Scambiarella BMW RS

La KTM 1290GT. Una grande, grande moto. Una tourer potente, agile, con una tenuta di strada notevole e di struttura solida. Ci ho percorso, per i miei standard, tanta strada. Ma come ho scritto nell’articolo linkato sopra i problemini non sono mancanti. Nessuno realmente un deal breaker, specialmente considerando il contenuto tecnico complessivo, però moralmente faticosi da digerire per un oggetto di quel livello di costo finale. Sicché ad agosto posto un’inserzione che porta, al solito, mille proposte strampalate, qualche interessato serio, e diverse offerte di baratto. Visto che mi ero trovato bene con la BMW R1200RS decido nell’annuncio di specificare che è una delle poche altre moto che posso valutare in cambio della KTM.

È così che conosco un ragazzo, in gamba e simpatico, che è innamorato della 1290 ma ha appena comprato un’RS full… In breve organizziamo un incontro, e una mezza mattina di scambio: lui prova la KTM, io provo di nuovo la BMW. Tempi tecnici permettendo, e qualche giorno dopo siamo già all’agenzia pratiche per il doppio trapasso!

GT ed RS sono due moto diverse, pur cercando entrambe di rispondere agli stessi set di bisogni, che di fatto comportano un tentativo di ibridazione tra sport e touring. L’interpretazione finale è però poi abbastanza diversa.

Il primo punto è banalmente che la GT è tanto più potente della RS (d’inciso: la ricerca di più cavalli era tra i principali motivi del baratto per il ragazzo che l’ha scambiata): 144Nm contro 125Nm esprime una coppia, a pari regime di 6.500rpm, del +15% e in cavalleria stiamo però 177CV contro 125CV ovvero +42%!! In soccorso alla RS non arriva una differenza di massa favorevole, anzi, benché di soli 10 kg tra i due pesi a secco (205 kg contro 215 kg), il rapporto peggiora. La RS ha quasi sicuramente tutti i cavalli che “mi servono”, ma ciò non toglie che avere “nel taschino” i 160 della S1000R o i 180 della 1290GT sia un altro pianeta. Con la KTM mi immaginavo un sorpasso, ed ero già davanti. Mi immaginavo avanti nella strada, ed ero già lì. Mi immaginavo che il giallo del semaforo stesse per scadere, ed ero già oltre. Bastava girare la manetta e venivi catapultato dove dovevi essere, senza alcun dubbio nella eseguibilità dell’operazione. Con la RS invece già in più di un’occasione mi sono dovuto porre il (normale) retropensiero “ci passerò?” / “arriverò lì in tempo?” / “concluderò il sorpasso prima del tornante?”; sempre tutto concluso come pronosticato, ma con la KTM sembrava essere sufficiente volerlo, senza porsi il problema se la pompa sarebbe bastata.

La seconda grande differenza (che poi era tra i motivi che invece hanno portato me al baratto) è qualitativa. KTM è una moto ben fatta, ma per solidità ed affidabilità la metto comunque dietro BMW e forse anche Triumph. La RS è una moto solida. Le pirlate ingegneristiche sono sempre dietro l’angolo, però si capisce che i bavaresi abbiano avuto anche per questo modello un approccio no-non-sense, mentre sulla GT più di un dettaglio era stato finalizzato senza la massima razionalità e consistenza. La RS è semplicemente una moto sulla quale sali, e tutto sembra al suo posto, dove ha senso sia, e se ti deve portare a Capo Nord ti sembra possa farlo senza troppi intoppi. A Capo Nord poi ci si va anche con una Vespa 50 – mi riferisco alla sostanza che c’è dietro alla livrea, e all’impressione da motorrader che ti trasmette quando la tocchi e sei a bordo. Anche come accoglienza sul mezzo, sulla GT la posizione è quella che più mi piace (“seduto sopra”, braccia e spalle che sovrastano l’avantreno…) ma quella della RS è più tourer (“seduto dentro”, semi-manubri e più protetto dal cupolino). Per altro ho aggiunto i risers della HeliBars, così da raggiungere un piccolo compromesso.

Una terzo importantissimo fattore è dato dalla tenuta. La 1290GT è una bomba da pieghe, e il concetto è che per quanto sia la variante Gran Turismo ti possa portare tra i cordoli alla grande. La RS trovo abbia un avantreno più esilino, e mentre la WP da 48mm sulla austriaca non ha mai esitato con me, ho già messo in crisi un paio di volte la forca da 46mm della BMW. Invece ho dato con piacere l’addio all’anti-dive.

Come moto in generale la R1200 è più “finita” e completa. Non mi piace come linea eppure segue un archetipo meno estremo e spinto della GT, con le sue linee spigolose e riconoscibili. Si rimane più protetti da una carena, le borse laterali (sempre subfornite da Shad, come quelle di serie sulla KTM) hanno più senso, il navigatore V è ben integrato e riesce persino ad infastidirmi poco, le plastiche sono decorose.

Se uscisse una nuova release della 1290GT sarei molto tentato di riprenderla, anche se adesso forse resterei più affascinato da una nuova K1300S, ammesso mai uscirà.

Elisir di lunga vita per gli editori

L’editoria è malata, e vabbe’. L’ultimo Focus dell’AgCom [1] racconta per quotidiani e periodici di un recente quinquennio in cui l’Ebit di settore è stato negativo per circa -25 milioni di euro, di un calo dei ricavi 2015 pari a circa un terzo di turnover 2011, e 2.800 addetti lasciati a casa dal 2011 all’anno scorso. Non snocciolo altre statistiche dal Focus né confido in una chiusura 2016 strabiliantemente migliore.

Genericamente c’è un problema di redditività, approcciato con la cost reduction (minori addetti) e che deriva da un decremento dei ricavi (minor turnover), a sua volta derivato dalla contrazione delle vendite cartacee non sufficientemente surrogata da flussi di ricavi alternativi e con un forte calo anche sul versante pubblicitario.

Per suffragare il concetto di contrazione delle diffusioni cito a campione il quotidiano più venduto in Italia (quanto meno alla partenza del confronto storico), il “Corriere della Sera”, che per ADS è passato da 678.961 copie/medie ottobre’05/settembre’06 a 238.671 copie/medie di settembre’16. È il -65% in dieci anni. Certo il prezzo di copertina è aumentato, e certo che adesso  alle 238.671 cartacee se ne affiancano 71.766 digitali (replica) . Ma, anche a volerle comprendere, rimane il -54% in dieci anni.

Sui flussi di ricavi alternativi possiamo pensare, sempre restando sul “Corriere della Sera”, che in RCS festeggiano il raggiungimento di 24.500 abbonati che pagano per varcare le soglie del paywall del corriere.it. In teoria ciascuno vale da 9,99 a 24,99 euro/mese, ma adesso è in vigore la formula 0,99 euro/mese per i primi trenta giorni. Comunque questi 24.500 abbonati a “C+” a sensazione possono equivalere, in termini di ricavo da vendite, a 5.000 lettori del quotidiano cartaceo. Probabilmente meno. Sono convinto che effettivamente sia un successo costruire un’offerta di valore meritevole di un paywall a protezione, sia un successo far passare il messaggio che su Internet non necessariamente tutte le risorse mass market debbano essere gratuite, sia un successo arrivare a novembre a 24.500 abbonati se l’obbiettivo era 21.500 entro fine anno, sia un successo coinvolgere lettori online magari persi dal cartaceo. Ma le logiche di pricing tra digitale e reale sono violente. Una copia del quotidiano di carta costa 1,50 euro/giorno, mentre per far volumi devi vendere accessi al sito a 0,99 euro/mese. Non diversamente un abbonamento base Netflix costa 7,99 euro/mese (gratis il primo mese…) e un DVD mediamente costa 9,90 euro. E ancora non diversamente un abbonamento AppleMusic costa 9,99 euro/mese (gratis per i primi tre mesi!) mentre un CD può costare intorno ai 12 euro. Se per lo streaming si ragiona in termini di  video visibili o canzoni ascoltabili il prezzo dell’abbonamento si traduce in ricavi al pezzo che tendono al minuscolo.

Per quanto alla pubblicità Nielsen ed FCP stimavano nel 2005, per quotidiani e periodici italiani, 2,99 miliardi di euro e nel 2015 1,23 miliardi di euro. E fa -60%. Per il 2016 Nielsen stima, fino ad ottobre rispetto pari dieci mesi ’15, un -6,8%, un giro sotto il miliardo di euro nel complesso periodici e quotidiani, e con una più forte crisi di questi ultimi (-7,2%).

Non è assurdo concludere, anche guardando alle tendenze di vendite copie e pubblicità nell’ultimo decennio, che la figura delineata dall’AgCom di -32% in cinque anni sia compatibile con la realtà.

Per tornare al più trito dei percorsi crisi vendite→crisi margini → taglio dei costi, va riconosciuto che in molte società editoriali residuassero (e residuino) sacche di inefficienza: età media non bassa, sclerosi delle gerarchie e dei processi organizzativi, retribuzioni elevate, poca parsimonia su alcuni capitoli di spesa. Discutibile invece se in genere negli ultimi anni si siano operati  interventi mirati e chirurgici oppure si abbia semplicemente potato dove si poteva, spuntando i rami più facili da raggiungere a prescindere fossero i più secchi o no.

Alcuni paradigmi di spreco e di eccesso di spesa, insorti negli anni dei fasti e fino all’ubriacatura della prima ondata di new economy, si sono poi risolti in eventi estintivi (soggetti editoriali deceduti o moribondi), nella anafilassi delle già menzionate potature disorganiche e prive di strategia (vuoi per impossibilità di far di meglio, vuoi per semplicismi) e nella disinvolta riconversione in quanto sembrasse di volta in volta più ammiccante e alla moda, indipendentemente da sostenibilità, razionalità e coerenza del progetto.

Il fosco panorama, allargato dell’economia locale ed europeo, e più specifico del settore di quotidiani e periodici, unito alla onda d’urto di nuovi strumenti di informazione e di nuove modalità di intrattenimento ricreativo/culturale, fa vacillare il senso di identità degli editori. Eppure una luce mi sembra possa guidare, riflessa nella limpidezza della semplicità.

Premetto che ho preso spunto da un articolo di Daniele Bologna apparso su Mediaforum, annotando alcuni truismi, dei quali però pare che ogni tanto siamo quasi tutti dimentichi.

Il primo è: se si scrive qualcosa di interessante le persone lo leggono. È falso che ci sia una disaffezione alla lettura, e che sia in crisi il modello che prevede che qualcuno qualificato scriva e qualcun altro legga con interesse.

Il secondo truismo estende il raggio del primo, affermando che se un contenuto è interessante allora viene fruito dalle persone a prescindere dal mezzo. Ciascun mix di contenuti ed esposizione potrà essere più appropriato per la carta, o per l’online, o per l’inserimento nei social, o per la veicolazione in app dedicate. Ma queste restano solo canali di distribuzione dello stesso prodotto. Concepire “Il Sole 24 Ore” di carta come un prodotto e “Il Sole 24 Ore” in versione digitale un altro prodotto e magari il sito ilsole24ore.com come un altro prodotto ancora è un’assurdità. Non è che se la carta non funziona allora magari funziona la replica digitale: se il problema è nel prodotto resta nel prodotto.

Il terzo punto è che il contenuto stesso costruisce la reputazione di un marchio editoriale. La qualità dell’editore è un valore fondamentale, perché rende riconoscibile una pluralità di attributi positivi dei contenuti canalizzati da un editore: affidabilità, veridicità, neutralità (o piuttosto bias pubblicamente riconosciuto), estensività e puntualità. Nei giorni del clamore per le fake news (sono una novità?!) mi paiono qualità apprezzabili.

Questo porta alla considerazione che, al contrario di essere travolto da una crisi di identità, l’editore sempre più dovrebbe giocare la partita del suo ruolo. Dev’essere terreno fertile per la crescita di professionalità, giornalistica in senso allargato ma anche specifica per le materie trattate. Deve perseguire la qualità di contenuti, a forme espositive, a canali distributivi opportuni. Deve svolgere un’attività di cernita, editing e fact checking stringente.

A fine novembre allo IAB Forum ascoltavamo dalla platea il CTO del The New York Times e la presidente di Le Monde Publicité, che insieme a Luna (AGI), Russo (L’Espresso), Cabrini (Class) e Castelnuovo (RCS) affermavano che il valore assoluto per l’editore è l’affidabilità. È un circolo virtuoso: contenuti scelti bene, curati, professionali e verificati portano alla riconoscibilità di un marchio, e alla consapevolezza di un’alta reputazione. La reputazione rinforza il marchio e rende attraente i contenuti.

Nella Rete ci si imbatte in moltissimi contenuti prodotti dal basso che sono degni, ben realizzati, accurati ed interessanti. Da ciò: di valore, anche se magari sono gratuiti. Ma se privi dell’imprimatur editoriale saranno sempre perdenti rispetto al contenuto organizzato dell’editore.

A patto che questi continui a fare il suo lavoro.

 

[1] Focus bilanci aziendali esercizi 2011-2015 del 19 dicembre 2016, relativo a “circa il 75% del mercato”