Lo Spartacus della tecnologia

Ho comprato un Wattson. Dopo l’unboxing e l’installazione la mia vita ne aveva già subìto l’affascinante impatto.

Wattson è un piccolo elettrodomestico che misura i consumi elettrici. È composto da due elementi: il rilevatore/trasmittente e il display/ricevente. Il primo sfrutta l’intuizione di Hans Christian Ørsted, ossia che campi elettrici e campi magnetici sono proporzionali – sono in realtà così strettamente legati da essersi in seguito rivelati due fenomeni del medesimo noumeno, cioè dell’elettromagnetismo. L’interpretazione classica (e tutt’ora funzionale a livello antropometrico) di Maxwell e Faraday è che all’aumentare d’intensità del flusso di corrente in un cavo elettrico, aumenta l’intensità del campo magnetico nella sua periferia.

Il rilevatore è costituito da un morsetto, che va serrato (senza utensili) attorno a uno dei due cavi del contatore dell’elettricità, e da una piccola scatola nera, munita di antenna.

Il display è un bell’oggetto di design i cui LED si illuminano indicando quanti watt stiano attraversando il contatore: diciamo che, se il contatore segna il ‘montante’ dei watt consumati, Wattson ci informa sul consumo ‘istantaneo’.

I watt esprimono quanta potenza stiano assorbendo le apparecchiature elettriche di casa: un watt-secondo è una potenza elettrica paragonabile alla forza da esercitare per imprimere un’accelerazione di un metro al secondo a una massa di un chilo (cioè un joule), diviso per un secondo. I kilowattora (kW/h) corrispondono a 3,6 megajoule in un’ora.

Ma più che le unità di misura convenzionali interessa sapere che le nostre bollette elettriche sono tanto care quanti più kilowattora assorbiamo.

Ovviamente il nostro consumo ci comporta sì un costo proporzionale, ma comporta anche l’utilizzo di risorse per produrlo alla fonte: energia termoelettrica, idroelettrica, nucleare, eolica, geologica eccetera. Ma, anche prescindendo per ignoranza da quale sia l’esatta fonte dell’energia che illumina le lampadine di casa nostra, possiamo essere sicuri di un assunto: se assorbiamo meno elettricità causiamo un minor spreco di risorse energetiche – col corollario di questo assunto che, quasi certamente, in qualche modo riduciamo l’inquinamento terrestre.

Trovo che Wattson sia un elemento di arredo appagante la vista – e in ogni caso si integra nel mio arredamento meglio di quanto farebbe una statuetta di Thun. È senza cavi, visto che riceve i dati via radio ed è dotato di batterie ricaricabili. Inoltre il suo retro irradia un allegro alone colorato, le cui cromie sono legate alla quantità di assorbimento di potenza elettrica: lo spettro muove dall’algido azzurrino dei bassi consumi, a un focoso cremisi per l’alto assorbimento.

Il compagno di Wattson è stato battezzato holmes. La analogia fra il mix James Watt e John Watson non originerà stupore per la scelta del nome attribuito al software di analisi, uguale allo Sherlock, protagonista dei celebri romanzi di sir Arthur Conan Doyle.

Se a Wattson è infatti attribuito il compito di evidenziare le grandi doti analitiche del suo amico investigatore, a holmes è invece assegnato l’onere di analizzare in profondità tutti i dati raccolti a proposito dei vostri consumi elettrici. È sufficiente collegare con un cavetto USB Wattson a un PC, indifferentemente Windows o MacOS, e holmes vi produrrà grafici, prospettive di costi annui in bollette e addirittura equivalenze (teoriche) fra consumi e inquinamento.

Inutile confermare che questo nuovo gadget attira costantemente la mia attenzione, e ha cambiato parecchie mie abitudini. Ormai è una sfida costante fra me e il numero composto dai LED di Wattson; il mio ingegno diuturno è per confinarlo sotto le quattro cifre (ossia la soglia di un kilowatt), e comunque il più basso possibile. Questo non tanto per mio spirito ecologista, né le circostanze economiche mi vedono obbligato a risparmiare sulla “bollet- ta della luce” (benché un risparmio sui costi sia un sidekick benvenuto!). Il concetto che mi spinge a spegnere la televisione in stand by, ad abbassare il varialuce, a impostare la temperatura del frigo più alta e così via, è quello di achievement.

Nell’online gaming e nel social networking c’è una forte pulsione al raggiungere alcuni obiettivi/achievements. Allo stesso modo per me il risparmio energetico ha assunto dimensioni umanamente ludiche ed estetiche. Credo che per le nuove generazioni sia assai più stimolante sottoporre possibili soluzioni che facciano leva più sul coinvolgimento emotivo ludico, piuttosto che sul terrorismo psicologico o sulla drammatizzazione ecologica.

La notizia dello scioglimento ‘anticipato’ dei ghiacci groenlandesi o del permafrost svizzero è terribile e apocalittica, ma è percepita come qualcosa di lontano e, fin tanto che ci lascia incolumi, ci interessa poco. Ma poiché l’importante è il fine, saluto con entusiasmo l’introduzione di apparecchi come Wattson, capaci di combattere il sistema dal suo interno, e con le sue stessi armi. Un gizmo, cioè un gadget elettronico, che mi insinua l’istinto di ‘spegnere tutti i suoi colleghi’. Un elettrodomestico acquistato su impulso consumistico ed edonistico che, con una mossa di judo, mi ha trasformato in un paranoico del contatore elettrico. Ogni momento che guardo i suoi LED, Wattson mi invita a spegnere qualcosa. Finché un giorno, che già preconizzo, mi implorerà di spegnere il trasformatore che ricarica le sue batterie.

Mentre sono già nervoso al pensiero di come si concluderà quest’agosto la sfida fra il dr. Watt/Watson e il mio climatizzatore centralizzato da 8.000 kW/h, rimando i lettori a una visita al sito Internet diykyoto.com. Mi si lasci da ultimo sottolineare quanto possa essere azzeccato “DIY Kyoto”, cioè Do It Yourself: il tuo [protocollo] di Kyoto fai-da-te…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’08.

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