Fobia di noi stessi

L’Italia è pervasa da una vena xenofobica da anni. O forse da sempre. Fin da quando noi romani abbiamo attribuito un’accezione negativa al barbarum, partendo dalle difficoltà di comprensione linguistica che nell’antica Grecia fecero definire βάρβαρος lo straniero che balbettava parole incomprensibili. Chiamavamo tutti gli stranieri così: barbari.

Similmente adesso il diverso si stigmatizza come extracomunitario. A caso. Perché oggi, giusto amor d’esemplificazione: un ticinese è un extracomunitario ma un rumeno non lo è; un norvegese è un extracomunitario ma un estone no. “Extracomunitario” invece, nella volgata, etichetta tutto quel che appare come diverso: i caucasici, i nordafricani, i sudamericani. Forse nelle menti di molti è un sinonimo di “proveniente dal terzo mondo”, o “da paesi arretrati”, o “da paesi non occidentalizzati / industrializzati”. Non lo so.

Però sono certo che sia un sintomo di una qualche forma di paura (φόβος, per l’appunto) verso sì chi è forestiero (ξένος), ma verso chi può in qualche modo intaccare il nostro benessere – o le vestigia di esso. Immigrati che vengono a portar via il nostro sudato lavoro. Che degradano le nostre ridenti cittadine. Che abbassano il nostro ragguardevole PIL pro capite. Che vengono a beneficiare dei servizi pagati con le nostre tasse. Che usufruiscono di strutture il cui mantenimento grava sul nostro florido stato. E così avanti, e così via.

Retorico sottolineare quanto questi timori, irrazionali in quanto tali, siano assurdamente infantili ed illogici.

Per una nazione come la nostra (o meglio, per l’intero Vecchio Continente – giusto per non essere provinciali) l’immigrazione è al contrario un fenomeno da salutare con piacere. Ad esempio proprio per importare “cervelli”, modi di pensare, per diventare meno marginali e provinciali, più melting-pot; giacché è proprio dai crogiuoli che si ottengono le leghe migliori. O anche per importare “braccia” per mansioni e lavori manuali che gli italiani hanno in uggia o che li hanno stancati o addirittura che si sono dimenticati. O foss’anche solo per aumentare la platea dei contribuenti con forze giovani, che badino, mantengano, sovvenzionino i sempre più numerosi pensionati autoctoni.

Questa immigrazione è positiva, purché nel rispetto di due condizioni allargate e fondamentali.

La prima è il rispetto della legalità. Se c’è una merce di cui non sentiamo bisogno d’importazione è la criminalità o illegalità in generale. Fin dal rispetto delle condizioni di accoglimento sul suolo italiano, o dai requisiti per l’ottenimento della regolare cittadinanza. Non dev’essere lasciato terreno alla clandestinità o all’irregolarità. Ed è anche giusto che l’immigrato in età produttiva, debba essere tale con un lavoro in regola.

Si tratta di una condizione banale, visto che è richiesta già ai cittadini italiani: vivere nella legalità, in una repubblica che è “fondata sul lavoro”. Non di meno è domandata a chi proviene da un’altra nazione.

La seconda è il rispetto per la storia, la cultura e le tradizioni del luogo. La massima libertà di culto, il diritto alla dignità individuale, alla privacy e a tutti i diritti garantiti costituzionalmente e dalla dichiarazione universale dei diritti umani sono condizioni da mantenere reciprocamente.

È indegno entrare a far parte di una comunità di cui si intendano negarne, sopraffarne o calpestarne i tratti distintivi e i valori tipici. Probabilmente un requisito essenziale dell’ingresso in una nuova nazione da chiamare “patria”, dovrebbe essere la disponibilità ad accettarne funzionamento e tradizioni – pur non necessariamente rinnegando le proprie.

Spesso i casi finiti alla ribalta delle cronache hanno interessato l’aspetto religioso: i crocefissi nelle aule statali, l’uso del burqa, luoghi di culto non autorizzati… Ma le incompatibilità e le incomprensioni avvengono quotidianamente sul terreno più mondano delle abitudini, delle prassi, dell’incontro e confronto di civiltà.

Tutto questo in teoria. In pratica ci sono spesso casi umani. Persone. Bambini. Madri. Malati. Persone che fuggono da nazioni disastrate, da guerre civili, dalla povertà assoluta. A queste persone, l’Italia, e in generale l’Unione Europea tutta, dovrebbe rispondere costantemente in modo efficace e pieno. Avendo a cura la salute e la dignità di questi esseri umani che viaggiano su barconi o in container o su gommoni, e comunque appesi a una speranza che possa esistere una vita più decente. Una risposta piena, senza perdersi discettando sui requisiti per l’asilo politico, sul costo dei Centri d’Accoglienza o sull’efficienza dei Centri d’Identificazione, sul giusto e sullo sbagliato.

Ma forse si chiede troppo a una nazione che spesso si interroga se sia valsa la pena della sua stessa unità, o dell’ingresso nell’Unione Europea o addirittura sulla validità del suo inno o della sua bandiera.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, settembre’09.

Lascia un commento