Varie insidie viarie

Circolare in città è un macello, e sento l’urgenza di codificare e condividere la top five delle insidie che si incontrano andando in giro per le strade di Milano.

I. Smartphone semoventi. In generale le persone passano sempre più tempo interagendo su dispositivi digitali mobili. Purtroppo anche in mobilità. Nel senso in movimento: alla guida di auto, camion, mezzi pubblici  (!) e anche da pedoni. Gli smartphone impegnano, a livello di coordinamento corporeo, e distraggono, a livello di concentrazione ed attenzione. Questo storno di risorse avviene quando si telefona (anche hands free, ossia con kit “viva voce” o con auricolari&microfono), ma avviene grandemente di più quando si utilizza la parte smart – che in questo caso è più dumb che furba. Sia leggendo (posta elettronica, siti, feed di notizie, aggiornamenti dai social network e così via), sia scrivendo (SMS/MMS, o iMessage/WhatsApp, tweet, eMail e avanti). Quando fai texting (cioè scrittura su smartphone) distogli lo sguardo dalla strada, coordini le dita (per, appunto, digitare) anziché le mani (per guidare), e ti immergi in una dimensione attenzionale relativa al contenuto che stai componendo, con intensità maggiore che se lo facessi oralmente. Ormai riconosco idioti con in mano “il telefonino” da metri di distanza: ondeggiano, derivano lemmi lemmi, frenano in improvvisi panic stop, svoltano a scatti. Il numero di questi imbecilli è in aumento esponenziale. Qualsiasi mentecatto che possa permettersi un cellulare, alla guida trasforma l’auto in un oggetto mobile senza conducente, capace di travolgerti, schiacciarti, investirti in qualsiasi momento. Non troppo diversamente anche chi è a piedi, cioè chi negli USA è definito zombie texters: infatti capita di trovarti persone deambulanti in mezzo alla strada, fuori dalle strisce pedonali, ignare e incoscienti del rischio letale, perché in quello momento sono intenti ad aggiornare il loro status su FaceBook. Che a quel punto farebbero bene a impostare su: “Stirato da una X3”. Più o meno nei medesimi paraggi di demenza trovo anche i motociclisti (abitualmente su “scooteroni”) dalla condizione miserabile, perché tutti assorbiti dalla loro conversazione telefonica, intrattenuta urlando al cellulare – incastonato fra guancia e casco.

II. Scontro di culture. Il numero di auto e furgoncini targati Romania, Bulgaria, Polonia e Ukraina sta crescendo al ritmo dell’immatricolato del nuovo in Italia. Però in modulo – e chi alle elementari studiava matematica qui può cogliere l’ironia. Un parco che si va a sommare ai mezzi (seppur  provvisti di targa locale) in mano a cinesi, filippini, indiani e nord-africani. Lungi da me assumere posizioni xenofobe, ciò nonostante ritengo siamo dinnanzi ad un problema. Anzi due. La prima considerazione è queste persone generalmente guidano male. Guidano peggio persino dell’automobilista medio milanese, il che è già di suo un fatto clamoroso. O forse non guidano male. Forse semplicemente hanno una diversa cultura della guida. Il filippino, con la sua Peugeot con minigonne, alettoni e appendici aerodinamiche, tigri adesive sul cofano, cristalli oscurati e una sventagliata di neon e LED, si muove lento ma inarrestabile e mortifero come un fiume di lava saprebbe fare. Il cinese sul SUV non decifra la segnaletica, orizzontale e verticale, come gli occidentali, e sgomita ignaro nel traffico. Il liberiano che fa car pooling con altri quattro connazionali sulla Punto vintage, mentre sprigiona quantitativi di monossido di carbonio da mandar fuori scala le centraline anti-smog, ceffa tutte le misure: nei parcheggi, nelle svolte, nell’accodarsi. Il rumeno con la BMW Serie5 di dieci anni fa guida con l’arroganza di chi è a casa sua, ti taglia la strada e se ti lagni troppo può comunque sempre smontare e tagliarti (dopo la strada) la gola. Culture automobilistiche che clangono con la nostra. E carrozzerie che clangono su altre carrozzerie. Il mio amore per la multietnicità, la tolleranza e i principi di rispetto ed uguaglianza qui arriva a cozzare sulla parete di confine della paura di scendere in strada e avere un incidente con un bulgaro. Con la probabile controindicazione (e qui viene il secondo dei due problemi) che a livello assicurativo si incontri qualche difficoltà…

III. Cicli e ricicli. Andare in bici è una figata. Fa bene alla salute. Non inquini. Risparmi (soldi). Risparmi (fonti energetiche). Non hai problemi di parcheggio. Non soffri il traffico, né contribuisci ad aumentarlo. Per di più a Milano abbiamo un pozzo di bici in BikeShare di ATM! Figo. Figata. Ma ogni rosa ha spine. Ad esempio il ciclista (almeno milanese) non ha regole. Nessuna. Percorre marciapiedi, imbocca sensi vietati, vaga ondeggiante nella corsia se non nella carreggiata, il suo mezzo non ha fari, non ha catarifrangenti, non ha campanello, segue i tempi semaforici delle auto oppure dei pedoni a seconda della convenienza, non si arresta ai dare-la-precedenza, né agli stop, né ai rossi. Porta il caschetto o non porta il caschetto. Porta il cestino, porta un bambino, porta due bambini. Ha il carrellino portabagagli. Ha due carrellini. Il ciclista è anarchico. Ma probabilmente c’è anche un tema di legislative vacuum. Non so: ma così è un casino. In somma, quel che mi fa ritenere che sia una delle grandi, montanti, insidie del traffico è però la melomania di molti ciclisti urbani. Qui il ciclista sgambetta con cuffietta – magari assorto nell’ambient (inteso come corrente musicale) ma isolato dall’ambiente (inteso come la VW Passat che lo stira all’incrocio). I ciclisti con cuffie, indifferenti ai dischi rossi del semaforo, al tuo strombazzar di clacson, ai varchi millimetrici fra un’auto e l’altra, ai crocchi di persone sul marciapiedi, sono piccole bombette ad orologeria.

IV. Criminali e incapaci. Alcune persone si mettono alla guida dopo essersi drogati e/o ammazzati di alcol. Personalmente non ho nulla da ridire: a condizione che siano in grado di guidare bene, proporzionalmente al loro grado di impairment. Magari incedendo a 1 km/h, seguendo parossisticamente la riga di limite della corsia più a sinistra, non arrecando danno a nessuno – al massimo intralciando la circolazione. Ma se ti metti al volante o inforchi la moto e sei incapace di guidare in sicurezza, che tu abbia mangiato un solo Boero o bevuto due botti di Amarone, mi è indifferente: sei un criminale. Ma anche se sei perfettamente sobrio, ma alieno ai concetti base della circolazione, ovvero se fai scattare la storica domanda retorica “Ma chi t’ha dato la patente?!”. Così come se trasgredisci sconfinatamente il CdS: la scorsa settimana sotto casa mia una Ypsilon ha percorso 300 metri contro mano ad almeno 60-70 km/h. Come commentare? Insomma: mi pare chiaro che chi circola, per una ragione o un’altra, scriteriatamente e al di là di qualsiasi norma viaria costituisca un’insidia micidiale. C’è da riconoscere che però si tratta di una categoria in fondo numericamente ridotta. Un po’ perché la sua popolazione si autoregola, tipo il mito dei lemmings suicidi: qualcuno si spiattella, qualcuno viene ritirato dalla circolazione comunque: gattabuia o patente ritirata. E così un po’ perché c’è un quantitativo stabile di popolazione “difficile”: facciamo che sia il 5%, e quello è, e quello resta. Per questo ho riservato ai criminali la quarta piazza: i tre precedenti posti invece sono occupati da fenomeni in fortissima crescita.

V. La via. L’infrastruttura urbana è costantemente inadeguata. Dimensionalmente. Qualitativamente. Tipologicamente. Strade inadatte a sostenere il traffico effettivo che, quando mai opportunamente ridimensionate, lo sono comunque dopo talmente tanti anni che spesso le dinamiche di mobilità urbana sono già diverse. Strade con binari morti che fanno scivolare bici, con buche e tombini depressi da sbalestrare qualsiasi sospensione, con pietre disassate nel pavé che fanno da rampa o inciampo per i motorini, strade con marciapiedi a fisarmonica (larghi / stretti, quasi sempre in modo inappropriato), segnaletica orizzontale fantasma, segnaletica verticale nascosta o divelta o china come giunco in tormenta, piste ciclabili con percorsi labirintici e interruzioni esoteriche, penuria di parcheggi. Insomma, la rete viaria non è la migliore base sulla quale far scorrere fluidamente il pesante traffico urbano, e costituisce il substrato sul quale allignano poi tutte le insidie che fanno spesso della guida non più un piacere, ma un terno al Lotto. Per di più con soste vietate sempre più “selvagge”, che limitano le visuali degli incroci, dei passi carrabili, degli attraversamenti pedonali. Vedere auto parcheggiate “in tripla fila dalle zebre” è effettivamente insidia bestiale.