Giornalismo on line, purché con autorevolezza

Il flusso migratorio dalla carta stampata alle versioni on line sembra fatto certo. I vantaggi più appariscenti e che maggiormente ammaliano chi compie questa scelta sono un connubio di semplicità e ampiezza distributiva, nonché fattori di pura economicità.

Il primo aspetto è riferito a quanto sia banale la condivisione dei contenuti via Internet, e
all’immediatezza con la quale essi possano essere raggiunti, senza limiti di tempo o spazio.

Sui fattori di mera economicità invece due accidenti rendono ovvio che regni la confusione. Innanzitutto la mancanza di un business model di editoria su Internet che annichilisca gli altri per manifesta superiorità. E poi l’approccio oscillatorio ed incerto col quale anche i grandi gruppi editoriali mondiali hanno interpretato questo canale.

È possibile identificare le seguenti variabili principali, con un continuum di scelte per ciascuna :

  • contenuti disponibili gratuitamente versus a pagamento;
  • contenuti specifici per il canale versus mutuati dalla versione cartacea (o anche di nuova creazione, ma in ogni caso creati ‘come se’ destinati per un’edizione tradizionale);
  • contenuti dal basso (gli utenti stessi creano contenuti, gratuitamente) versus top-down (i contenuti sono creati da professionisti, onerosamente);
  • flusso di ricavi originato in proprio (da accessi a pagamento ovvero da vendita diretta di pubblicità) versus derivante da business model di terzi che insistono sul lettorato.

Il movimento ondulatorio col quale si abbracciano varie combinazioni, non sposandone
nessuna, dimostra che non si sia raggiunta una maturità in merito, né vi sia uno standard, non una best practice, che sbaragli gli altri.

Quello che però appare indubbio è che il rapporto costi/benefici (attenzione: non il rapporto
costi/ricavi…) sia molto favorevole alla pubblicazione di contenuti elettronici rispetto a cartacei. Certamente permette l’integrazione con diversi media (audio, animazioni, filmati, collegamenti ipertestuali, download di applicazioni specifiche ecc) e con tipici strumenti utili ai lettori in quanto comunità d’utenti (stampa, condividi questa risorsa, commenta la notizia). Più importante ancora consente un incredibile abbattimento delle barriere all’ingresso in termini di investimenti e capitali necessari per avviare un’attività di pubblicazione di contenuti. Questa facilità di accesso si traduce in una maggior liberalità, e quindi nella possibilità di un ampliamento del ventaglio pluralistico, di informazione e di opinione.

Pur non potendo che plaudire a questa liberalizzazione, c’è da considerare che sul risvolto della medaglia vi è raffigurata una negatività bicipite. Una faccia oscura è il rischio di information overload: la quantità di contenuti proposti è funzione diretta della facilità di accesso, e ciò comporta un sovraccarico di fonti che può essere o pleonastico, o addirittura disfunzionale. Una grafico, con alle ascisse l’utilità del lettore e alle ordinate la quantità di fonti, traccerebbe una sorta di campana: poche fonti, poca utilità; troppe fonti, troppa difficoltà ad individuare quelle interessanti, e… in medio stat virtus.

Ma il risvolto più temibile è l’incertezza sulla qualità. Come può l’utente riconoscere come affidabile un contenuto rinvenuto su Internet? Nel momento in cui non c’è un filtro d’accesso, non c’è requisito che l’autore sia un giornalista qualificato, non ci sono barriere d’accesso – in quel momento, come può il lettore distinguere il contributo di qualità da quello scadente, o mendace? Le risposte più accreditate sono due. La prima è: ricorrendo al brand che, laddove sinonimo di autorevolezza nell’editoria tradizionale, svolga on line medesimo ruolo semiotico. La seconda è: restituendo centralità e importanza al ruolo di editore, che si renda garante, nel bene e nel male, della qualità di quanto pubblicato. Che sia l’editore che imposti, scelga e filtri, e che suggelli il prodotto finale.

D’altronde è irrilevante il supporto, carta o display: se carenti di riconoscibilità ed
autorevolezza, scrivere è inutile.

E lèggere dannoso.

Articolo precedentemente pubblicato da “Comunicatori Pubblici”, HP del 20 maggio 2009

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