La differenza sta nell’imprevisto

“Short, therefore, is man’s life;

and narrow is the corner of the earth wherein he dwells.”

Cesare Marco Aurelio Antonino così come tradotto dal greco all’inglese e citato da William Somerset Maugham.

C’è stata un’epoca in cui governare un Impero (la maiuscola è voluta) era un’impresa provante una capacità assoluta. Fra le molte difficoltà che si possono contare esisteva il problema tecnico di coordinare, sovraintendere e difendere una superficie territoriale di dimensioni sconfinate, pur privi di mezzi di comunicazione a lungo raggio. Ad esempio nell’Impero Romano era istituito un sistema di cursores, o tabellari, che viaggiavano a piedi o a cavallo da mutatio in mutatio e da mansio in mansio. Le prime erano sorte di stazioni postali (di fatto si trattava di stalle in cui i tabellari cambiavano cavalcatura o si davano staffetta), posizionate circa ogni quindici miglia. Le seconde erano più rare, circa ogni cinque o sei mutationes, e avevano la funzione di locanda e ristoro. Ovviamente per alcuni tratti si ricorreva anche a imbarcazioni.

Per rendere l’idea delle tempistiche, si narra che una missiva di Giulio Cesare abbia impiegato ventisei giorni per giungere dalla Britannia a Roma, ed essere letta da Cicerone.

Un’informazione quindi poteva impiegare giorni o settimane per arrivare a destinazione. E per puro esercizio di retorica affianco a questa condizione tratta dai tomi di storia, l’esigenza odierna di trasmettere le informazioni con velocità e tempestività.

Vorrei però porre rilevo non tanto sul banale fattore di compressione dei tempi (l’informazione oggi viaggia più veloce che duemila anni fa), ma sul vettore. Infatti spesso l’informazione veniva recapitata ‘di persona’, nel senso che l’informazione doveva viaggiare ‘in-corporata’, cioè ‘nel corpo’ della persona. Senza videochiamate, senza instant messenger, senza sistemi di videoconferenza. Niente telefono, telegrafo, telex, fax, piccoli messaggi testuali, messaggi multimediali. Senza allegati alle eMail – anzi, proprio senza posta elettronica.

Trovarsi. Raccontarsi. Spiegare. Dischiudere un segreto. Quasi sempre comportava la necessità di approntarsi e mettersi in viaggio. Finché si trattava di dispacci, di missive, allora ci si poteva affidare ai tabellari, ai postini. O, in loro mancanza, a chiunque dovesse viaggiare per esigenze di commercio, o perché fedeli in pellegrinaggio, o studenti e militari. Ma per qualcosa di più, l’unica soluzione era preparare armi e bagagli e affrontare il viaggio.

È solo nell’ultimo secolo che si è verificata una smaterializzazione del medium: nell’era digitale il mezzo consta in bit, in logiche binarie, in trasmissioni eteree; il medium è sempre più raramente di carta, o in carne e ossa. La rivoluzione informativa e informatica ha anche comportato, fra gli altri, l’assioma secondo il quale noi si sta fermi, ed è l’informazione a spostarsi.

A parte i paradossi delle chat fra colleghi separati da due muri o delle eMail fra conviventi e così altre stramberie, il problema grave è che cade lo stimolo a viaggiare. Non mi riferisco all’andare in ferie o a dedicarsi al turismo. Manca l’esigenza di viaggiare, cioè di intraprendere un viaggio, di guadare fiumi, di trasvolare catene montuose, di camminare per sentieri, di percorrere la strada, di incontrare delle persone lungo di essa, di imbattersi in diversità.

Il viaggio è metafora dell’odissea, e l’odissea a sua volta lo è della vita stessa: è l’attraversamento dello sconosciuto, la scoperta dell’inesplorato, l’avventura continua in cui la propria arguzia ed esperienza viene misurata e si confronta con situazioni inattese e svariata altra umanità.

Assuefarsi alla comodità dell’informazione che viaggia in nostra vece limita grandemente il nostro apprendimento. Non tanto per la qualità dell’esperienza che viene garantita, quanto più perché causa l’annullamento di tutto il tempo e lo spazio che intercorre.

Senza Internet, né fax, una riunione col proprio fornitore coreano comportava quasi sempre il dover imbarcarsi su un aereo (o più aerei…) e decollare alla volta di Seoul. L’esperienza della riunione in sé probabilmente aveva poi poco da invidiare alle soluzioni provviste dai moderni sistemi di videoconferenza. Però raggiungere Seoul? Però i pasti colà? E le notti in albergo, insonni per il fuso orario? Immergersi nel traffico disordinato delle capitali orientali? Tutto ciò perduto?! Sì, perduto, certamente sì, ma perduto in nome del risparmio economico e in nome del risparmio di tempo, mi si risponderà.

E pur sia. Sacrifichiamo il reale sull’altare della tecnologia e del virtuale, nel nome del risparmio. Ma la vera differenza, e l’autentica perdita, sta negli imprevisti – o, meglio, nella loro mancanza. Viaggiare, spostarsi, girare per il mondo significa esporsi sempre agli inconvenienti e al non pianificato. Star fermi ci priva grandemente di essi.

Esplorare il mondo via Internet e ‘navigare’ la rete sono ottimi strumenti che il progresso ci ha reso disponibili. Non demonizzeremo per certo Herbert Marshall McLuhan: amiamo la tecnologia e le comodità e i vantaggi che essa reca. Tuttavia questa accessibilità, questa navigabilità su schermo, questo mare di informazione che fluttua verso di noi, ha sgonfiato lo sprone allo spostarsi, e quindi all’esporsi all’ambiente esterno, alla diversità e, si diceva, agli inconvenienti.

Il vetro fracassato a Biarritz. Lo pneumatico forato sui monti sopra Sierre. La barca en panne fuori dalle bocche di Bonifacio. Il volo aereo cancellato da Atlanta. La jeep finita nel torrente piemontese. L’aeroporto bloccato da un uragano tropicale. La batteria della moto che cede di schianto lungo un passo montano. L’elenco degli inconvenienti accaduti è lungo; sterminato è invece quello degli inconvenienti che potrebbero accadere.

Al momento l’inconveniente snerva, ma poi, a ripensarlo, si rivela una gemma del nostro viaggio. Un fattore che ha reso la nostra esperienza unica e indimenticabile. La variante incontrollata del nostro trasferimento per andare a trovare l’amico, il parente o il cliente. Una rotta alternativa che ci ha posto sulla strada di un nuovo incontro, di un panorama inatteso, di un cambio di prospettiva o semplicemente che ci ha obbligato a perdere il controllo di noi stessi, della nostra pianificazione – e che ci ha obbligato a misurarci con l’imprevisto.

Dietro a ogni angolo che svoltiamo può attenderci un imprevisto o un’opportunità. Ma se restiamo chiusi nell’ufficio, attorniati da Skype, Vidyo ed Explorer, gli unici inconvenienti che incontreremo saranno i black out o quando “la linea è giù”.

E probabilmente è prossimo il momento in cui non sapremo nemmeno riavviare il ruoter per ripristinare il collegamento…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’08.

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