The Gold Watch

Questa è la narrazione di una storia realmente accaduta, i fatti non sono immaginari, così come non lo sono le persone coinvolte. Ed è una storia magari lievemente romanzata, ritoccata, anche perché molti aspetti ho potuto solo immaginarli ed il frutto della fantasia è parziale, ed è una storia dai risvolti tristi ed angoli buî, perciò intendo tutelare l’integrità dei protagonisti che, in considerazione degli eventi qui riportati, potrebbero venir considerati, a seconda, chi egoista, chi ingenuo, chi sprovveduto, chi superficiale, chi anaffettivo, chi ingeneroso o chi altro ancora. Avevo pensato pertanto di riportare gli accadimenti come se, nell’abituale vulgata contemporanea, fossero capitati a mio cugino. Anzi, visto che pure nel caso del chiamato cugino si potrebbe insinuare il concetto d’un coinvolgimento in qualche modo parentale (e quale cugino? e magari una cugina? ma allora la zia è tua mamma? e così avanti e così via) alla fine sono passato agli pseudonimi, ad iniziare dal protagonista principale che verrà qui indicato come Pietro Micheli. Il suo vero nome però non è Pietro, né Micheli il cognome – anche se a pensarci Pete Mitchell è il protagonista di “Top Gun” (coincidenze? non credo…).

Il titolo di questo resoconto invece copia fedelmente e dichiaratamente un sottoinsieme narrativo della pellicola “Pulp Fiction”, 1994 Quentin Tarantino. È un film di oltre un quarto di secolo fa ed il riferimento è ad un suo singolo fil rouge dell’intreccio, pertanto non mi sento di spoilerare se provo a sintetizzarne la trama, che ormai è di pubblico dominio e forse addirittura nel piano di studi della scuola dell’obbligo. Comunque eccola, per come me la ricordo.

L’oggetto più caro nella vita di Butch è un orologio d’oro, e non tanto per venialità, quanto per il retrostante emotivo e storico. Infatti è il primo orologio che, ad inizio del XX secolo, aveva acquistato a Knoxville (Tennessee) suo bisnonno Ernie Coolidge alla viglia della partenza per la prima guerra mondiale. In realtà si trattava di uno dei primi orologi da polso in assoluto, non solo per Ernie, o meglio era un orologio prodotto dall’azienda che ha prodotto tra le prima esemplari da polso. È credibile che stiamo parliamo di un Lancet [1] ma non conosciamo con certezza la marca né il modello, mentre siamo sicuri del fatto che il fante Ernie, dopo averlo indossato ogni singolo giorno di trincea, infine lo aveva lasciato in eredità a Dane Coolidge, ovvero suo figlio, ovvero il nonno di Butch. Il nonno, arruolato nella marina e settantadue ore prima del giorno della propria morte sul campo di battaglia dell’isola di Wake, nella premonizione dell’attimo fatale aveva affidato l’orologio a Winoki, un mitragliere d’aviazione, che, rientrato in patria sano e salvo, lo aveva riconsegnato al padre di Butch, un ragazzino che in seguito sarebbe diventato “il maggiore Coolidge”. Ed è lo stesso orologio che il padre di Butch aveva con sé la mattina in cui viene abbattuto il suo aereo nei cieli di Hanoi: il maggiore Coolidge sopravvive all’incidente ma viene catturato. Nella prigionia vietnamita, angustiato, affamato ed avvilito, ha come primo pensiero quello di salvaguardare l’unica eredità di famiglia, e tiene lontano dalle mani dei Cong l’orologio d’oro, occultandolo, privo di alternative, nel proprio retto. Per cinque anni. Poi muore, per altro di dissenteria. Prima di lasciare questo mondo crudele riesce a raggiungere il capitano Koons, sfortunato compagno di cattività ed amico, passandogli l’orologio, da preservare. Sempre nel retto. Per due anni. Cioè fino al momento in cui finalmente il capitano guadagna la libertà, per poi rincasare, dopo altri sette anni, negli Stati Uniti. Naturalmente Koons onora la memoria e l’ultimo desiderio del maggiore Coolidge, e rimette l’orologio a Butch insieme al racconto delle peripezie trascorse. Perciò abbiamo Ernie->Dane-Winoki->MajorCoolidge-Koons->Butch. Vero che si tratta di un oggetto che nei precedenti sette anni è stato conservato nel retto non di una, ma di due persone, però vero è anche che sacrifici sono stati compiuti per acquistarlo, sacrifici per preservarlo, sacrifici per tramandarlo. Vero che è un oggetto che ha accompagnato alla morte in guerra, nella difesa della libertà e per proteggere la propria nazione e gli ideali che rappresenta, ben tre generazioni di coraggiosi soldati. Per questo, e non per il meschino valore materiale, Butch, che ha cinque anni, lo considera il suo possedimento più di valore al mondo; pensa: era l’orologio di mio bisnonno, che lo ha dato a mio nonno, che lo ha dato a mio padre, che lo ha (rocambolescamente…) affidato a me. C’è un legame, c’è una tradizione, c’è una carica sentimentale intrinseca ed infusa in un oggetto.

“The Gold Watch”, forse un Lancet, nella mani di Christopher Walker, Captain Koons in “Pulp Fiction”

Fastforward e ritroviamo Butch ventisettenne, sempre combattente, ma sul ring da pugilato in luogo dell’esercito, e invischiato in un piano malandrino che non si sta a dettagliare – accenno solo che prevede una certa qual programmazione stretta, mordi&fuggi e punti di non ritorno: vietato sbagliare. Uno dei tanti passi previsti dal programma è che la sua fidanzata, la francesina Fabienne, debba predisporre il bagaglio con tutto il necessario per tagliare la corda, incluso l’orologio d’oro che Butch le chiede esplicitamente di ricordare. Ovviamente Fabienne se ne dimentica. Butch dovrà cercare di recuperarlo, non rispettando il piano prestabilito ed andando incontro ad una serie di non trascurabili rovesci di fortuna – ma questa è un’altra storia. Il punto del racconto è che Butch, non appena realizza della dimenticanza di Fabienne, perde le staffe e non si trattiene dal farle pesare le traversie che sono state necessarie perché quel prezioso arrivasse a lui. Ma dopo lo sfogo si ricompone, si rià e riflette. Si raccoglie in un profondo respiro e dice a Fabienne qualcosa di simile a: se te lo sei scordato la colpa non è tua, anche perché dovevi pensare ad impacchettare un sacco di altre cose; certamente ti avevo specificato di rammentarlo, ma magari non avevo rimarcato sufficientemente quanto ci tenessi e quanto fosse prioritario prenderlo. In definitiva Butch pensa che se ti sta davvero a cuore qualcosa, ma davvero davvero – be’ allora sarà meglio che te ne occupi tu in prima persona.

Il Ref. 1803 era un bread&butter di Rolex per gli yuppies anni ’80

Per Pietro Micheli il Baume & Mercier del padre era una sorta di Lancet di Butch. Il B&M non era stato nei paraggi dell’ano di nessuno. Non aveva 80 anni sulle spalle, né era stato in guerra. Non era stato tramandato di generazione in generazione tra i Micheli. Semplicemente era l’orologio del padre, e lo considerava un’icona di prestigio e pregio e distintiva del papà, visto che dacché ne avesse memoria lo aveva sempre visto al suo polso. Era particolare perché, negli anni in cui imperversava come status symbol il Rolex Day-Date tutto oro giallo [2], il suo non era Rolex. La Baume & Mercier è una maison svizzera storica, o meglio lo è quella dei due Baume Bros (Louis-Victor e Célestin), che trafficano dal 1830, visto che (Paul) Mercier si unisce solo nel 1918. È un marchio che, prima di confluire nel gruppo Richemont, ha vissuto momenti brillanti, ma mai assurto a (costosa) icona pop come Rolex. Micheli sr. aveva un Baume&Mercier Baumatic d’oro [3] e a prima occhiata sembrava un Day-Date, forse appena più discreto. Aveva le cifre di Micheli sr. incise, motivo ulteriore per il piccolo Pietro di guardare aspirazionalmente a quell’oggetto che ammirava, nonostante non arrivasse dal bisononno, ma fosse stato banalmente comprato dal padre in chissà quale gioielleria qualsiasi.

Un Beaumatic tutto oro giallo rispetto al Rolex forse era “fame coacta vulpes alta in vinea
uvam adpetebat”? Chissà.

Da ragazzino però Pietro sognava di custodire un giorno il Baumatic del padre, mentre nell’immediato, per sé, desiderava altro da portare al polso. In piena adolescenza infatti guarda “Top Gun”, 1986 Tony Scott, e gli ormoni gli fanno perdere la brocca. Il protagonista ha una serie di peculiarità di un certo rilievo, e vado in ordine sparso. Maverick è un pilota scavezzacollo di caccia militari, e più esattamente un Top Gun di stanza a Miramar (giusto dietro a postacci tipo LaJolla, San Diego e compagnia), dove gli è assegnato un Tomcat, ossia un Grumman F14A. Quando non sfreccia per aria, vola rasoterra con una Kawasaki GPZ900R: due ruote della serie Ninja da oltre 250kmh, ovviamente senza casco ma solo con RayBan da aviatore. Quando non è nemmeno in moto si fa portare a spasso su una Porsche Speedster 356A (OK, caduta di stile della produzione: quella del film è una replica, di Intermeccanica, ma lo spettatore medio non lo sa e pensa alla 550 Spyder di James Dean) e come autista ha una gnocca fotonica che si chiama “Charlie”, che è un’astrofisica afrodisiaca ed istruttrice dell’accademia di Miramar – tradotto: si beccia la prof… Maverick è il più in gamba della base aeronavale, irride gli odiati piloti russi sui Mig, dalla sua ha l’amico più nobile, fedele e simpatico di tutto il gruppo, ha il nome in codice da scapestrato: è palesemente il figo del film americano anni ’80, e difficile resistere all’incantesimo della immedesimazione. Pietro vede (al cinema) e rivede (più volte, in videocassetta) quel film e inizia un transfer penoso, per il quale noi amici e compagni di classe lo deridiamo apertamente; sfoggia un’improbabile acconciatura, indossa in contesti anche assolutamente inadeguati jeans e giubbotto in pelle di Avirex (licenziataria dello stesso modello di scena per Tom Cruise), tappezza le ante degli armadi di poster di Kelly McGillis, blatera di venture iscrizioni all’accademia militare, ciondola dopo il tramonto con RayBan scuri… visto che niente San Diego, niente moto da 120 cavalli, niente pilota su una portaerei, niente fidanzate bellone, per il restante accessibile emula e scimmiotta a più non posso. Tra cui possedere l’orologio di Maverick? Perché qual è l’orologio di Maverick? Baume&Mercier, penserà chi sta seguendo questo racconto. Mentre il verosimile pensiero di un appassionato di orologi andrebbe alla IWC: non a caso a catalogo vanta un orologio che si chiama, guarda caso, Top Gun Miramar! No, il Miramar è un modello nato nel 2012, perciò 26 anni dopo l’uscita del film. Be’, c’era però prima il Top Gun [non Miramar]! Sì, ma solo dal 2007 – comporterebbe un effetto “Ritorno al futuro” da 21 anni. Basterebbe andare a ritroso nella cronistoria della famiglia IWC, allo Spitfire e prima al Pilot’s generico o prima ancora fino allo Spezialuhr für Flieger del 1936 (cinquant’anni prima del film!), ma tagliamola corta: non è un IWC, né tanto meno un Baume&Mercier. Maverick volava con indosso un cronografo PD (Porsche Design) 7176s Orfina [4]. Ma tanto Pietro all’epoca non capisce né Orfina né IWC, e per lui il concetto più apparentabile a “Top Gun”, anche come cultura locale, è “Frecce Tricolori”. Qualche anno prima dell’uscita del film con protagonista il pilota di Tomcat, era stato presentato sul mercato il Breitling Chronomat, e prima ancora (nel 1983) il “PAN Frecce Tricolori”, ossia il “Pattuglia Acrobatica Nazionale” [5]. Pietro, anziché chiedersi quale fosse l’orologio da vero pilota di caccia americano, soccombe ai testimonial nazionali ed entra in fissa con i Breitling.

Porsche Design by Orfina al polso di Tom Cruise, Captain Mitchell in “Top Gun”

Nel trip per i Breitling, che a quel punto non sono certo simulacri tomcruisiani e assurgono a meri feticci del pilota figaccione, Pietro viene a contatto con un modello per lui stupefacente: il Breitling Navitimer Cosmonaute [6]. L’elemento che stupefaceva era legato al fatto che non battesse le 12 ore, ma le 24: in pratica la lancetta corta nella metà di quadrante destro indicava le 12 ore antimeridiane, mentre in quello sinistro le postmeridiane. Per esemplificare: quando puntava alla consueta posizione del “7” in realtà segnava le 13.00. Fisicamente, con i suoi 41.5″ di diametro, tutto quadrante o quasi, sembrava imponente. Un orologio che non solo era adatto a svolazzare in cielo, addirittura vantava un’escursione nello spazio, poiché Scott Carpenter lo aveva portato con sé durante la missione MercuryAtlas 7 – da qui il richiamo al cosmonauta, che si aggiungeva alla crasi di Navi[gazione] e Timer. Splendido, particolare, affascinante, glorioso: Pietro era totalmente partito per la tangente.

Forte di tutte le mancette, i risparmi, i tesoretti di regali natalizi e di compleanni, arrivato alla maggiore età, si fionda da un rivenditore Breitling per comprare il suo primo vero autentico originale orologio dei suoi sogni, per perfezionare l’assurdo transfer da aviatore… Sennonché il commerciante a quanto pare non ha in casa un Cosmonaute e, da bravo imbonitore, lo dirotta su ciò di cui dispone in vetrina, ovvero un Chronomat. Disponibile non c’è un PAN, però il Chronomat è un Chronomat, e Pietro evidentemente si lascia confondere dai lustrini e dai colori della variante “Yachting”. Cos’ha di grandemente diverso dal PAN pari epoca? In effetti non tantissimo: certo manca il logo tricolore delle Frecce, ma di molto originale ha i minuti del cronografo, a ore 12, modificati per rappresentare un countdown velico, cioè degli ultimi dieci minuti prima della regata – per il resto sono due orologi abbastanza simili. Come ogni tanto capita alle persone superficiali e scostanti, entri in un negozio con l’idea di comprare “A”, ed esci con “B”; il giovane Micheli stava per investire tutto il suo gruzzolo pensando di compiere un ulteriore passo verso il suo futuro di pilota di caccia, e comprare un Cosmonaute. E invece non lascia l’orologeria manco con un “Pattuglia Acrobatica”, bensì con un’orologio da velista. Torna a casa e probabilmente si interroga: ma io non volevo mica un Cosmonaute?! A me quello piace! Perché ho uno Yachting?! Ormai la frittata è fatta, e le uova non tornano più nel guscio – tanto vale reingegnerizzarsi una comfort zone, e convincersi che comunque è un Chronomat e che comunque è un Breitiling e che comunque sembra quello delle Frecce Tricolore. Il che, nella sostanza, è assolutamente vero. Pietro è contento, o si accontenta, e tiene in fondo al cuore l’orologio dalle ventiquattro ore: il Cosmonaute dei desideri.

A Pietro capita una disgrazia che supera di gran lunga l’aver cannato modello di Breitling: si innamora. Si innamora di brutto, si innamora perdutamente, si innamora come ci si innamora la prima volta che ci si innamora o forse come tautologicamente ogni qual volta ci si innamora. Si innamora e si fidanza felicemente, per anni. Si innamora e si fidanza con una ragazza che inevitabilmente gli spezzerà il cuore – non prima però di aver espresso un desiderio: possedere un cagnolino. La partenza è molto morbida e nobile e peace&love, nasce ovvero con lo spirito di rimpiazzare il vecchio cocker, passato a miglior vita, con un randagio per salvarlo dalla grigia vita di un canile. A mano a mano che si concretizza lo scenario di adottare un cane di strada, baluginano gli spettri dei problemi di un animale non più cucciolo e che non è, in una metafora automobilistica, “un usato garantito”. Meglio assai averne uno nuovo di trinca, appena immatricolato, magari di marca e magari metallizzato e full optional. Un Retriever, un Labrador. L’innamorato si presenta a Natale con la sorpresa di un cucciolo col fiocco rosso al collo ed un pedigree stellare, costato un occhio della testa. Non avendo occhi della testa da vendere, l’operazione viene finanziata vendendo i gioielli di famiglia, che sono essenzialmente il Breitling Chronomat Yachting. Come anticipato il tutto viene, nel complesso delle partite doppie di un fidanzamento pluriennale, ripagato con il benservito a Pietro, che non fa nemmeno in tempo ad essere invitato alla festa di compleanno di un anno del Labrador. Il risveglio è col cuore rotto e senza fidanzata, senza cane, senza Breitling. Il sogno di rivincita scala parimenti: un giorno la riavrò, poi scema in un giorno avrò un Labrador tutto mio, ed infine resta il minimo termine materialista di un magari un giorno riuscirò a possedere un Cosmonaute…

Le differenze tra Breitling PAN e Yachting poi non sono così impattanti

Gli anni trascorrono e il giovane Pietro una sera si trova a cena con il padre, che racconta di tal Valterelli, conoscenza di vecchia data. “Ti volevo parlare, figlio mio. Sai quasi un anno fa, ricordi?, il Valterelli era in difficoltà. Ti ricordi Valterelli? Mi aveva chiesto una mano. Io gli avevo prestato la cifra che mi aveva detto gli servisse, due milioni di lire. Ogni tanto provavo, senza essere insistente, a ricordargli del prestito, giusto per avere un’idea di massima di quando avrebbe potuto restituirmi i soldi. Ogni volta scantonava, probabilmente non avendo ancora risolto i suoi guai finanziari. Però ieri l’ho incontrato, e mi ha raccontato che si trasferisce, tu pensa, in Cambogia. Insomma, espatria e molla tutto, si lascia tutto alle spalle. Allora gli ho fatto notare che non sarebbe stato carino pensare di lasciarsi alle spalle, in mezzo a tutto, anche me e il mio credito. È diventato tutto rosso, si è scusato, e lì in mezzo alla strada si sfila l’orologio e mi spiega che vale sicuramente di più di due milioni, che questo è il suo modo di sdebitarsi per la grande pazienza e comprensione che ho avuto e… ecco qua!”, e per la prima volta il figlio vede al polso di Micheli sr. non il B&M d’oro ma… un Cosmonaute?! Un Cosmonaute?? “Oh. Wow. Oh, eh, uhm, è un Breitling Cosmonaute, papà? Bellissimo!”, domanda Pietro e per avere in risposta un vago “Non saprei, Breitling sì, non riconosco il modello”. Diversi pensieri probabilmente si presentano ed accalcano nella mente di Pietro, oltre al fatto che non ha molta cognizione di chi sia questo Valterelli, ed in cima c’è che, accidenti!, quello è il Cosmonaute 24 ore, agognato DA ANNI. Oltre all’apprezzabile dato di fatto che il padre non indossa il B&M. Pietro racconta che il Cosmonaute… il B&M… il Cosmonaute… il B&M: c’è un accavallamento nel suo cuore, e alla fine il sentimento che predomina, e tanto, è la speranza che Micheli sr pensi che sia giunto il momento di tramandare il Baume&Mercier al figlio, che lo custodisca e lo manutenga e ne abbia cura e lo indossi con vanto ed affetto. Chiede, confusamente “OK, papà, quindi adesso userai questo e che te ne farai del tuo d’oro?”, per ottenere una risposta inattesa o forse solo indesiderata “Nah. Questo proprio non mi piace, e poi è super scomodo doverlo caricare tutto i giorni. Non come il mio, che è automatico, comodissimo: me lo porterò nella tomba!”, pausa e vuoto “Piuttosto, visto che invece per te questo è bellissimo, e lo guardi con gli occhi che brillano: lo vorresti magari?”. Sfumato o rimandato il momento strappalacrime del passaggio di testimone con l’orologio di famiglia, che di famiglia non è, Pietro mi disse di essersi ricomposto, ritrovato un equilibrio interiore dopo un discretezze scossone, pensato che, ok, alla fine arriva il Cosmonaute, buona pace e buona notte al sentimentalismo e benvenuto Top Gun. “Sì, certo! Grazie papà, sarei contentissimo!”, per poi subire un altro twist “Ah, perfetto! Certo, a me in qualche modo si può dire che non sia piovuto dal cielo, ma è costato due milioni di lire: a te lo posso dare per uno, se proprio lo vuoi…”. Ouch. Niente orologio di famiglia, bene. Cosmonaute usato a prezzo stracciato, venduto dal padre, bene. Ma forse è giusto così, perché Pietro ormai è grande, e gli adulti pagano per ottenere ciò che desiderano, non aspettano Babbo Natale. Babbo Natale non esiste. “Certo. Un milione. OK, ti faccio un assegno”. Così Pietro compra il Cosmonaute che tanto sognava. Non è il B&M d’oro. È senza scatola, istruzioni, garanzia, prova d’acquisto, e ha dovuto dare dei soldi a suo padre – ma pur sempre è il Breitling Navitimer 24H che è andato nel cosmo. In fondo Pietro è comunque felice.

Con Pietro lavora un collega più anziano, Alberto, grande appassionato di orologi e che conosce diversi amici orologiai. È a lui che si rivolge per chiedere se per favore trova qualcuno esperto e fidato per poter fare una lucidatura della cassa e, già che c’è, una revisione – che nell’orologeria corrisponde al “tagliando” delle auto. Gli affida il Cosmonaute, per poi vederselo riconsegnare una decina di giorni dopo: “Grande Albert! Quanto ti debbo?”. Il collega con aria tra il mogio e l’imbarazzato risponde “Guarda sono centomila per la lucidatura ma… non so come dirtelo: il mio amico mi ha detto, ecco, mi ha detto che è un tarocco”, una frase che lascia stupore ed incredulità. “Come? Cosa? Ma è sicuro? In che senso tarocco?”. Ma Alberto non dà speranze: “Sì, mi spiace: quadrante e corona probabilmente sono autentiche, ma di sicuro non è il suo movimento, così come anche le lancette non sono originali e altre parti… boh, Mario dice che magari trecentomila potrebbe valerli. Ma tu quanto l’hai pagato”. Pietro chiede ad Alberto di lasciar perdere…

Breitling Navitimer Cosmonaute ref. 81600

Il giorno successivo Pietro ingenuamente si presenta, alquanto alterato, dal padre. Gli spiega, senza troppi preamboli, che l’orologio è un falso, e che si sente preso in giro ed imbrogliato. Micheli sr è tutt’altro che stupito e ha una reazione fin troppo, stranamente, composta. Non c’è meraviglia perché ha sempre pensato che Valterelli fosse un mezzo imbroglione, e che ha costantemente tirato sole e lasciato puffi in giro, perciò è uno scenario coerente col suo “M.O.”. Pare abbia proprio detto “em o“, come lo abbreviano tipicamente gli americani, non “modus operandi” come si dovrebbe pronunciare nel parlato. Insomma, emerge che fosse quasi certo che ci fosse qualcosa fuori posto e sotto traccia, in quella spontanea dazione dell’orologio. “Fammi capire, eri abbastanza certo che ci fosse qualcosa dietro, qualcosa che non andava, ma questo non ti ha impedito di vendermelo?!” chiede retoricamente, e sempre più furibondo Pietro. Alla fine gli spiega, con tutto il distacco e lo sprezzo che riesce a recuperare in sé, che si può riprendere il Cosmonaute farlocco e ridargli il milione, passandogli la bustina dell’orologiaio. “Non capisco questo livore”, risponde il padre, “in fin dei conti sono io quello che ha perso due milioni, e tu con una cifra probabilmente molto più bassa di quanto costa, hai l’orologio che ti piaceva tanto”. A nulla vale provare a spiegare che a quel punto aveva perso solo la metà del prestito non rimborsato, visto che un milione ce lo aveva messo Pietro; o spiegare che quello più caro era il Cosmonaute vero, originale, non uno usato e taroccato. Alla fine Pietro torna a casa senza orologio e senza milione.

Solo l’anno scorso il giovane Micheli è riuscito finalmente a comprare, con i suoi risparmi, un Breitling Navitimer Cosmonaute 24 ore. Nel frattempo il padre è mancato, il B&M scomparso, magari finito davvero seppellito insieme al proprietario o barattato per chissà cosa o regalato a chissà chi. Comunque sia tutte le volte che mi capita di chiedere l’ora a Pietro, vedo che in lui scintilla un bagliore di appagamento e serenità mentre interroga le lancette del suo Cosmonaute. C’è una morale? Se c’è, qual è? Francamente non lo so, ma ripensando alla trama di “The Gold Watch” penso che nella vita nulla si debba dare per scontato, niente sia dovuto, e che se c’è qualcosa che ti sta davvero a cuore, be’ amico mio, devi provvedere tu, devi pensarci da te, devi farlo tu come si deve e come vorresti fosse fatto.

Perché nessuno lo farà al tuo posto.

[1] un meccanico a carica manuale 15 rubini a cassa 25mm tonda in metallo lucidato, corona a cipolla a ore 3, quadrante bianco con numeri arabi delle ore (col 12 in rosso), sfere nere e piccoli secondi a ore 6

[2] tipicamente un #1803, automatico Perpetual 26 rubini a cassa 36mm Oyster in oro, lunetta in oro non rotante bombata e zigrinata, coroncina a ore 3, quadrante champagne con indici non luminosi alle ore, tre sfere a bastone con ore e minuti luminescenti, giorno a ore 12 e data a ore 3, bracciale President in oro con chiusura deployante

[3] un automatico 25 rubini a cassa 30mm tipo Oyster in oro, lunetta in oro non rotante bombata e zigrinata, coroncina a ore 3, quadrante champagne con indici non luminosi alle ore, tre sfere a bastone con ore e minuti luminescenti, giorno e data a ore 3, bracciale tipo President in oro con doppia deployante

[4] movimento Lemania 5100, automatico 17 rubini a cassa 40mm trattata PVD, lunetta interna nera tachigrafica, coroncina a ore 3 e pulsanti del crono a ore 2 e 4, quadrante nero con indici luminosi alle ore, crono con secondi centrali (lancetta arancione), minuti sul 9, ore (a base 24) sul 12 e due lancette a bastone con piccoli secondi sul 6, giorno e data a ore 3, bracciale in acciaio PVD con chiusura deployante a cassetta

[5] un crono movimento Valjoux 7750: automatico 17 rubini a cassa 39mm, lunetta girevole in metallo con cavalieri ai quarti d’ora, corona a panettoncino a ore 3 e pulsanti del crono a ore 2 e 4, quadrante nero con indici luminosi alle ore, crono con secondi sul 9, minuti (a base 30) sul 12, ore sul 6 e tre lancette a bastone, data a ore 3, bracciale in metallo

[6] crono movimento di derivazione Lemania 1873 24 ore: meccanico a carica manuale 39 rubini a cassa 42mm, lunetta girevole bidirezionale in metallo con regolo calcolatore logaritmico, coroncina a ore 3 e pulsanti del crono a ore 2 e 4, quadrante nero con numeri arabi, crono con secondi centrali, minuti a contrasto sul 3, ore a contrasto sul 6 e due lancette a bastone e piccoli secondi a contrasto sul 9, solo tempo, bracciale in pelle

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