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Giornalismo on line, purché con autorevolezza

Il flusso migratorio dalla carta stampata alle versioni on line sembra fatto certo. I vantaggi più appariscenti e che maggiormente ammaliano chi compie questa scelta sono un connubio di semplicità e ampiezza distributiva, nonché fattori di pura economicità.

Il primo aspetto è riferito a quanto sia banale la condivisione dei contenuti via Internet, e
all’immediatezza con la quale essi possano essere raggiunti, senza limiti di tempo o spazio.

Sui fattori di mera economicità invece due accidenti rendono ovvio che regni la confusione. Innanzitutto la mancanza di un business model di editoria su Internet che annichilisca gli altri per manifesta superiorità. E poi l’approccio oscillatorio ed incerto col quale anche i grandi gruppi editoriali mondiali hanno interpretato questo canale.

È possibile identificare le seguenti variabili principali, con un continuum di scelte per ciascuna :

  • contenuti disponibili gratuitamente versus a pagamento;
  • contenuti specifici per il canale versus mutuati dalla versione cartacea (o anche di nuova creazione, ma in ogni caso creati ‘come se’ destinati per un’edizione tradizionale);
  • contenuti dal basso (gli utenti stessi creano contenuti, gratuitamente) versus top-down (i contenuti sono creati da professionisti, onerosamente);
  • flusso di ricavi originato in proprio (da accessi a pagamento ovvero da vendita diretta di pubblicità) versus derivante da business model di terzi che insistono sul lettorato.

Il movimento ondulatorio col quale si abbracciano varie combinazioni, non sposandone
nessuna, dimostra che non si sia raggiunta una maturità in merito, né vi sia uno standard, non una best practice, che sbaragli gli altri.

Quello che però appare indubbio è che il rapporto costi/benefici (attenzione: non il rapporto
costi/ricavi…) sia molto favorevole alla pubblicazione di contenuti elettronici rispetto a cartacei. Certamente permette l’integrazione con diversi media (audio, animazioni, filmati, collegamenti ipertestuali, download di applicazioni specifiche ecc) e con tipici strumenti utili ai lettori in quanto comunità d’utenti (stampa, condividi questa risorsa, commenta la notizia). Più importante ancora consente un incredibile abbattimento delle barriere all’ingresso in termini di investimenti e capitali necessari per avviare un’attività di pubblicazione di contenuti. Questa facilità di accesso si traduce in una maggior liberalità, e quindi nella possibilità di un ampliamento del ventaglio pluralistico, di informazione e di opinione.

Pur non potendo che plaudire a questa liberalizzazione, c’è da considerare che sul risvolto della medaglia vi è raffigurata una negatività bicipite. Una faccia oscura è il rischio di information overload: la quantità di contenuti proposti è funzione diretta della facilità di accesso, e ciò comporta un sovraccarico di fonti che può essere o pleonastico, o addirittura disfunzionale. Una grafico, con alle ascisse l’utilità del lettore e alle ordinate la quantità di fonti, traccerebbe una sorta di campana: poche fonti, poca utilità; troppe fonti, troppa difficoltà ad individuare quelle interessanti, e… in medio stat virtus.

Ma il risvolto più temibile è l’incertezza sulla qualità. Come può l’utente riconoscere come affidabile un contenuto rinvenuto su Internet? Nel momento in cui non c’è un filtro d’accesso, non c’è requisito che l’autore sia un giornalista qualificato, non ci sono barriere d’accesso – in quel momento, come può il lettore distinguere il contributo di qualità da quello scadente, o mendace? Le risposte più accreditate sono due. La prima è: ricorrendo al brand che, laddove sinonimo di autorevolezza nell’editoria tradizionale, svolga on line medesimo ruolo semiotico. La seconda è: restituendo centralità e importanza al ruolo di editore, che si renda garante, nel bene e nel male, della qualità di quanto pubblicato. Che sia l’editore che imposti, scelga e filtri, e che suggelli il prodotto finale.

D’altronde è irrilevante il supporto, carta o display: se carenti di riconoscibilità ed
autorevolezza, scrivere è inutile.

E lèggere dannoso.

Articolo precedentemente pubblicato da “Comunicatori Pubblici”, HP del 20 maggio 2009

La differenza sta nell’imprevisto

“Short, therefore, is man’s life;

and narrow is the corner of the earth wherein he dwells.”

Cesare Marco Aurelio Antonino così come tradotto dal greco all’inglese e citato da William Somerset Maugham.

C’è stata un’epoca in cui governare un Impero (la maiuscola è voluta) era un’impresa provante una capacità assoluta. Fra le molte difficoltà che si possono contare esisteva il problema tecnico di coordinare, sovraintendere e difendere una superficie territoriale di dimensioni sconfinate, pur privi di mezzi di comunicazione a lungo raggio. Ad esempio nell’Impero Romano era istituito un sistema di cursores, o tabellari, che viaggiavano a piedi o a cavallo da mutatio in mutatio e da mansio in mansio. Le prime erano sorte di stazioni postali (di fatto si trattava di stalle in cui i tabellari cambiavano cavalcatura o si davano staffetta), posizionate circa ogni quindici miglia. Le seconde erano più rare, circa ogni cinque o sei mutationes, e avevano la funzione di locanda e ristoro. Ovviamente per alcuni tratti si ricorreva anche a imbarcazioni.

Per rendere l’idea delle tempistiche, si narra che una missiva di Giulio Cesare abbia impiegato ventisei giorni per giungere dalla Britannia a Roma, ed essere letta da Cicerone.

Un’informazione quindi poteva impiegare giorni o settimane per arrivare a destinazione. E per puro esercizio di retorica affianco a questa condizione tratta dai tomi di storia, l’esigenza odierna di trasmettere le informazioni con velocità e tempestività.

Vorrei però porre rilevo non tanto sul banale fattore di compressione dei tempi (l’informazione oggi viaggia più veloce che duemila anni fa), ma sul vettore. Infatti spesso l’informazione veniva recapitata ‘di persona’, nel senso che l’informazione doveva viaggiare ‘in-corporata’, cioè ‘nel corpo’ della persona. Senza videochiamate, senza instant messenger, senza sistemi di videoconferenza. Niente telefono, telegrafo, telex, fax, piccoli messaggi testuali, messaggi multimediali. Senza allegati alle eMail – anzi, proprio senza posta elettronica.

Trovarsi. Raccontarsi. Spiegare. Dischiudere un segreto. Quasi sempre comportava la necessità di approntarsi e mettersi in viaggio. Finché si trattava di dispacci, di missive, allora ci si poteva affidare ai tabellari, ai postini. O, in loro mancanza, a chiunque dovesse viaggiare per esigenze di commercio, o perché fedeli in pellegrinaggio, o studenti e militari. Ma per qualcosa di più, l’unica soluzione era preparare armi e bagagli e affrontare il viaggio.

È solo nell’ultimo secolo che si è verificata una smaterializzazione del medium: nell’era digitale il mezzo consta in bit, in logiche binarie, in trasmissioni eteree; il medium è sempre più raramente di carta, o in carne e ossa. La rivoluzione informativa e informatica ha anche comportato, fra gli altri, l’assioma secondo il quale noi si sta fermi, ed è l’informazione a spostarsi.

A parte i paradossi delle chat fra colleghi separati da due muri o delle eMail fra conviventi e così altre stramberie, il problema grave è che cade lo stimolo a viaggiare. Non mi riferisco all’andare in ferie o a dedicarsi al turismo. Manca l’esigenza di viaggiare, cioè di intraprendere un viaggio, di guadare fiumi, di trasvolare catene montuose, di camminare per sentieri, di percorrere la strada, di incontrare delle persone lungo di essa, di imbattersi in diversità.

Il viaggio è metafora dell’odissea, e l’odissea a sua volta lo è della vita stessa: è l’attraversamento dello sconosciuto, la scoperta dell’inesplorato, l’avventura continua in cui la propria arguzia ed esperienza viene misurata e si confronta con situazioni inattese e svariata altra umanità.

Assuefarsi alla comodità dell’informazione che viaggia in nostra vece limita grandemente il nostro apprendimento. Non tanto per la qualità dell’esperienza che viene garantita, quanto più perché causa l’annullamento di tutto il tempo e lo spazio che intercorre.

Senza Internet, né fax, una riunione col proprio fornitore coreano comportava quasi sempre il dover imbarcarsi su un aereo (o più aerei…) e decollare alla volta di Seoul. L’esperienza della riunione in sé probabilmente aveva poi poco da invidiare alle soluzioni provviste dai moderni sistemi di videoconferenza. Però raggiungere Seoul? Però i pasti colà? E le notti in albergo, insonni per il fuso orario? Immergersi nel traffico disordinato delle capitali orientali? Tutto ciò perduto?! Sì, perduto, certamente sì, ma perduto in nome del risparmio economico e in nome del risparmio di tempo, mi si risponderà.

E pur sia. Sacrifichiamo il reale sull’altare della tecnologia e del virtuale, nel nome del risparmio. Ma la vera differenza, e l’autentica perdita, sta negli imprevisti – o, meglio, nella loro mancanza. Viaggiare, spostarsi, girare per il mondo significa esporsi sempre agli inconvenienti e al non pianificato. Star fermi ci priva grandemente di essi.

Esplorare il mondo via Internet e ‘navigare’ la rete sono ottimi strumenti che il progresso ci ha reso disponibili. Non demonizzeremo per certo Herbert Marshall McLuhan: amiamo la tecnologia e le comodità e i vantaggi che essa reca. Tuttavia questa accessibilità, questa navigabilità su schermo, questo mare di informazione che fluttua verso di noi, ha sgonfiato lo sprone allo spostarsi, e quindi all’esporsi all’ambiente esterno, alla diversità e, si diceva, agli inconvenienti.

Il vetro fracassato a Biarritz. Lo pneumatico forato sui monti sopra Sierre. La barca en panne fuori dalle bocche di Bonifacio. Il volo aereo cancellato da Atlanta. La jeep finita nel torrente piemontese. L’aeroporto bloccato da un uragano tropicale. La batteria della moto che cede di schianto lungo un passo montano. L’elenco degli inconvenienti accaduti è lungo; sterminato è invece quello degli inconvenienti che potrebbero accadere.

Al momento l’inconveniente snerva, ma poi, a ripensarlo, si rivela una gemma del nostro viaggio. Un fattore che ha reso la nostra esperienza unica e indimenticabile. La variante incontrollata del nostro trasferimento per andare a trovare l’amico, il parente o il cliente. Una rotta alternativa che ci ha posto sulla strada di un nuovo incontro, di un panorama inatteso, di un cambio di prospettiva o semplicemente che ci ha obbligato a perdere il controllo di noi stessi, della nostra pianificazione – e che ci ha obbligato a misurarci con l’imprevisto.

Dietro a ogni angolo che svoltiamo può attenderci un imprevisto o un’opportunità. Ma se restiamo chiusi nell’ufficio, attorniati da Skype, Vidyo ed Explorer, gli unici inconvenienti che incontreremo saranno i black out o quando “la linea è giù”.

E probabilmente è prossimo il momento in cui non sapremo nemmeno riavviare il ruoter per ripristinare il collegamento…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, luglio’08.

Lo Spartacus della tecnologia

Ho comprato un Wattson. Dopo l’unboxing e l’installazione la mia vita ne aveva già subìto l’affascinante impatto.

Wattson è un piccolo elettrodomestico che misura i consumi elettrici. È composto da due elementi: il rilevatore/trasmittente e il display/ricevente. Il primo sfrutta l’intuizione di Hans Christian Ørsted, ossia che campi elettrici e campi magnetici sono proporzionali – sono in realtà così strettamente legati da essersi in seguito rivelati due fenomeni del medesimo noumeno, cioè dell’elettromagnetismo. L’interpretazione classica (e tutt’ora funzionale a livello antropometrico) di Maxwell e Faraday è che all’aumentare d’intensità del flusso di corrente in un cavo elettrico, aumenta l’intensità del campo magnetico nella sua periferia.

Il rilevatore è costituito da un morsetto, che va serrato (senza utensili) attorno a uno dei due cavi del contatore dell’elettricità, e da una piccola scatola nera, munita di antenna.

Il display è un bell’oggetto di design i cui LED si illuminano indicando quanti watt stiano attraversando il contatore: diciamo che, se il contatore segna il ‘montante’ dei watt consumati, Wattson ci informa sul consumo ‘istantaneo’.

I watt esprimono quanta potenza stiano assorbendo le apparecchiature elettriche di casa: un watt-secondo è una potenza elettrica paragonabile alla forza da esercitare per imprimere un’accelerazione di un metro al secondo a una massa di un chilo (cioè un joule), diviso per un secondo. I kilowattora (kW/h) corrispondono a 3,6 megajoule in un’ora.

Ma più che le unità di misura convenzionali interessa sapere che le nostre bollette elettriche sono tanto care quanti più kilowattora assorbiamo.

Ovviamente il nostro consumo ci comporta sì un costo proporzionale, ma comporta anche l’utilizzo di risorse per produrlo alla fonte: energia termoelettrica, idroelettrica, nucleare, eolica, geologica eccetera. Ma, anche prescindendo per ignoranza da quale sia l’esatta fonte dell’energia che illumina le lampadine di casa nostra, possiamo essere sicuri di un assunto: se assorbiamo meno elettricità causiamo un minor spreco di risorse energetiche – col corollario di questo assunto che, quasi certamente, in qualche modo riduciamo l’inquinamento terrestre.

Trovo che Wattson sia un elemento di arredo appagante la vista – e in ogni caso si integra nel mio arredamento meglio di quanto farebbe una statuetta di Thun. È senza cavi, visto che riceve i dati via radio ed è dotato di batterie ricaricabili. Inoltre il suo retro irradia un allegro alone colorato, le cui cromie sono legate alla quantità di assorbimento di potenza elettrica: lo spettro muove dall’algido azzurrino dei bassi consumi, a un focoso cremisi per l’alto assorbimento.

Il compagno di Wattson è stato battezzato holmes. La analogia fra il mix James Watt e John Watson non originerà stupore per la scelta del nome attribuito al software di analisi, uguale allo Sherlock, protagonista dei celebri romanzi di sir Arthur Conan Doyle.

Se a Wattson è infatti attribuito il compito di evidenziare le grandi doti analitiche del suo amico investigatore, a holmes è invece assegnato l’onere di analizzare in profondità tutti i dati raccolti a proposito dei vostri consumi elettrici. È sufficiente collegare con un cavetto USB Wattson a un PC, indifferentemente Windows o MacOS, e holmes vi produrrà grafici, prospettive di costi annui in bollette e addirittura equivalenze (teoriche) fra consumi e inquinamento.

Inutile confermare che questo nuovo gadget attira costantemente la mia attenzione, e ha cambiato parecchie mie abitudini. Ormai è una sfida costante fra me e il numero composto dai LED di Wattson; il mio ingegno diuturno è per confinarlo sotto le quattro cifre (ossia la soglia di un kilowatt), e comunque il più basso possibile. Questo non tanto per mio spirito ecologista, né le circostanze economiche mi vedono obbligato a risparmiare sulla “bollet- ta della luce” (benché un risparmio sui costi sia un sidekick benvenuto!). Il concetto che mi spinge a spegnere la televisione in stand by, ad abbassare il varialuce, a impostare la temperatura del frigo più alta e così via, è quello di achievement.

Nell’online gaming e nel social networking c’è una forte pulsione al raggiungere alcuni obiettivi/achievements. Allo stesso modo per me il risparmio energetico ha assunto dimensioni umanamente ludiche ed estetiche. Credo che per le nuove generazioni sia assai più stimolante sottoporre possibili soluzioni che facciano leva più sul coinvolgimento emotivo ludico, piuttosto che sul terrorismo psicologico o sulla drammatizzazione ecologica.

La notizia dello scioglimento ‘anticipato’ dei ghiacci groenlandesi o del permafrost svizzero è terribile e apocalittica, ma è percepita come qualcosa di lontano e, fin tanto che ci lascia incolumi, ci interessa poco. Ma poiché l’importante è il fine, saluto con entusiasmo l’introduzione di apparecchi come Wattson, capaci di combattere il sistema dal suo interno, e con le sue stessi armi. Un gizmo, cioè un gadget elettronico, che mi insinua l’istinto di ‘spegnere tutti i suoi colleghi’. Un elettrodomestico acquistato su impulso consumistico ed edonistico che, con una mossa di judo, mi ha trasformato in un paranoico del contatore elettrico. Ogni momento che guardo i suoi LED, Wattson mi invita a spegnere qualcosa. Finché un giorno, che già preconizzo, mi implorerà di spegnere il trasformatore che ricarica le sue batterie.

Mentre sono già nervoso al pensiero di come si concluderà quest’agosto la sfida fra il dr. Watt/Watson e il mio climatizzatore centralizzato da 8.000 kW/h, rimando i lettori a una visita al sito Internet diykyoto.com. Mi si lasci da ultimo sottolineare quanto possa essere azzeccato “DIY Kyoto”, cioè Do It Yourself: il tuo [protocollo] di Kyoto fai-da-te…

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, maggio’08.

Indie e cowboys oligopolistici

Da ragazzino mi domandavo perché le rock band indipendenti che ascoltavo, incuffiato, a tutto volume non raggiungessero il successo che meritavano – almeno a mio insindacabile giudizio. Le majors mi erano invise, e conoscevo per nome ed indirizzo tutte le indie più alternative e scalmanate. Consideravo le big labels come degli oligopolisti tiranni, e ciò valeva per la musica, così come per i film ed i libri. Avrei voluto che quei dischi sconosciuti ai più non fossero così di difficile accesso, avrei voluto che quei titoli fossero ben esposti negli scaffali dei megastore, che quei pezzi venissero trasmessi dalle radio, che quei libri underground venissero recensiti in terza dei quotidiani: desideravo insomma la ribalta per gli indipendenti.

In realtà sono trascorsi diversi anni di adolescenza prima che realizzassi di essere capitombolato in un goffo paradosso. Avrei voluto che gli editori indie diventassero major! In una orwelliana maniera mi auguravo che una dittatura venisse sostituita da un’altra dittatura.

Il problema evidentemente si assiepava nel modello in sé, ossia nella struttura dell’industria del contenuto. Prosa e poesia, film e long-playing: il canale di diffusione di queste forme artistiche e di comunicazione era ad appannaggio dell’industria discografica, cinematografia e dell’editoria libraria. E, in quanto “industria…”, non poteva affrancarsi dalle logiche di mercato solo perché “…del contenuto”.

Perciò le radio “commerciali” diffondevano i motivi più orecchiabili, le bancarelle si ricoprivano di best sellers e le locandine più longeve affisse fuori dai cinema erano quelle di pellicole che macinassero incassi. Tutto sommato nulla di irrazionale, né di illogico, né di ingiusto: l’industria filtra il prodotto che meglio può essere assorbito dalla domanda di mercato. I contenuti più particolari, raffinati, esotici, alternativi restavano ad appannaggio dei piccoli editori e dei canali più di nicchia. Con l’eccezione di quei casi in cui un prodotto esoterico incontrava il successo del pubblico, quasi sempre trasformando l’indipendent in una major – o comunque rendendola appetibile per essere fagocitata da una major.

Ma questo breve pezzo voleva toccare tutt’altro tema – o forse il medesimo?

Sì, in effetti è il medesimo tema. Perché dopo il diluvio arrivò il Web 2.0. Definizione che trovo criptica ma che ormai pare in valsa, ed adottata anche da un guru locale, autorevole ma non più giovanissimo, come l’ingegner Elserino Piol. Web 2.0 è sempre la buona e (ormai quasi) vecchia Internet. La chiamano così da circa un anno non tanto per una questione di cambiamento per-sé, quanto per un suo nuovo utilizzo: il Web 2.0 in parole spiccie è l’Internet che serve a pubblicare i propri contenuti.

Nel nuovo paradigma ciascuno può essere editore di sé stesso, e gettare nel calderone i contenuti autoprodotti. Forse non è una novità, visto che da quasi un decennio era possibile per chiunque registrare un dominio, allestire un sito e pubblicarvi i propri contenuti multimediali. Ma forse è una novità lo è, grazie agli aggregatori di contenuti. Difatti la semplice home page elaborata con DreamWeaver o FrontPage col PC di casa quasi certamente avrebbe avuto una vita solitaria e disconosciuta nel mare magnum di Internet. Invece oggi “postare” un proprio filmato su YouTube ha molte chance di essere visto da una platea amplissima e globale. YouTube è un aggregatore di contenuti, di video per l’esattezza. Così come lo è Flickr per gli scatti fotografici. Così come lo è Blogger per le opinioni e i pensieri personali, o per le short stories. Ci possono essere comunità peer-to-peer (ovvero con scambio diretto di file/documenti, senza passare da server centrali) in cui per missione si condividono le proprie creazioni musicali, e così via.

Tutto questo, apparentemente, retto da un business model svincolato dal paradigma tradizionale di diritto d’autore, o di ricavo in funzione delle vendite del contenuto. Chiunque può caricare sui server di YouTube il filmato che ha realizzato in famiglia, o a scuola, o mentre era in viaggio in moto. Non ci sono preclusioni, né favoritismi. Nominalmente l’unica barriera all’ingresso dovrebbe essere un controllo della legalità dei contenuti in upload e del loro rispetto dei diritti tutelati di autori terzi. In realtà la mole di materiale è tale che anche queste verifiche rasentano l’impraticabilità, e si ha una certa sensazione di anarchia, che ingenera a tratti euforia, a tratti inquietudine.

Spesso i siti si appellano al buon senso dei loro contributors, spesso chiedono aiuto agli stessi fruitori dei contenuti: “per favore, segnalateci se un video sta violando la legge sui diritti d’autore”. Per inciso: trovo questo appello tragicomico.

I pareri discordano, ma i più salutano l’era del Web 2.0 come profonda rivoluzione. Si grida alla decapitazione della authorship. Si tira in ballo niente di meno che il diciannovesimo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, mentre i più provinciali richiamano la Costituzione Italiana. Si saluta l’era in cui finalmente tutti hanno un diritto immediato (sì, nel senso di non mediato) di proporre le loro creazioni e le loro opere d’ingegno. Su una copertina del Times campeggiava un PC con uno specchio in luogo del monitor, per avvisare che i protagonisti dell’anno siamo noi! Finalmente noi creativi, noi artisti! Noi, che possiamo con un semplice upload gettare in pasto al mondo la nostra brillantissima cover di “Come on, come over” di Jaco Pastorius, rielaborata con basso Ibanez e plettro – con incerto beneficio per il mondo, dopo il detto pasto.

Il merito ovviamente viene attribuito alla tecnologia. È la tecnologia infatti, così si recita, a permettere tutto ciò. È merito del Web 2.0: Web 2.0 noi ti accogliamo in giubilo. Liberaci tutti e garantisci i diritti costituzionali.

Purtroppo però la mia opinione personale, come si sarà intraletto senza sforzo, è che innanzitutto non ci sia un merito, ma semmai un grande pericolo. Il pericolo che non ci troviamo alle soglie della tecnocrazia nei contenuti, ma dell’anarchia. Nell’antica Grecia la tecnocrazia infatti non era lo strapotere della tecnica, bensì la guida illuminata della polis da parte di saggi, esperti nelle loro discipline – cioè tecnici, appunto.

In fondo da ragazzino avrei voluto sovvertire il regime, ma adesso credo sia molto meglio che il potere di editare resti nelle mani dei tecnici, ossia degli editori – che nel bene o nel male fanno questo di mestiere. Certamente, il rischio che si corre è della censura dietro l’angolo, delle culture imposte dalle multinazionali e tutto quanto viene dietro. Ma non c’è mai stata censura, proibizionismo, dittatura che abbia effettivamente stroncato le contro-culture, i sovversivi e gli alternativi. E così arrivo a preferire che la responsabilità dei contenuti sia viva, e conviva col regime della authorship, piuttosto del mancato controllo su filmati di bambini picchiati, backyard girl fighting, esecuzioni mediorientali e corse folli sulla Serravalle. Preferisco faticare per cercare un testo di Henry de Montherlant o Paul Nizan, e avere le librerie sature di Giorgio Faletti o Bruno Vespa piuttosto della temibile stupidità di certi blog.

E soprattutto ridatemi i Weather Report. Quelli veri.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “Corporate Responsibility”, gennaio’07.

Andate e smaterializzatevi

Meglio i bytes o gli atomi? È un tema che affronto spesso con i miei collaboratori, con i miei clienti e in genere con le persone con le quali lavoro.

Ci interroghiamo a vicenda in somma se sia migliore il mercato immateriale basato sui bit, oppure se convenga ancora a tutti il mercanteggiare “roba che si tocca”.

Porterò l’esempio che meglio conosco professionalmente: è meglio pubblicare una rivista in versione digitale, oppure stampandola su carta? È così che intendo “Meglio i bytes o gli atomi?”, dove altrove si distingue fra ‘virtuale’ (bytes) e ‘reale’ (atomi). Ovviamente ci si concede la minuta licenza di fingere che i bytes non esistano fisicamente – ma il concetto rende l’idea.

La risposta migliore che abbia trovato fin ora è, come spesso accade nella vita: dipende.

Dipende da diversi fattori, che esploriamo seguendo sempre l’esempio della pubblicazione di un giornale.

Definisci “meglio”. Naturalmente è preliminare trovare un consenso su cosa si intenda per “meglio”. Fornirò alcune possibili chiavi di lettura:

  • Meglio = Più profittevole per l’edito- re, cioè per la società o persona che pubblica i contenuti.
  • Meglio = Che rende più economico per i lettori l’accesso ai contenuti.
  • Meglio = Una condizione paretiana, in cui viene massimizzata il cumulo dell’economicità per i lettori con la profittabilità dell’editore.
  • Meglio = Che permette una diffusione più ampia dei contenuti pubblicati.
  • Meglio = Che rende più pratico, comodo, semplice, ai lettori la fruizione dei contenuti.
  • Meglio = Più sostenibile e responsabile.

Tentiamo un’interpretazione di alcune di queste chiavi di lettura.

Più profittevole?

Sarò molto banale: il profitto è funzione diretta dei ricavi (direttamente) e dei costi (inversamente). Quindi è opportuno interrogarsi se lo smaterializzare, ossia il passare da atomi a bytes, impatti positivamente o negativamente su questi due componenti.

È abbastanza certo che, stanti il livello dei prezzi dei fattori produttivi attuali, sia meno costoso pubblicare una versione elettronica rispetto a quella cartacea. In pratica si assiste al venire meno dei costi industriali per intero congiunta a una possibile, parziale, riduzione dei costi editoriali; inoltre vi è una sostituzione dei tradizionali costi di distribuzione tradizionale, con alcuni costi tipici dell’erogazione del servizio elettronico quasi sempre di cifra inferiore.

Meno certo è invece il segno sul lato dei ricavi: la smaterializzazione comporta nella gran parte dei casi una contrazione del fatturato, anche se l’esito è legato a doppia mandata con il modello di struttura di ricavi si voglia adottare. Le opzioni di base, opportunamente miscelando le quali si ottiene un cocktail più o meno potabile, sono:

  1. ricavi fondati sulla vendita della versione elettronica ai lettori;
  2. ricavi fondati sulla vendita di pubblicità;
  3. ricavi fondati sulla costituzione di una comunità di utenti, con conseguente offerta di e-commerce.

Gli approcci a) e b) sono tendenzialmente incompatibili, poiché muovono da esigenze divergenti: far pagare l’informazione elettronica diminuisce il volume dei lettori, mentre l’inserzionista è alla ricerca di minimizzare il costo a contatto e dunque di allargare il lettorato. Sono tuttavia possibili mix di a) e b), ad esempio in aree diverse di un sito: si può immaginare una sezione ‘free’ sostenuta dai clienti pubblicitari, e una sezione ‘pay’ mantenuta dai lettori.

Sulla opzione c) scriverò al termine di questo articolo.

I bytes sono quindi migliori, intesi come più profittevoli, solo nel caso in cui si riesca a sviluppare una formula di ricavo che non penalizzi gli introiti maggiormente del risparmio registrato sul lato dei costi.

Più economico?

La mia esperienza personale mi porta a concludere che le offerte esistenti di contenuti smaterializzati siano meno care del loro corrispettivo cartaceo. Ciò se non si scende a servizi iper-specifici oppure a fruizioni di banche dati sconfinate (in cui la velocità di ricerca e di accesso all’informazione è determinante), e alle volte nemmeno in questi casi. In moltissime situazioni l’approccio su Internet è “funziona solo se è gratis”, mentre in molte è richiesta la registrazione come condizione abilitante per l’accesso gratuito. Questa situazione, in cui gli editori sembra non riescano a mantenere per i bytes i medesimi livelli di prezzo di vendita che per gli atomi, sembrerebbe determinante per il giudizio del paragrafo seguente.

Più accessibile?

Qui le considerazioni collaterali sono molteplici.

La prima, banale, è che il contenuto messo a disposizione in Rete sia potenzialmente accessibile da un numero di lettori enormemente maggiore rispetto alla versione stampata, che ha la palese limitazione corporale di essere stata prodotta in un numero fisso di esemplari – mentre l’informazione elettronica può essere riprodotta un numero pressoché illimitato di volte. È pur vero che, per quanto potenziale, il contenuto dev’essere poi identificato e trovato, e questo è il punto in cui spesso casca il proverbiale asino. È sintomatico il fatto che, a tutt’oggi, alcuni siti Internet debbano essere pubblicizzati su riviste cartacee perché ricevano accessi: il mare in cui si naviga con Internet è così esteso che, senza carte nautiche, non si attracca agli approdi.

La seconda è la medialità dell’informazione, nel senso del grado di adattabilità del contenuto al ‘medium’ e alla modalità di fruizione. Ci sono contenuti che si prestano a essere riprodotti meglio su carta, altri meglio in versione html, altri in Flash, altri se strutturati in data base, altri se in PDF e così avanti e così via. Ci sono contenuti elettronici che possono essere stampati con tecnologia laser o getto d’inchiostro, in bianco e nero o a colori, e mantenere la loro gradevolezza anche riprodotti nuovamente su carta (‘rimaterializzati’ direi); altri invece sono altamente non pratici se stampati, e conviene fruirli a monitor.

Una terza dimensione è quella della portabilità. Difficile surclassare una rivista: la si porta con sé in viaggio, su una panchina della stazione, la si legge comodamente in poltrona del salotto, la si tiene in auto, la si arrotola come baguette sotto il braccio, la si impila insieme ad altre, la si porta con sé al pic nic fuori porta. Ma quando si passa a cataloghi o archivi? Quando si passa a singoli articoli tecnici? Non è forse più comodo consultarli al computer, mentre si lavora, o alla peggio stampare unicamente quei due o tre fogli che ci servono? Inoltre assistiamo all’alba della diffusione di strumenti elettronici portatili per la lettura (eBook) che potrebbero rivoluzionare la portabilità dei contenuti smaterializzati.

In generale però parrebbe che i lettori non tributino alla modalità elettronica un valore, e in particolare un valore superiore a quello di una versione tangibile, materiale, cartacea. Il valore sembra essere connaturato negli atomi, e non nei bytes. Almeno per il momento.

Morale? Esistono argomenti a supporto sia dei sostenitori dei bytes che degli atomi, ed essi sono incerti nel risultato e contrastanti fra loro.

Molte pubblicazioni stanno smaterializzandosi – cito ad esempio la storica rivista americana di informatica “PC Magazine”.

Alcuni hanno tentato la strada di vendere la propria versione elettronica con abbonamenti onerosi, altri hanno provato ad offrirla gratuitamente sostenendosi con la vendita dei soli banner.

Personalmente trovo anacronistico che, varcate le soglie del terzo millennio, l’intermediazione della informazione avvenga ancora sull’onda di una tecnologia datata oltre seicento anni. Anche se Johann Gutenberg, cui mi riferivo, ha meramente introdotto una (importantissima) variante di processo a un supporto che fondamentalmente esisteva da oltre duemila anni: i volumina fenici, i papiri egizi, le tabulæ greche e romane non so- no che versioni non industrializzate, antecedenti l’invenzione del torchio. Il libro, il volume, la rivista, il quotidiano sono tutti oggetti che devono la loro esistenza a tecnologie barbare. Eppure li ritengo in molti casi insostituibili, e la mia scommessa è che manchi ancora parecchio tempo prima che venga stampata l’ultima copia del «New York Times» (per citare il titolo dell’interessante libro di Vittorio Sabadin). O magari il New York Times capitolerà, ma non penso che sarò vivo quando si stamperà l’ultimo libro o l’ultimo giornale.

Mi congedo con un’ultima osservazione, che chi mi conosce sa bene quanto propugni. Il modello di business per la smaterializzazione che prediligo è un pot pourri dei tre principali che ho descritto. L’informazione dovrebbe essere resa accessibile prevalentemente a titolo gratuito, eventualmente richiedendo un pagamento per beneficiare di specifici servizi ad alto valore aggiunto o per arrivare a informazioni particolarmente esclusive. Addizionalmente, o alternativamente, le sezioni ‘premium’ dovrebbero essere sponsorizzate da inserzionisti.

Ma soprattutto si dovrebbero introdurre elementi germinali per la nascita e crescita di una comunità. Cui successivamente proporre l’acquisto di beni e servizi ‘reali’, inerenti alle tematiche trattate.

I bytes sono un cavallo di troia. Ma, se volete guadagnare: vendete atomi, che è meglio.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “CR&M”, febbraio’09.