Quarantanovesimi in libertà di che cosa?

Nella mia testa era in corso un gran balletto, un can can, molta confusione, parecchio trambusto carnascialesco. Finché non è arrivata dalla Direttora la nuova commessa, cui andrebbe aggiunta una “s” all’inizio – o che meglio sarebbe chiamare sfida. E allora tutti i tasselli, incastro per incastro, si sono ordinatamente ricomposti in una visione più chiara e serena del polverone che ciarlatani ciarlieri, da destra e da manca, mi avevano sollevato sulla libertà di stampa.

Intanto ho diradato nella mia mente la nebbia del grande equivoco. Perché si tende a raccogliere in un’unica fascetta diversi tipi d’erba: per superficialità, o per ignoranza, o per mala fede si etichetta con “libertà di stampa” diversi aspetti del tema.

Il polverone si risolleva lo scorso ottobre [2009], con il report puntualmente stilato da R.S.F., organizzazione che è di casa in Francia. E chiama il tutto «Classement mondial de la liberté de la presse», credo ben traducibile in italiano con l’espressione “libertà di stampa”.

Ma questo concetto è inanellato con una serie di altri, e il soffermarsi a discutere o definire o giudicare sotto questo o quell’aspetto è ciò che genera confusione.

Innanzitutto alla base della libertà di stampa ci dev’essere l’indipendenza della stampa, che permette la libertà di parola, senza la quale non vi è libertà di opinione. Ripartiamo da quest’ultimo, che è in realtà il principe, principale e primo dei concetti in merito – tant’è che si tratta di un diritto riconosciuto costituzionalmente.

Per pedanteria muovo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 19 recita: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione […] e quello di […] diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo”.

E mi sembra una decente base di partenza, visto che si affastellano tre livelli: pensare liberamente (libertà di opinione), esprimersi liberamente (libertà di parola), diffondere liberamente ciò che si pensa (libertà di stampa).

È sì interessante ragionare sulla libertà di stampa, ma affrancati prima i due passaggi preliminari: pensieri e parole.

La libertà di stampa poggia quindi sulla premessa che non si venga “molestati” (per usare l’espressione della Dichiarazione Universale) in alcun modo per pensare ciò che meglio si crede. E ciò a sua volta poggia sulla libertà di poterlo esprimere.

Il processo intermedio non è di poco conto. Tremo a ricordare, benché letteraria, l’orwelliana Thinkpol, ossia la distopica polizia del controllo mentale che per tramite di psicologia e sorveglianza (The Big Brother) scopre e punisce i reati del pensiero. Idea messa su carta nel 1948 per «1984», nasce fresca di regimi totalitaristi europei purtroppo reali anziché letterari: “squadracce”, persecuzioni razziali e stalinismo non sono lontani. Mai dare per scontato il lusso di poter formarsi una propria opinione, contraria alla maggioranza o al regime, senza essere perseguito e perseguitato – alle volte anche senza averla nemmeno espressa…

E dunque libertà di espressione. La mia opinione può essere formulata e comunicata attraverso ogni mezzo. Debbono però sussistere alcune condizioni. Su di esse si basa lo stesso senso di civiltà che permette di avere una libertà di espressione. La Costituzione Italiana limita la libertà alla condizione di rispettare il “buon costume” – di norma con riferimento ad evitare di offendere il pudore. Altre Leggi invece circoscrivono il campo aperto con i, giusti, paletti della riservatezza ovverosia quella tutela che con anglofilia si battezza come della privacy. O di certo non ci si può aspettare di restare “non-molestati” nel caso la propria opinione diffami un terzo – cioè danneggi la reputazione altrui.

Insomma, è vietata la censura o l’autorizzazione preventiva (sempre grazie all’articolo 21 della Costituzione), ma è logico ed equo che vengano concordate, come norma e sinonimo di civiltà, alcune demarcazioni che garantiscano la reciprocità dei diritti. Come mi sarei espresso da ragazzino: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Un piccolo inciso, che meriterebbe nemmeno un articolo ma un’intera pubblicazione a parte: il problema del senso del pudore e della definizione di costume “buono” è autoreferenziale. Banalizzo per rendere l’idea: il progressivo accorciamento delle gonne e assottigliamento dell’area che veste il petto femminile avviato dalle televisioni commerciali (Mediaset) in programmi pur in “fascia protetta”, o le copertine via via più “svestite” di alcuni settimanali generalisti («Panorama», «L’Espresso» et cetera), hanno ormai sdoganato e formato un nuovo senso del pudore. Che quindi legittima se stesso. E così avanti e così via. Il senso del pudore trova nei media un termine di definizione, e a sua volta crea (recte: dovrebbe creare…) nuovi contorni di confine dei media stessi. Fine dell’inciso.

Ecco. Pur nei limiti riconosciuti la mia libertà di espressione si innesta però su una piena compiutezza solo in un contesto di libertà di stampa, in un ambiente in cui possa aver accesso a un mezzo che, in modo non mediato, riproduca e renda pubblicamente accessibile il mio pensiero.

È per questo che fra libertà d’espressione e libertà di stampa trova spazio il concetto di indipendenza della stampa.

Se “la stampa” (in quanto mass media lato sensu, cioè mezzi di comunicazione di massa) è indipendente vuol dire che chiunque ha la potenzialità di imboccare un canale attraverso il quale veicolare il proprio pensiero. In carenza di questa condizione, l’opinione non necessariamente trova il mezzo di divulgazione, e cadono libertà di stampa e di parola.

Una chiave di volta però riposa nella quantità di canali disponibili offerti oggi a chi vuole esprimere il proprio pensiero. Comunque non nella televisione nazionale, non nella stampa quotidiana, non nei settimanali d’opinione. Abbiamo tutto un canale, Internet, nuovo e dalla sezione amplissima: il flusso che consente è dal gigantismo di difficile immaginazione. Con la sua lunghezza di coda tutti vi possono trovare ospitalità, purtroppo persino spesso avendo più facilità di trasgredire quei limiti di buon senso imposti alla libertà di espressione.

Blog. Forum. Siti di informazione e di opinione.

Principali limiti diffusi di questo nuovo sfocio sono la difficoltà di mettere in evidenza il proprio avamposto di pensiero nel bailamme internettiano e la carenza di controllo e certificazione, seppur di massima, che collateralmente rendano autorevoli e attestati questi contenuti provenienti “dal basso”.

A questo punto si inarca la seconda volta, la cui chiave è il nocciolo di questo mio intervento. Il sistema dovrebbe acconsentire anche una libertà di accesso all’informazione. La Legge sulla stampa, ad esempio, obbliga le rivendite di giornali – e a loro volta tutti gli attori della filiera distributiva – a diffondere qualsiasi pubblicazione, a patto che sia lecita. Si sancisce insomma che il canale è libero, e in funzione delle capacità diffusionali dell’editore, tutti siano liberi di scegliere di approvvigionarsi al canale informativo che più incontra il gusto, il favore e la rispondenza ideologica.

Due grandi nemici minacciano questo aspetto della libertà. Il primo è il sovraccarico, il secondo è lo strapotere.

Il sovraccarico trova esemplificazione in 999 canali satellitari o meglio ancora nel già, per altro, citato delirio di quantità di informazione pubblicata via Internet. Troppe opzioni rischiano di trasformarsi in una non-opzione. La grande scarsità di tempo e di attenzione dei giorni nostri mal si attaglia alla necessità di ricerca e selezione della fonte giusta, la cui “giustezza” spesso è valida solo di volta in volta o di tema in tema.

Lo strapotere è invece dato dal monopolio o dall’oligopolio o dal controllo allargato da parte di uno o pochi editori dei mezzi di informazione. Tranne in casi eclatanti (che è inutile citare perché sotto gli occhi di tutti in quanto eclatanti…) nei quali si manifesta una concentrazione monopolistica, questo nemico è particolarmente insidioso per il suo esser camaleontico.

Si confonde infatti spesso con il fondale del successo di pubblico. Un sistema d’informazione fair dovrebbe permettere di accedere anche a canali informativi “di minoranza”, che per definizione soffrono quindi di un deficit di gradimento da parte del grande pubblico. Con questo riferendosi ai media tradizionali: quotidiani, televisione terrestre, satellitare, stampa periodica e anche distribuzione libraria – e anche in quest’ultimo campo l’Italia assiste ad una grandissima e pericolosa concentrazione. In altre parole si legittima lo schiacciamento degli spazi da parte dei grandi players giustificando con il fatto che “piacciano”, e innestando un circolo  che (come nel caso della definizione del “buon costume”) si autoreferenzia. Non mi riferisco invece ai nuovi media, come Internet, che, salvi particolarissimi sottocasi, soffrono più di limiti informativi dovuti al sovraccarico che allo strapotere.

La via della libertà è lastricata di buone intenzioni ed altisonanti parole, ma cova insidiosi ostacoli. Il percorso a ritroso che segue la mia fame di informazione è impervio.  Scendo in metropolitana e mi viene ammannito un quotidiano gratuito che non voglio e che non riconosco come autorevole – ma è gratuito, l’inattività a bordo del trasporto pubblico ha il sopravvento, e lo leggo (tempo e spazio mentale occupato con la forza) [qui torno a scrivere sui freepress]. In edicola mi rispondono che il giornale che chiedo non esce più: l’editore è fallito. Della mia seconda richiesta mi dicono che non ne sono rimaste più copie: il distributore locale ne consegna 2 (DUE!) copie. Compro uno dei quotidiani in voga, le cui regge esondano dal sotto banco dell’edicolante. Le notizie che leggo sono smentite da altri quotidiani en vogue. E qui mi riferisco a NOTIZIE, che dovrebbero essere fatti obiettivi, e non d’opinione. Smentite e denigrate. Alla sera le trasmissioni d’opinione sui canali televisivi nazionali sono campo di battaglia in cui le notizie di quello o quell’altro giornale sono messe nuovamente in discussione e in ridicolo. Si dice questo, ma si tace quest’altro. Si scrive questo, ma la verità è altra. Si titola così, ma nell’articolo si legge altro. E io querelo. E tu diffami. E via così. Su Internet mille blog e su Twitter mille cinguettii commentano con la peste e con le corna qualsiasi posizione, qualsiasi visione dei fatti viene tanto elogiata da alcuni quanto sprezzata da altri. Intanto ci si appella accoratamente al diritto di cronaca quando si trasmettono servizi telegiornalistici sull’appropriatezza dei calzini di un magistrato. Intanto un editore è incerto sulla messa in onda di questo o quella giornalista, perché manca la “copertura legale” della Rete. La mancanza di un pluralismo concreto ed effettivo viene soffocato dalle grida del “chiunque si esprime”, e questo sistema incentiva il mulinio caotico, la rissa, il battibecco, l’alterco, la controinformazione, spacciando il deforme sovraccarico per pluralismo. E proprio perché tutti possono esprimersi il conduttore del programma televisivo gestisce coram populo telefonate in diretta dal Presidente del Consiglio dei Ministri [Silvio Berluscono, all’epoca dell’articolo]… Presidente che in altre occasioni osserva e giudica lo stato del sistema televisivo, o lancia anatemi agli inserzionisti di questo o quel quotidiano o settimanale, o discredita certa stampa estera cui è inviso.

Non so se sia un panorama da 49° classamento mondiale. Oppure 109°. Oppure 9°.

Però qualcosa che non funziona, qui, credo ci sia.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, novembre’09.

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