Un quarzo di quelli tosti


Quando ti appassioni di orologi di solito inizi a guardare con distacco quelli mossi da un movimento al quarzo. Diventi nighittoso, e non ti sforzi di approfondire nulla più al di là dei meccanici, perché sono par excellance “quelli veri”. C’è un’ingegneria, c’è un’artigianalità, c’è una tradizione ed un savoir-faire, c’è un esoterismo da connoisseur che si contrappone alla ondata di movimenti al quarzo tipica dei parvenu giapponesi. Ammetto che anch’io non sono rimasto immune da questo complesso di superiorità.

Tuttavia esistono dei frangenti in cui l’appassionato di orologeria apprezza i quartz, e di solito le motivazioni retrostanti sono due: la ricerca dell’accuratezza o della resistenza. Riguardo alla prima, anche escludendo casi record come il Citizen 001, si ha l’evidenza di orologi hi-freq quali il Longines VHP equipaggiati da ETA che possono scartare -5 /+5 secondi all’anno confrontarsi con standard di accuratezza meccanica elevata come il COSC che prevede una tolleranza di -4/+6 secondi ma …al giorno! Infatti genericamente i movimenti al quarzo sono più precisi di un paio di ordini di grandezza rispetto a quelli meccanici. La seconda motivazione è invece connessa al fatto che tendenzialmente gli orologi con parti meccaniche in movimento, a prescindere che siano alimentati da un rotore come gli automatici o dal ricaricare alla corona come i manuali, sono inevitabilmente più delicati di un orologio elettrico.

Questo per affermare che se cerchi un orologio affidabile, nel senso di accurato e non troppo soggetto a rotture, il quarzo può essere una scelta razionale, per quanto non ortodossa. E quando mi sono chiesto quale orologio potesse subire maltrattamenti senza troppe conseguenze, da usare tutti i giorni e in tutti i contesti e scevro da patimenti, mi sono risposto: G-Shock e Garmin Tactix. Ma è poi è subentrata una fase in cui cercavo di individuare qualcosa di analogico e di tradizionale, che avesse un portato ed una narrativa differente da uno smartwatch.

Gli orologi da polso “tuff” (o tough, o rugged) storicamente sono i field watches, e la logica retrostante è scontata: se un orologio non sfigura sul campo di battaglia probabilmente è sufficientemente affidabile per affrontare il quotidiano dell’uomo moderno. Spesso ci si rifà all’archetipo della Dirty Dozen, ovvero i dodici orologi commissionati ed approvati dal Ministero della Difesa britannico nella Seconda Guerra Mondiale (in realtà più sul volgere della fine…), cioè i “broad arrow” di Omega, Longines, IWC, Jaeger-LeCoultre, Buren, Cyma, Eterna, Grana, Lemania, Record, Timor e Vertex. O si retrocede alla categoria dei trench watches della Prima Guerra Mondiale. Mentre ai giorni nostri sovvengono nomi come il Khaki di Hamilton o l’Expedition di Timex o il Field Specialist di Seiko o alcuni Eco-Drive di Citizen, o i Bertucci o i CWC o gli MWC o i vari più tattici quali Marathon / Luminox / Traser, oltre al MudMuster G-Shock di Casio o alcuni tough smartwatches (come il citato Tactix 7 di Garmin).

La Sporca Dozzina: i dodici field watches di Sua Maestà Britannica nella WWII

Col tempo è sorta un’altra convinzione, riguardo agli orologi “tosti”: un’ingegnerizzazione sufficiente per diver verosimilmente è sinonimo di adeguatezza a sopravvivere alle asperità. Mentre gli eleganti, i racers ed i pilots vantano altri tipi di qualità (anche se ciò non li rende necessariamente “fragili”), i requisiti di impermeabilità dei divers quasi implicitamente comportano una maggior protezione del calibro. Forse i più celebri divers assurti a simbolo di robustezza per quello che i più pungenti definiscono desk divers (cioè i sub da scrivania…) sono il Rolex Submariner (ed ancor più i Sea Dweller) o i SeaMaster (ed ancor più i PloProf) di Omega o i Luminor di Panerai. Poi ci sono una marea (ed è il sostantivo appropriato!) di divers, più o meno professionali: i Pelagos di Tudor, i SuperOcean di Breitling, i Prospex di Seiko (iconico il “Captain Willard”), i ProMaster di Citizen, gli AquaRacer di TAGHeuer, i Doxa, gli Squale, gli Zodiac, gli Yema, gli Oris, i Baltic, i Delma, il FrogMaster G-Shock di Casio o il capostipite di tutti (ormai più mito che pro), ovverosia il Fifty Fathoms di Blancpain, nonché tanti tanti altri, micro-brands inclusi.

Marchio aspirazionale e caratteristiche da diver professionale: il Sea Dweller di Rolex regge 120 Atmosfere

Ma se la robustezza di un field si unisce a quella di un diver? Ecco presentarsi i mission. Uno di questi, per fare un esempio, è il Mühle Glashütte S.a.R. Rescue Timer, che è al servizio della Deutsche Gesellschaft zur Rettung Schiffbrüchiger (la divisione “Search And Rescue” della Marina tedesca).

Il modello che ho però messo a fuoco è il Sinn UX EZM-2B, nella sua variante GSG-9. È dichiaratamente un mission, perché è un field così come un diver …e che diver! È da immersione perché ha la ghiera rotante unidirezionale a 60 clicks con indicazione dei minuti, lo è perché resiste a discrete profondità, ma in definitiva lo è perché …è certificato DIN 8306 – nonché testato EN 250 / EN14143 e certificato da DNV, perciò è “ufficialmente” un diver. Sulla carta le pressioni alle quali può operare sono quelle che si trovano a 5.000 metri sotto il livello del mare, ma questo è un limite formale dovuto alla certificazione del movimento a 500 ATM. In realtà la cassa in sé resiste fino a 1.200 Atmosfere. Questa resistenza alla pressione è ottenuta grazie alla tecnologia HYDRO, cioè al fatto che tutto ciò che è incassato (calibro, sfere et cetera) tra cristallo zaffiro antiriflesso e cassa sia annegato in bagno d’olio, più precisamente nello special oil 66-228. L’orologio poi, nella variante che mi ha colpito, si fregia dell’emblema del Grenzschutzgruppe 9 perché da questi impiegato; fondamentalmente è un UX al quale la Polizia federale tedesca ha chiesto di portare la corona da ore 4 ad ore 11: in produzione Sinn ruota di 180° ed ospita sul quadrante il logo GSG-9 ad ore 6 (dislocando il logo “HYDRO” ad ore 9 e quello “UX” ad ore 3).

Il Grenzschutzgruppe 9 della Bundespolizei

Qualche parola sul GSG-9 va spesa. Il corpo trae origine dall’insuccesso del ’72 a Monaco nell’operazione di polizia contro-terroristica avverso i fedayyin di Settembre Nero: l’anno dopo viene fondato questo gruppo speciale a Sankt Augustin (Bonn) con l’obbiettivo di un pronto intervento più efficace in casi simili. L’occasione per dimostrarne le capacità definitive si presenta a quattro anni dalla nascita, cioè nel ’77, con il blitz che risolve il dirottamento del volo Lufthansa 181 “Landshut”. Da allora opera una cinquantina di interventi ogni anno volti al contrasto delle azioni terroristiche o in operazioni speciali contro la criminalità organizzata. Il GSG-9 è composto di più unità, e chi effettua il training si deve formare in tutte le specializzazioni: unità operativa sul terreno urbano, tiratori di precisione, paracadutisti, subacquei e macchinisti di sottomarini, più le unità di supporto (tra cui il genio). Probabilmente nell’immaginario collettivo si potrebbe sintetizzare che siano “gli SWAT tedeschi”.

Para’, cecchini e, per la guerriglia urbana, la unità provvista di KTM 1290

Per altro l’UX EZM-2B in generale, ovvero con la corona alle 4 e senza il logo GSG-9, è in uso al KSM, Kommando Spezialkräfte der Marine, le forze speciali della Marina tedesca – non esattamente delle braghe lesse… È comprensibile che ciò non dimostri nulla: non è che l’usarli al KSM implichi un’intrinseca robustezza. E poi esiste tutto un contorno polemico riguardo agli orologi militari, perché possono essere orologi “ufficiali” (nel senso che rispettano alcune caratteristiche precise, definite dall’esercito o dal ministero competente) oppure possono essere “assegnati” (nel senso che sono stati concessi in uso ai militari come strumento di lavoro, e di norma devono essere riconsegnati a fine del servizio) oppure semplicemente perché sono diffusamente “adottati” dai militari (che liberamente li acquistano e li usano durante il servizio). In questo caso gli UX vengono acquistati dal Beschaffungsamt des Bundesministerium des Innern und für Heimat (l’ufficio acquisti del Ministero degli Interni) e vengono utilizzati da militari del KSM e della unità subacquea del GSG-9 come ausrüstungsgegenstände, ossia attrezzatura nel servizio, e devono essere riconsegnati insieme al resto dell’equipaggiamento, fucili d’assalto, bombole e così via (1).

Un militare della Marina tedesca con l’UX sopra la muta

Tornando alle caratteristiche tecniche, ed in particolare alla tecnologia Hydro, essa porta con sé una serie di implicazioni, positive e negative. Ovviamente la prima positiva è che l’orologio resiste a pressioni ragguardevoli (o al meno sufficienti per immergersi fino al fondo della fossa delle Marianne…), visto che il fluido è incomprimibile, e cassa-fondello-cristallo tengono abbastanza, insieme alla chiusura a vite col sistema “D3” della corona. La seconda è che comporta un anti-appannamento (intesa come umidità nell’aria) del 100%, giacché tra quadrante e vetro …non c’è aria che possa appannarsi! La terza è che sott’acqua i riflessi sono quasi azzerati, giacché non c’è aria sotto la superficie inferiore del cristallo – ma un altro fluido; questo permette anche degli angoli di lettura bassissimi nonché una particolare nitidezza anche sott’acqua. Ad una certa angolazione, radente, l’effetto è quasi allucinante, perché è come se si azzerasse la profondità tra quadrante e vetro, e l’immagine del quadrante si riproducesse all’altezza del vetro, con una resa visiva tipica degli smartwatches. Vi è infine un quarto pregio, cioè il riuscire ad ottenere un orologio estremamente subacqueo senza ricorrere a sistemi quali la valvola all’elio e quindi contenendo lo spessore della cassa: l’altezza massima è di soli 13,3 mm.

Due UX in acqua: a destra con Hydro e a sinistra senza Hydro

L’Hydro non è tuttavia scevro di difetti, anche non trascurabili. Primo l’orologio diventa intoccabile, se non dal Service di Sinn (in altre parole: bisogna spedirlo a Francoforte). Infatti anche solo per cambiare la pila bisogna ovviamente svitare il fondello, con ovvie conseguenze di fuoriuscita d’olio. Ogni “service” per cambio pila al momento dovrebbe quotare attorno ai 250 euro, spesa che va messa in conto approssimativamente ogni 8 o 9 anni.

Un GSG-9 mentre viene riempito di olio speciale dalla valvola a bordo cassa in corrispondenza di ore 12

Secondo difetto: nel fluido può formarsi una piccola bollicina d’aria. La Sinn spiega il fenomeno come segue (2). Il processo di riempimento prevede che la cassa venga colmata “a tappo”. Se la temperatura ambientale ha un’escursione negativa notevole (ad esempio passa repentinamente da un ambiente riscaldato di +20° a un ambiente esterno montano di -15°), l’olio si contrae più di quanto si contragga la cassa; al fondello c’è una membrana che compensa questo effetto. Se il differenziale termico è violento la membrana non riesce più a compensare, perciò si forma un vuoto nell’olio. Siccome in qualsiasi olio possono trovarsi dei gas assorbiti e diluiti, tali residui vanno ad occupare il vuoto formato, insieme a micro-quantità d’aria che comunque trapelano in qualche modo nella cassa. Al fine di compensare questo effetto Sinn prova, intervenendo anche sul fondello, a [sovra]riempire la cassa, mandandola “in pressione”. Quando la temperatura di esercizio torna la precedente, la pressione aumenta: l’olio riassorbe parzialmente i gas, ma non tutti. Se questo processo si reitera più e più volte, è possibile si formi una bollicina d’aria, visibile ad occhio nudo. Il problema dell’air bubble spesso si risolve portando gradualmente a temperatura l’orologio (magari tenendolo tra i palmi delle mani), così da vedere la bolla “riassorbirsi”. Può succedere però che si renda inevitabile rimandarlo in Service per un’operazione di cambio d’olio e refill (in alcuni casi, spedizioni a parte, pare gratuito). È comunque vero che il funzionamento dell’orologio non sia affetto dalla eventuale presenza della piccola bolla.

Un GSG-9 il cui sistema Hydro ha permesso la formazione di una bollicina d’aria, visibile (per gravità…) a ore 12

Il terzo difetto è che l’emissione luminescente su indici e sfere è contrastata dall’olio, perciò al buio risulta un po’ meno luminoso rispetto a quanto sarebbe il Super Luminova di un orologio “non-Hydro”. Trovo che abbia un lume sufficiente, ma è innegabile che ceteris paribus l’Hydro ne comporti una riduzione.

Il SuperLuminova degli UX è vagamente “fanée” dall’olio

L’ultimo difetto è forse più considerabile un’anomalia o una curiosa particolarità. Esso è dovuto alla maggior resistenza in termini di attrito (viscosità) dell’olio rispetto all’aria, perciò il meccanismo viene settato per contrastare una resistenza maggiore di quanto abituale. Questo comporta che la lancetta dei secondi spesso (e a seconda dell’inclinazione della cassa, per intuibili riguardi nei confronti di Issac Newton) presenti un “rimbalzo” quanto ticchetta: forza del movimento e contrasto dalla resistenza del fluido, unitamente agli effetti della gravità, accentuano questo strano scatto. È il seconds-hand bounce, e su YT si trova qualche video che lo illustra in modo chiaro.

Per altro trovo interessante che nel decennio in cui Sinn è stata subfornitrice di Bell&Ross, ossia dal 1992 al 2002, tra le tecnologie sviluppate per B&R ve ne fosse una che si chiamava… HydroOil! Un altro nome per la stessa zuppa: un quarzo in bagno d’olio. Ai tempi la Bell&Ross aveva presentato un modello, l’HydroMax Professional 11100, che sfruttando questa tecnologia era stato testato dall’Institut Français de Recherche pour l’Exploitation de la Mer per funzionare sotto pressione di 1.110 atmosfere, un valore coerente con i 1.200 ATM dichiarati da Sinn per l’UX. Siccome la fossa delle Marianne è al punto inferiore 10.935 metri sotto il livello del mare, non dovrebbero esserci grandi problemi ad indossarlo nel fare doccia, bagno ed immersione ovunque nel pianeta… L’UX quindi non è stato il primo né è l’unico orologio in bagno d’olio. Ad esempio c’è, dal 2010, il Beyond (il Type 5 è abbastanza impressionante, senza corona et cetera, anche se poi eccentricamente è solo un 10 ATM, come tra l’altro il Mühle S.a.R.…), e c’è in voga una certa tendenza tra i modders di immergere artigianalmente i propri quarzi nell’olio siliconico (per i più curiosi: una breve ricerca su YT può portare ai relativi tutorials).

In certe operazioni militari subacquee, come questa del GSG-9, gli orologi di lusso non sono i più adatti e l’impermeabilità non è un optional

Un altro grande punto di forza dell’UX è dato dalla cassa. È un 44mm di diametro con un lug-to-lug di 50,5mm. È realizzata in acciaio inossidabile austenitico dello stesso tipo che la Thyssen fornisce alla Marina militare tedesca utilizzato per la produzione di sottomarini di classe 212, e che con tutta probabilità è simile a quello che usa la Damasko, ossia l’EN 1.3964.9 o “Nitronic 50”. Rispetto ad un AISI 316L, il materiale con cui spesso vengono realizzate le casse Stainless Steel, ha molto più nichel (17% anziché 13%), più cromo (21% anziché 18%) il doppio di manganese (4% anziché 2%), metà del fosforo (0,25% anziché 0,45%), più azoto (0,20% anziché 0,10%) e presenza del niobio. Ha un carico di rottura incredibilmente più alto (560 MPa contro 170) ed una durezza più importante (290 vickers anziché 217). È parecchio più resistente alla corrosione, avendo un PREN (Pitting Resistance Equivalent Number) di 36 anziché 25. Il cosiddetto submarine steel non ha nulla da invidiare, se non magari per lucentezza o duttilità, nemmeno al mitologico Oystersteel di Rolex, più o meno il 904L (150 vickers).

All’acciaio da sottomarini Sinn aggiunge l’opzione del trattamento di indurimento TEGIMENT (un klosterising, cioè un’infusione di carbonio a bassa temperatura), che dovrebbe portare la durezza superficiale oltre i 1.200 vickers. Come se non bastasse le versioni “S” propongono ulteriormente il coating PVD (Physical Vapor Deposition). Insomma si tratta di una cassa sufficientemente resistente a graffi, resistente ai campi magnetici (è comunque DIN 8309) e ad agenti vari corrosivi tipo acqua salata nonché con proprietà non-magnetiche. Attenzione perché “anti-magnetico” è una sceneggiatura (il meccanismo non è alterato da campi magnetici) mentre ovviamente il film è diverso per “non-magnetico” (il corpo non emette tracciature magnetiche); quest’ultima può rappresentare comunque una qualità utile …quanto meno per i sottomarini militari! Un altro rapido passaggio sull’HydroMax di Bell&Ross: era un 39,5 mm con cassa inox, perciò sicuramente meno durevole di una cassa Nitronic 50 Tegimented. Tra l’altro se si intendere verificare se la cassa sia Tegimented basta individuare (o meno) l’incisione del marchio, ovvero un cerchio con inscritto un punzone triangolare incidente su una superficie – negli UX dovrebbe essere sotto un’ansa.

Il marchio del Tegiment

La corona non è difesa da spallette, resta ben dimensionata e zigrinata in modo da avere un miglior grip ed un rapido accesso anche coi guanti, tuttavia è in posizione più protetta perché, come già scritto, è riposizionata ad a ore 10. La cassa “dritta” la prevede ad ore 4, ma la Bundespolizei ha richiesto per il GSG-9 il diametralmente opposto perché ritiene che altrimenti (quando indossato, normalmente, a sinistra) nelle operazioni tattiche possa rappresentare un appiglio a polso flesso. Inoltre viene adottato il sistema Sinn “D3”, in cui l’albero della corona scorre direttamente nell’apertura della cassa, senza avere il tubetto cavo; questo ridurrebbe sia altre potenziali punti critici di immissione (o fuoriuscite… visto l’olio all’interno) di liquidi, sia leaking dovuto a colpi che pieghino l’albero nel tubetto. Secondo Sinn questo sistema aumenta l’esser stagno, riducendo la penetrazione di pulviscolo o umidità e sopportando di più eventuali colpi sulla corona.

Sul fondello si trovano incisi al centro il nome del modello “UX EZM 2B” con l’indice di resistenza alla pressione (5.000 m, o 500 bar), e lungo la circonferenza il logo “Sinn”, il numero di modello e le diciture “Deutscher U-Boot Stahl” e “Seewasserbeständhig“.

L’UX non è resistente all’acqua, ma all’acqua di mare!

Le casse vengono prodotte dalla SUG, Sächsische Uhrentechnologie Glashütte, come per altro si può apprendere dall’incisione sul bordo inferiore della cassa stessa, in corrispondenza di ore 6. Non è un outsourcing che suscita forti brividi, visto che la SUG ha come maggior azionista, almeno al momento, il medesimo della Sinn.

La ghiera è in acciaio Tegimented in tutte le versioni. Poi può essere trattata superficialmente PVD (perciò “nera”) nelle varianti “SDR” (cassa non PVD) ed “S” (cassa PVD). Ha il sistema di ritenzione a vite, perciò non si riesce a far saltar viala ghiera, senza aver prima liberato i tre grani posti ai minuti 10, 30 e 50.

Il peso complessivo è di poco più di un etto (105 gr), per il solo-testina. Ad essa va aggiunta la massa del cinturino, che è incognita giacché l’offerta spazia dal bracciale in metallo (pesante e più costoso) alla pelle stile Bund (meno costoso) ai siliconici (più leggeri) con clasp grande o piccola ed in varie colorazioni. E poi, comprato con uno qualsiasi di essi, alla fine gli butti su il cinturino aftermarket che preferisci, a condizione che abbia lug width di 22mm.

Volendo arrivare a una morale conclusiva sulla cassa, tenuto conto anche del contorno di vetro zaffiro anti-riflesso su entrambi i lati, di ghiera con viti di ritenzione, di corona D3 e del fondello a vite con membrana di compensazione, viene difficile pensare a qualcosa di più robusto che non sia un orologio digitale o uno smartwatch. Quando lo indosso e sbatto contro qualcosa, tendenzialmente mi preoccupo più di quel “qualcosa” che dell’UX.

Un GSG-9 SDR braccialato: quadrante pulitissimo ed altamente leggibile

In senso lato un altro indicatore di affidabilità è la leggibilità stessa, onde evitare di trovarsi in condizioni tutt’altro che pratiche, e di faticare ad interpretare l’ora esatta o il tempo trascorso. Perl’UX ritengo semplicemente che la leggibilità sia a livelli elevatissimi: sfere bianche a spada e lancetta dei secondi a bastoncino con dettagli bianchi su quadrante nero. Se si volesse esser pignoli il datario, forse inutile in un diver ma magari meno in un field, è piccolo e senza ciclope, sebbene consenta di mantenere l’indice ad ore 3 (che dovrebbe essere un requisito per la certificazione dei diver), per altro pieno e non parziale come si vede su altri diver, anche prestigiosi. A ore 12 vi sono gli indici maggiori, doppi e leggermente rastremati, mentre a ore 6 e 9 sono maggiori ma singoli; alle altre ore (incluso il 3, come appena spiegato) sono gli indici minori e poi ci sono i segni dei minuti. Il logo “Sinn” è in bianco sotto le ore 12, con la scritta rossa “Einsatzzeitmesser“, cioè mission timer e che spiega anche al nome in codice dell’UX, ossia EZM, modello 2B. Come già spiegato ci sono anche i loghi, in rosso, “UX” ed “HYDRO” oltre che eventualmente l’insegna rossa “GSG 9”. A smile e sempre in rosso anche la scritta “Made in Germany“, sopra gli indici a cavallo di ore 6. Anche la ghiera è parecchio leggibile, con il triangolo ad ore 12, gli indici di minuti (in bianco con i mezzi minuti fino al 15, poi in rosso) e le numerazioni ogni 5 minuti in bianco. Trovo soggettivamente il tutto anche alquanto elegante, considerata la natura di tool watch da missione speciale.

Se si riprende il discorso d’apertura si chiude il cerchio col movimento dell’UX, che è appunto un quarzo, cioè un ETA 955.652 a 7 gioielli a temperatura stabilizzata e Swiss made. Una delizia, se si pensa che sarà di certo poco soggetto a problemi (certificato come resistente agli urti ISO 1413), con un’accuratezza elevata (+/- 10 sec/anno) e con la batteria dalla durata notevole, una batteria al litio da 3V che è previsto sopravviva tra i 7 ed i 10 anni. È però a causa sua se l’orologio non si può definire resistente a 120 ATM (il movimento è certificato per 50 ATM) né altamente anti-magnetico come altri Sinn (invece resistenti ad 80.000 A/m) banalmente perché è certificato per resistere a campi da 4.800 A/m, cioè quelli che si incontrano in un uso ordinario e non se si vive dentro una macchina per RM… Da un punto di vista funzionale resta eccezionale, da un punto di vista del fascino dell’orologeria direi nojoso: un costoso orologio a pila. Sempre per confrontarsi con l’HydroMax di Bell&Ross, il calibro era praticamente lo stesso, visto che era un ETA 922.612 – che si può dire un predecessore del 955.652.

La ordinaria, noiosa, irreprensibile vita di un 922.652

L’UX al momento viene offerto in due versioni: “normale” ed edizione speciale, non limitata, GSG-9. Le referenze sono 403.xxy con il finale y che può essere “0” per la versione normale oppure “1” per la GSG-9. Ciascuna versione presenta poi cinque varianti:

  • .03y, base cioè cassa in “U-Boot Stahl” e solo ghiera Tegimented
  • .04y, cioè cassa e ghiera entrambe Tegimented
  • .05y, “S” cioè cassa e ghiera entrambe con trattamenti Tegiment e PVD
  • .06y, “SDR” cioè cassa in “U-Boot Stahl” e solo ghiera Tegimented e PVD
  • .08y, “SDR” cioè cassa Tegimented e ghiera Tegimented e PVD

La mia scelta è per la ref. 403.081 ovvero l’UX (403.) SDR Tegimented (.08) versione GSG-9 (finale 1), comunque c’è modo di accontentare chiunque stanti le 30 combinazioni ordinabili, e a prescindere dai colori del cinturino. Il listino al momento spazia da 1.999 euro per la variante base con cinturino pelle, a un massimo di 2.730 euro per la variante S con bracciale; la versione “normale” e GSG-9 costano uguale.

Un GSG-9 in un contesto quotidiano, tenuto al polso da un cinturino nylon e velcro Néreides

Se considerato “un quarzo qualsiasi” è un orologio dal prezzo alto: in generale gli orologi al quarzo sono nell’ambito delle centinaia e non delle migliaia di euro. Per prendere il caso di un ottimo field come il Bertucci A4T in titanio, con un quarzo “gold plated” e batteria litio di durata decennale, si ha un costo di acquisto pari a circa un ottavo dell’UX (e senza problemi, cioè costi, di manutenzione dovuti dall’Hydro). È pur vero che l’Endurance di Breitling è al quarzo, e costa poco meno del doppio di listino di un UX senza, ritengo, aggiungere il doppio del valore. La produzione di Sinn non è elevata, e ci sono stati periodi in cui la waiting list ufficiale superava le 30 settimane per alcuni di questi modelli; ciò comporta che gli usati abbiano una discreta tenuta. Non un grande investimento in termini di crescita del valore, così come non mi prefiguro un notevole svenamento in caso ci si trovasse nelle condizioni di doverlo monetizzare.

Di sicuro ci sono tool watches più affidabili e ad un prezzo inferiore; ad esempio molti militari preferiscono uno qualsiasi tra i Masters of G o altri G-Shock o ProTrek, oppure Suunto o Garmin o Seiko (magari anche Orient) o Citizen o altri simili: ottimo rapporto prezzo/affidabilità, e sono comunque “spendibili” se immolati durante una missione. L’Einsatzzeitmesser B2 mi pare comunque che sia “più speciale”, e sarei curioso di trovare qualche altro orologio che abbia questa durezza della cassa, resistenza alle pressioni, accuratezza come segna tempo e leggibilità e robustezza complessiva.

(1) Fonte: “GSG 9-Uhr Sinn UX S (EZM 2B): Echte Einsatzuhr oder Marketing-Blindgänger?

(2) Fonte: “The Sinn Einsatzzeitmesser 2 (EZM2)


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