Quando sono stato un’eco

Quando sono stato un’eco

«In vita mia», scrive l’autore di queste righe, «ho attraversato giorni decisamente stranissimi. Altri ancora persino più strani. Ci sono stati giorni in cui ho lavorato per i più vari e svariati impieghi immaginabili. Altri ancor meno immaginabili. Ma il frangente che non scorderò mai, finché non mi seppelliranno», sostiene lui, «risale a quando lavoravo come un’eco, per due dollari e quaranta cents al giorno, servizio di lavanderia incluso.»

«Prova a immaginare me, un uomo slanciato ed asciutto, dotato di entrambe le mani, che può vedere con entrambi gli occhi, con delle orecchie buone per andare a un concerto, con dei piedi che consumano più di venti dollari all’anno in suole – prova a immaginare», dice, «il tipo di pungolo che abbia trovato in me per accettare un lavoro come eco, con uno stipendio di due dollari e quaranta cents, servizio di lavanderia incluso.»

«Ah!, la situazione in cui mi trovavo era certo terribile, e i borbottii e i singhiozzi che fiottavano da me avrebbero potuto mandare esaurito finanche il più fantastico dei teatri yiddish. E dai miei occhi sgorgavano lacrime, non di sangue, bensì di sangue bollente! Lasciavo che le lacrime scorressero sul mio abito, poi mi toglievo l’abito, lo strizzavo e lo appendevo fuori – che asciugasse.»

«Per tagliar corto: le cose andavano male. Anzi peggio. Anzi terribilmente.

E il Tempo si comportava da qual è Tempo: non aveva tempo da perdere: incedeva senza fermarsi, inesorabile. E io incedevo con esso – scalzo, nudo e senza indosso nemmeno un fermacravatte con brillante.»

«E così diventai cosa? Un’eco! Un’eco è proprio quel che diventai, amico mio! Un’eco – per due dollari e quaranta cents al giorno, servizio di lavanderia gratuito…»

Mi dica, caro signore, mi dica com’è potuto accadere!

«Va bene, te lo racconterò.»

«Era un periodo in cui ero in cerca di lavoro da un bel pezzo, e non mi riusciva di trovarne nemmeno uno. Ovunque provassi a chiedere un posto ricevevo la stessa risposta, quel blaterare che, sì, avrebbero trovato lavorato per me – oppure no. Nel primo caso si trattava di una brutta notizia, perché ero spaventato all’idea che mi facessero lavorare per davvero; lavorare infatti era in aperto contrasto con i miei valori sia in qualità di essere umano, sia in quanto scansafatiche. E nel secondo caso, be’, semplicemente mi portavo il braccio sugli occhi e mi piangevo sulla manica – piangevo inconsolabile…»

«La situazione era critica – talmente critica che iniziai a riflettere seriamente di andare nel Bronx: l’acqua», disse, puntando la mano al nodo della sua cravatta nuova da 98 cents, «l’acqua mi era arrivata alla gola! Fu più o meno in quel periodo che ricevetti una lettera da un mio amico, un contadino, nella quale mi proponeva di diventare un’eco con lo stipendio di due dollari e quaranta cents, più la lavanderia inclusa.»

«“Io!, un’eco! Non più l’affascinante, bel giovanotto, con la sua altolocata posizione in società, col suo seducente sorriso e con lo sguardo fiero – ma un’eco… una riverberazione… un’entità astratta, per così dire…” Questo era il mio monologo interiore, strappandomi i capelli dal capo e gettandoli fuori dal finestrino del treno che mi conduceva verso la mia carriera di eco…»

«Dopo il mio arrivo alla fattoria e dopo aver salutato il mio bucolico amico, intrattenemmo la seguente edificante conversazione:

Io: “…e, per favore, quali sarebbero le mansioni che il mio lavoro di eco implicherebbe?”

Lui: “Devi stare tutto il giorno sul ponte sopra il mio fiume e lavorare come… come un’eco.”

Io: “E cioè?”

Lui: “Ascolta, al mondo ci sono persone innamorate della natura, e piace loro ascoltare l’eco… E dato che l’anno scorso un mio concorrente ha assunto un tizio e l’ha piazzato su un ponte da qualche parte, a echeggiare, quest’anno ho pubblicizzato che noi qui abbiamo un’eco ancora più forte, nel nostro bosco. E così vorrei che quell’eco fossi proprio tu. Sai, per via della tua voce stentorea e sana…”»

«Otto minuti dopo ero abbandonato in qualche punto nel pantano d’un bosco, in attesa… in attesa d’avere la chance di testare il mio talento in qualità d’eco… Quand’ecco che, di lì a poco, un ebreo passa nelle vicinanze, e dal modo in cui agitava le sue mani, come se dovesse acchiappar mosche, intuisco che si deve trattare di un amante di Madre Natura, e un cercatore di… echi.

Di lì a poco sento un richiamo: “Hei! Hoosder?”

Prontamente io replico: “Hei! Hoosder?”

“Una piacevole giornata!”, dice la voce, approssimandosi.

“Incantevole!” rispondo. “Una piacevole giornata!”

Quell’“incantevole” era sicuramente non necessario, ma naturale.

“E allora così siamo in campagna!” dice la voce.

E, con la stessa intonazione, io rispondo “E allora così siamo in campagna!”

“Oh oh!” ride la voce.

“Oh oh!” io – come un’eco – rido in risposta.

“Dove sei?” chiede la voce.

“Dove sei?” gli chiedo io.

“Oh oh oh!” ride a crepapelle.

“Oh oh oh!” gli rido dietro, isterico.»

«Per un po’ tutto resta quieto. Nel frattempo mi fumo una sigaretta. Di lì a poco la voce chiede ancora:

“Come ti va?”

“Me la passo bene, grazie” rispondo, “Come ti va?”»

 ***

 «Mezz’ora dopo mi ritrovavo due dollari e quaranta cents in mano: la retribuzione per il mio strazio di lavoro quale eco. Il mio amico, il contadino, indicandomi col dito, mi ha mostrato la strada verso la stazione, avvisandomi di aver cura di far attenzione nell’attraversare i binari – altrimenti sarei rimasto certamente travolto…»

Mia traduzione non autorizzata del racconto inedito “Me – As Echo” di משה נאדיר (Moishe Nadir).

A disposizione di qualunque avente diritto per riconoscere eventuali proprietà intellettuali non attribuite. La riproduzione di questa traduzione è vietata.

Lascia un commento