Take me away

Non so se serva ripeterlo (ma lo faccio, ché è gratis): qui scrivo di take away. Nel senso che ciapi e porti a ca’. Son cinque serate in cui ho provato cinque soluzioni diverse: in tutti i casi mi sono fiondato a casa, e ho bevuto cochetta – quindi i costi si riferiscono al solo cibo, niente coperto (take away!!) e niente bevande. Soprattutto stiamo ragionando su Milano, fra i capoluoghi più ingiustificatamente cari d’Italia.

La sera più miscia

La sera più miscia è quella della pizza: vai all’Isola del TimeOut, chiedi una ‘rita, aspetti, te la inscatolano e paghi 6 euro. Mi riferisco a una pizza Margherita ordinaria, stile pseudo-partenopeo (nel caso: il cuoco è equadoreño…) e perciò non una roba quadratosa o gigante (tipo EcoPizza) o, peggio, alta (tipo Spontini). È un disco di dimensioni umane, dall’impasto sufficientemente edibile a maggior ragione se ingerito tiepido. Formaggio “da pizza”, di quelli che appena raffreddano diventano tipo cera fusa rappresa (mai assaggiato la cera fusa rappresa, ma mi immagino sia simile anche un gusto, e non solo d’aspetto – tipo però con più paraffina). A pummaro’ è quel che è, però atossica. Una fogliolina di basilico è sperduta laconicamente al centro. Insomma molto molto meglio della pizza chimica di Tipico dei bei tempi delle nottate di hard core gaming, molto meglio dei cicconi bubblegum, pur se si resta lontani da una Pizza con l’iniziale maiuscola.

Paninaro del terzo millennio

Milano è la città culto del panino. Magari dedicherò un altro post sui locali storici del panino meneghino (Quadronno, Crocetta, Paninoteca, DeSantis, Bistrò, Sergio&Efisio, Gattullo &c), qui basti accennare al fatto che il Panino Giusto sia uno fra essi. In realtà non raccatto il cibo nella prima tavola fredda (quella di corso Garibaldi), ma in una delle varie sedi periferiche. Prendo un Marlon (pancetta e burro) e un Montagu (roast-beef, pomodoro, rucola più limone ed olio). Piccola parentesi: il Montagu è il panino flagship del bar, visto che Montagu è il cognome del quarto conte di Sandwich; e si deve con ogni probabilità a lord Sandwich il fatto che i panini si chiamino… sandwich! La tradizione vuole che il settecentesco lord, appassionato di gioco d’azzardo, cercasse di non perder tempo lontano dal tappeto verde e quindi per non lasciare il posto si facesse portare il cibo mentre giocava; per riuscire a mangiarlo con più disimpegno si faceva farcire il pane con il pasto, da cui l’invenzione del sandwich. Il Panino Giusto, anche nell’insegna, scimmiotta lo stemma araldico di John Montagu. I loro sono panini ottimi, e li mangio da decenni: il pane è preparato da loro, e finisce la cottura sotto la piastra, mentre l’imbottitura dei panini viene preparata separatamente (tutti sono preparati al momento dell’ordine). Sono piccoli, stretti e lunghi, ma la farcitura è davvero di pregio ed abbondante. Comunque per i due panini siamo a più del doppio della pizza 12,70 euro.

Tradizione scozzese

Il fast food non presenta esimenti: in una dieta bilanciata (har har har) non può difettare. Quindi una sera si raccatta dallo scozzese, ovvero Mac Donald’s. Milano è ormai orfana di Burghy’s e Wendy, e priva di locali d’alto livello tipo il londinese Guerrilla Burger oppure Jeff’s Burger di La Jolla, o Pop Burger di NYC (ho citato forse i miei tre preferiti in assoluto) e al massimo offre MamaBurger, Pig, e poco altro. Però, come autentici fast food, über globalizzati e industriali, c’è una minoranza di Burger King e, appunto, lo scozzese. Qui prendo un panino NYCrispy (carne, bacon, lattuga, salsina), un MacWrap (una specie di burrito con pollo fritto, pancetta, lattuga, salsina), sei MacNuggets (bocconcini di pollo fritto) e patatine medie. La cassiera vuole 15 euro miei. Quasi il 20% in più del Panino Giusto, per la mia sorpresa. Certamente la quantità è superiore, ma la qualità non è paragonabile. Né quella delle materie prime, né per la preparazione, né per la qualità nutrizionale, né per l’aspetto delle cucine in cui viene assemblato il cibo.

Al rosticcer non far saper

Un’ottima mia alternativa per la cena è passare in rosticceria e scegliere un menù da ristorante, senza coperto, senza essere turlupinato anche sulle bevande, e senza patire attese del servizio e casino ambientale. Tutto può essere consumato con calma mentre si ascolta a casa Sergei Rachmaninoff, o si segue il tiggì. Io vado da Palazzi, dove mi trattano sempre con familiare cortesia e i gusti delle pietanze non sono troppo dissimili dai miei. Nel caso alzo una vaschetta rasa di tortellini di magro con panna al tartufo, e una cotoletta alla milanese (what else?!) davvero gigante, accompagnata da una porzione di patate al forno. In regalo anche due pacchettini di focaccetta – e tante grazie, visto che nella mia cucina defezionava pure il pane fresco. Sono 17 euro. Mica poco. Ma quanto avrei pagato in un ristorante una cena con un primo, un secondo di carne e un contorno? Tanto tanto di meno?

Once you go asian, you can’t go caucasian

OK, fatto è che non impazzisco per il cibo cinese, o thai, o vietnamita, o indiano &c. Sono piatti che mangio di sicuro sul posto, ma l’idea di mangiare quel tipo di cucina a Milano non mi entusiasma. Al contrario sono stato abituato da più di 30 anni a mangiare giapponese. Qui qualche locale trovo sia di altissima qualità, ad esempio il Fuji di via Montello o Yoshi di via Parini (purtroppo da anni ha chiuso l’ottimo Fujitaka in via Morosini, e mi manca, dai bei tempi che furono, anche La Compagnia Generale dei Viaggiatori Naviganti e Sognatori, in via Muratori). Ma anche nei miei dintorni ci sono parecchie buone cucine nipponiche: MySushi, This Is Not a Sushi Bar, Kyoto, lo storico Poporoya e il cugino, di fronte, Shiro. Questo giro sono andato da Sendo. Mi sono fatto preparare il maguro tataki (una scottata di tonno), accompagnato da riso bianco, e sedici uramaki: metà con salmone cotto e metà col tonno piccante (spicy tuna). Il totale ha cubato un bel 30,50 euro. Più del doppio del fast food.

Da tutto questo non riesco a discenderne una morale. Forse che avrei risparmiato incredibilmente se avessi acquistato gli ingredienti e mi fossi messo a spignattare. Ma ne siamo così sicuri? Al di là dell’impagabile sbattone (o, per essere più seri, del costo sostitutivo del tempo), c’è da considerare che per una cotoletta devi prendere una fettona da quarto di chilo di lombata di vitello, poi hai la panatura, il burro, il limone (a sensazione mi parrebbe sui 5 euro, per un comune mortale milanese), o che per il maguro tataki devi sceglierti davvero una gran sberla di tonno rosso, cipolla, insalata, la salsina teriyaki e il riso bianco. E soprattutto devi saperlo preparare almeno bene quanto in una cucina di ristorante giapponese…

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