristrada e del controsterzo. Provo con un altro esempio (che è uguale nella sostanza): per circa sei mesi ho rinviato l’andare a trovare Fabrizio. Avevo bisogno fisico di confrontarmi con lui, di raccontargli, di chiedergli lumi, di condividere. Ovviamente procrastinavo, perché sul momento ritenevo di poter scegliere altre faccende, altri impegni, altre attività. Poi è morto, una notte, di infarto. Visto che era giovane e (apparentemente…) sano non c’era da aspettarsi una tragedia simile. Ma queste sono le regole del gioco: ci muoviamo su un terreno franoso ed instabile, i cui connotati cambiano in continuazione. Non è solo la nostra, più o meno consapevole, volontà a definire le forme dello spazio di possibilità che ci resta aperto davanti. Ma lo è innanzitutto l’indisponibile realtà fuori dal nostro controllo, cioè la assoluta preponderanza dell’universo, a iniziare dalle volontà altrui per finire con eventi “imponderabili” e “casuali”. Un amico muore, una malattia ci limita, una strada cessa di esistere, una persona cambia idea.

Adesso ogni volta che vorrei fare qualcosa e alcuni “vincoli” (pigrizia, routine, pavidità, impegni famigliari…) me lo impediscono, penso allo sterrato del Pikes Peak, che mai ho percorso e mai percorrerò.

Quando sono stato un’eco

Quando sono stato un’eco

«In vita mia», scrive l’autore di queste righe, «ho attraversato giorni decisamente stranissimi. Altri ancora persino più strani. Ci sono stati giorni in cui ho lavorato per i più vari e svariati impieghi immaginabili. Altri ancor meno immaginabili. Ma il frangente che non scorderò mai, finché non mi seppelliranno», sostiene lui, «risale a quando lavoravo come un’eco, per due dollari e quaranta cents al giorno, servizio di lavanderia gratuito.»

«Prova a immaginare me, uno slanciato, asciutto uomo, dotato di entrambe le mani, che può vedere con entrambi gli occhi, con delle orecchie buone per andare a un concerto, con dei piedi che consumano più di venti dollari all’anno in suole – prova a immaginare», dice, «il tipo di pungolo che abbia trovato in me per accettare un lavoro come eco, con uno stipendio di due dollari e quaranta cents, servizio di lavanderia gratuito.»

«Ah!, la situazione in cui mi trovavo era certo terribile, e i borbottii e i singhiozzi che fiottavano da me avrebbero potuto esaurire finanche il più fantastico dei teatri yiddish. E dai miei occhi sgorgavano lacrime, non di sangue, bensì di sangue bollente! Lasciavo che le lacrime scorressero sul mio abito, poi mi toglievo l’abito, lo strizzavo e lo appendevo fuori – che asciugasse.»

«Per tagliar corto: le cose andavano male. Anzi peggio. Anzi terribilmente.

E il Tempo si comportava da qual è Tempo: non aveva tempo da perdere: incedeva senza fermarsi, inesorabile. E io incedevo con esso – scalzo, nudo e senza indosso nemmeno un fermacravatte con brillante.»

«E così diventai cosa? Un’eco! Un’eco è proprio quel che diventai, amico mio! Un’eco – per due dollari e quaranta cents al giorno, servizio di lavanderia gratuito…»

Mi dica, caro signore, mi dica com’è potuto accadere!

«Va bene, te lo racconterò.»

«Era un periodo in cui ero in cerca di lavoro da un bel pezzo, e non mi riusciva di trovarne nemmeno uno. Ovunque provassi a chiedere un posto ricevevo la stessa risposta, quel blaterare che, sì, avrebbero trovato lavorato per me – oppure no. Nel primo caso si trattava di una brutta notizia, perché ero spaventato all’idea che mi facessero lavorare per davvero; lavorare infatti era in aperto contrasto con i miei valori sia in qualità di essere umano, sia in quanto scansafatiche. E nel secondo caso, be’, semplicemente mi portavo il braccio sugli occhi e mi piangevo sulla manica – piangevo inconsolabile…»

«La situazione era critica – talmente critica che iniziai a riflettere seriamente di andare nel Bronx: l’acqua», disse, indicando il nodo della sua cravatta nuova da 98 cents, «l’acqua mi era arrivata alla gola! Fu più o meno in quel periodo che ricevetti una lettera da un mio amico, un contadino, nella quale mi proponeva di diventare un’eco con lo stipendio di due dollari e quaranta cents, più la lavanderia inclusa.»

«“Io!, un’eco! Non più l’affascinante, bel giovanotto, con la sua altolocata posizione in società, col suo seducente sorriso e con lo sguardo fiero – ma un’eco… una riverberazione… un’entità astratta, per così dire…” Questo era il mio monologo interiore, strappandomi i capelli dal capo e gettandoli fuori dal finestrino del treno che mi conduceva verso la mia carriera di eco…»

«Dopo il mio arrivo alla fattoria e dopo aver salutato il mio bucolico amico, intrattenemmo la seguente edificante conversazione:

Io: “…e, per favore, quali sarebbero le mansioni che il mio lavoro di eco implicherebbe?”

Lui: “Devi stare tutto il giorno sul ponte sopra il mio fiume e lavorare come… come un’eco.”

Io: “E cioè?”

Lui: “Ascolta, al mondo ci sono persone innamorate della natura, e piace loro ascoltare l’eco… E dato che l’anno scorso un mio concorrente ha assunto un tizio e l’ha piazzato su un ponte da qualche parte, a echeggiare, quest’anno ho pubblicizzato che noi qui abbiamo un’eco ancora più forte, nel nostro bosco. E così vorrei che quell’eco fossi proprio tu. Sai, per via della tua voce stentorea e sana…”»

«Otto minuti dopo ero abbandonato in qualche punto nel pantano d’un bosco, in attesa… in attesa d’avere la chance di testare il mio talento in qualità d’eco… Quand’ecco che, di lì a poco, un ebreo passa nelle vicinanze, e dal modo in cui agitava le sue mani, come se dovesse acchiappar mosche, intuisco che si deve trattare di un amante di Madre Natura, e un cercatore di… echi.

Di lì a poco sento un richiamo: “Hei! Hoosder?”

Prontamente io replico: “Hei! Hoosder?”

“Una piacevole giornata!”, dice la voce, approssimandosi.

“Bendetto!” rispondo. “Una piacevole giornata!”

Il “bendetto” era sicuramente non necessario, ma naturale.

“E allora così siamo in campagna!” dice la voce.

E, con la stessa intonazione, io rispondo “E allora così siamo in campagna!”

“Oh oh!” ride la voce.

“Oh oh!” io – come un’eco – rido in risposta.

“Dove sei?” chiede la voce.

“Dove sei?” gli chiedo io.

“Oh oh oh!” ride a crepapelle.

“Oh oh oh!” gli rido dietro, isterico.»

«Per un po’ tutto resta quieto. Nel frattempo mi fumo una sigaretta. Di lì a poco la voce chiede ancora:

“Come ti va?”

“Me la passo bene, grazie” rispondo, “Come ti va?”»

 ***

 «Mezz’ora dopo mi ritrovavo due dollari e quaranta cents in mano: la retribuzione per il mio strazio di lavoro quale eco. Il mio amico, il contadino, indicandomi col dito, mi ha mostrato la strada verso la stazione, avvisandomi di aver cura di far attenzione nell’attraversare i binari – altrimenti mi avrebbero certamente travolto…»

Mia traduzione non autorizzata del racconto inedito “Me – As Echo” di משה נאדיר (Moishe Nadir).

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