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L’insidioso gioco dell’innovazione

Il progresso tecnologico è una sgargiante palandrana nelle cui falde si nascondono tre risvolti, che sgargianti non sono per nulla.

La prima insidia che l’innovazione porta con sé è l’inatteso. Un’imprevedibilità non è necessariamente un male, ma la potenzialità dell’inatteso di manifestarsi come un male condiziona il giudizio aprioristico su un’innovazione. Infatti anche l’invenzione, l’innovazione o la scoperta che appare geniale e di portata benefica per l’umanità, può racchiudere, come un cavallo di Troia, germi di futuri nocumenti.

Molti casi del genere traggono origine dalla mancanza, per impossibilità o per incapacità, di analisi, di sperimentazione, di verifiche e di modellizzazioni. Tutti gli altri casi insorgono invece dalla completa imponderabilità degli effetti collaterali di una novità.

Un innovativo meccanismo di cottura rapida potrebbe rivelarsi, a distanza di anni dalla sua introduzione sul mercato, nocivo per la salute a causa della particolare modalità di riscaldamento molecolare. Un nuovo materiale economico, resistente e semplice da immagazzinare e posare, un giorno salutato come standard nell’edilizia, all’alba di un altro giorno sarebbe magari etichettato come cancerogeno.

L’introduzione di una tipologia di pesca o caccia potrebbe migliorare drasticamente l’efficacia del processo di raccolta, però col tempo impoverire la fauna al punto da estinguere specie intere o impattare collateralmente su altre variabili d’ecosistema.

Queste esemplificazioni di eventi inattesi, introdotti nello svolgimento della funzione di crescita umana, riguardano la salute oppure sono di tipo ambientale. Tuttavia, il raggio degli indesiderata di un’innovazione è a copertura totale: le ricadute sono anche in ambito sociale ed economico. Basti pensare all’impatto sulle abitudini sociali di Internet, oppure a come la robotizzazione abbia spostato l’accento dal fattore lavoro alla macchina.

Purtroppo l’innovazione non scaturisce accompagnata da un bugiardino, completo di indicazioni sugli effetti collaterali e sulle controindicazioni. Talvolta, anche quando sono disponibili, esse sono malauguratamente quanto opportunisticamente tenute celate e dimenticate.

La seconda insidia, tipica delle nuove tecnologie, è la riservatezza. O meglio il decremento del livello medio di riservatezza dal singolo.

Ci sono siti di commercio elettronico che offrono un servizio di offerta personalizzata, in funzione delle preferenze individuali del cliente. Ciò prevede ovviamente l’acquisizione della sua profilazione: che musica ama, a che film è interessato, quali siano i suoi registi preferiti e così via.

I telefoni cellulari, comodi quando si tratta di chiamare casa per avvisare di un ritardo imprevisto, sono anche dispositivi passivi di localizzazione.

Le telecamere a circuito chiuso da un lato incrementano i livelli di sicurezza, ma dall’altro inevitabilmente acquisiscono immagini e informazioni di terzi.

L’accessibilità informatica è inversamente proporzionale al grado di sicurezza informatica. Da ciò l’utilizzo di altri apparati tecnologici per riportare sotto controllo la sicurezza: firewall, creazione di zone demilitarizzate (!), web filter e altre soluzioni ancora.

Più la tecnologia “ci connette”, più decrementa il nostro livello di privacy individuale. E, se questo impoverimento di un diritto può essere tollerato qualora in nome di un diritto più grande (la sicurezza nazionale, per esempio), è intollerabile quando oggetto di sfruttamento commerciale o di “pirateria”.

L’ultima insidia dell’innovazione è l’unica che non è a posteriori, bensì ab ovo.

Il giudizio su un nuovo prodotto, una nuova idea, un nuovo processo dovrebbe trovare consacrazione unicamente nel suo successo.

Pur con i suoi aspetti negativi, noti o ignoti, potenziali o dispiegati, un’invenzione merita di diffondersi e prosperare nel caso in cui prenda piede poggiando sulle sue gambe, cioè incontri il favore della maggior parte dei suoi adottanti.

Eppure spesso il successo di una nuova tecnologia è condizionato da fattori esogeni. Il peggiore dei quali è quello normativo. La diffusione di uno standard tecnologico per decreto legge è la negazione della efficienza della “mano invisibile” di Adam Smith, cioè del mercato. Legalizzare un tipo di propulsore o una tecnologia di trasmissione televisiva o di telefonia, a dispetto di altri (pur teoricamente leciti) è un’ingiustizia sul lato dell’offerta e un sopruso sul lato della domanda del mercato. Il mercato, ben anche imperfetto, dev’essere l’unica libera mente collettiva a sancire l’adozione di un nuovo prodotto.

Queste sono le tre grandi insidie che porta in seno il progresso tecnologico, ed è bene tenerle in debito conto. Un conto in cui lo sviluppo e l’innovazione debbono comunque avere la voce preponderante, ma in cui non si possono mai lasciare in subordine le grandissime responsabilità di chi innova.

Articolo precedentemente pubblicato dal bimestrale: “Corporate Responsibility”, luglio’06.

Versione 2.0, o de instabilitate

Stasera, mentre aspettavo mi confezionassero un Positano al PaninoGiusto in Malpighi, mi riguardavo la mia moto. Che amo. Io amo la mia moto. E, come tutte le cose che si amano, l’amante starebbe a rimirarla per ore. E, come per tutti gli amanti, viene nutrito e consumato continuamente questo sentimento anche a dispetto delle imperfezioni e dei difetti della cosa amata.

Perché anche la mia spettacolare Ducati HyperMotard non è esente da difetti e, pur lasciando senza scalfitture il mio amore, non posso esimermi dal riconoscerli. Alcuni sono difetti soggettivi, altri sono vizi connaturati alla tipologia specifica di motociclo, ma alcune sono vere e proprie cagate del creatore – nel senso proprio di casa-madre. Per esser più eleganti: ha ampi spazi di perfettibilità.

A oggi della mia moto esistono una variante, due motorizzazioni e tre updates. Il tutto, se combinato correttamente, porta a:

– il primo modello commercializzato nel 2007 (“Model Year 2007”) con motore 1100cc, con variante sportiva (“S”);

– un update nel 2009 (“M.Y. ’09”) sempre con motore 1100cc, sempre con variante sportiva;

– un update nel 2010 (“M.Y. ’10”) sempre con motore 1100cc e ribattezzata “Evo”, sempre con variante sportiva (“SP”), e con l’aggiunta del modello con motore 796cc;

– un update nel 2012 (“M.Y. ’12”), che sostanzialmente si riduce a un’aggiunta di variante cromatica, cioè la cosiddetta  colorazione “SP Corse”.

Oggi siamo all’alba del nascituro M.Y. ’13, che dovrebbe rappresentare la prima nuova generazione di questo modello.

A questo punto però è inevitabile introdurre una terminologia dell’industria che permetta di capirsi meglio. Nel lingo dell’automotive si tende ad adottare tre termini. Il primo è “restyling” e viene adottato quando un nuovo modello non introduce grandi novità sotto il cofano: stesso pianale / telaio, stesso motore o magari l’introduzione di una nuova motorizzazione spesso mutuata da modelli diversi, stesso impianto elettrico, modeste variazioni delle specifiche tecnico-dimensionali. Se poi ci si limita proprio solo a una mera operazione di abbellimento, il restyling viene definito “face lift” – un po’ come se ci si rifacesse il trucco, oppure si facesse un salto dal chirurgo estetico. Il secondo importante termine è quello di “generazione”, e riguarda i cambiamenti rilevanti e di gran contenuto; in certi casi così importanti che potrebbero dar la stura a un nuovo modello, ma che per vari motivi, fra cui la “model image” e il “model positioning”, comunque portano a mantenere lo stesso nome. Il terzo termine è trasversale, ed è il già citato “model year” o “M.Y.”, e può riferirsi sia un restyling che a un cambio di generazione. Ad esempio la Audi A3 M.Y. ’01 è un restyling della prima generazione del ’96 (nome in codice: 8L), mentre la M.Y. ’03 è già della seconda generazione (8P).

In fin dei conti anche nel software è così. Ci sono “patch” e “minor updates” ad equivalere i face lifts, ci sono le updates simili ai restyling e infine ci sono le major release o major updates che corrispondono all’introduzione di nuove generazioni. La norma dell’industria è di ritenere gli updates gratuiti e far sempre pagare le major release. Basti pensare alle versioni dei sistemi operativi – tipo passare da MacOS 10.7 a 10.7.4 (gratis) oppure a 10.8 (pagamento) e analogamente per Windows.

Torniamo alla mia fantastica moto.

Molto probabilmente entro la fine dell’anno al salone della moto di Milano, l’EICMA, verrà presentato il M.Y. ’13. Avrà un nuovo motore, quasi di sicuro un 848cc da 120CV ma c’è chi spera ancora in un 1200cc TestaStretta come quello della MTS1200; in ogni caso sarà raffreddato a liquido, anziché ad aria [e olio motore] come i M.Y. ’07-’12. E anche il telaio sarà radicalmente diverso, perché sarà promiscuo tubi d’acciaio (come adesso) e strutture d’alluminio. Poi al momento sono noti piccoli altri interventi, fra cui lo scarico che avrà un terminale unico basso, e non doppio alto sottosella.

In altre parole: dopo restyling ecco una nuova generazione di HyperMotard, a sei anni dall’uscita della prima.

E finalmente possiamo passare a quel che mi turba. Perché, si scriveva all’inizio, anche l’amore più sfrenato non riesce sempre a celare all’intelletto le grandi cagate insite nell’oggetto concupito. A riguardo dell’HyperMotard farò due brevi esempi (anche se sl tema potrei dilungarmi per migliaia di battute). La scatola dell’aria è ingegnerizzata maldestramente e con una capacità in litri che penalizza l’aspirazione del motore: a prescindere dalle elaborazioni all’unità termica, tenendo l’airbox originale non si otterranno mai rendimenti di riguardo. Questo è parzialmente ovviabile con airbox after market che aumentano la capacità, oppure con l’eliminazione diretta della scatola e l’adozione di filtri conici sportivi direttamente su cornetti d’aspirazione maggiorati; quest’ultima è stata la mia soluzione, con un certo handicap di rendimento ad alte velocità a causa della fluidodinamica in mancanza di una camera d’aria ferma. Un secondo difetto endemico della mia moto è dovuto alla posizione delle pedane [e del cavalletto…], che possono portare a spiacevoli contatti con l’asfalto in casi di piega in curva, con angolo sì elevato ma pur sempre concesso dalle potenzialità della moto – anche qui ovviabile con una coppia di pedane racing o “arretrate” after market. L’elenco delle magagne è comunque lungo, ma il punto qui è che, oh, mai che in questi SEI ANNI siano usciti con una versione che risolvesse qualcuno di questi problemi!

Mi hai dato la colorazione nuova, mi hai dato qualche cavallo in più, mi hai dato la centralina Siemens al posto della MagnetiMarelli, mi hai dato le Kayaba e non le Marzocchi per poi reintrodurre le Marzocchi… mi hai dato un sacco di minchiate, ma non hai MAI risolto i problemi.

Adesso c’è la “major release”, e sappiamo tutti che verrà risolto l’80% dei pasticcetti, solamente per poi… introdurre un nuovo set di problemi!

Il trend generale infatti, e vale per la mia moto come per la mia auto come per il mio cellulare come per la mia applicazione di mail come per il mio orologio come per la mia lavapiatti e così avanti e così via, è quella di introdurre le “versioni 2.0” con un saaaaacco di novità, brillantini e fuochi d’artificio, ma senza mai arrivare alla risoluzione dei problemi.

Esce un nuovo software. Per motivi di time-to-market la versione definitiva in realtà sarebbe dovuta restare ancora in fase di beta-test. Ma l’abbiamo messa in vendita comunque. Le correzioni verranno semmai apportate rilasciando patches e updates quando siamo andati live. Dobbiamo farlo: abbiamo promesso al mercato una data di uscita specifica, il nostro competitor principale è pronto a uscire il mese successivo col suo prodotto e dobbiamo bruciarlo sul tempo, questo è il momento dell’anno in cui si concentrano di più gli acquisti nel mercato e bla bla bla.

Il minuto successivo avremo un team, scabeccio e ipodotato, che segue postvendita e bugs e troubleshooting per risolvere le magagne più macroscopiche dell’esistente, mentre tutto lo sforzo sarà concentrato sulla NUOVA versione, che porterà delle NUOVE funzioni, con dei NUOVI strumenti e delle NUOVE interfacce.

Mi trovavo benissimo col mio iPhone generazione 3. Se passo al 4 è perché spero che, nell’anno intercorso, incorpori una collezione di soluzioni ai problemi che si sono manifestati sul modello precedente. Non che mi propini una nuova fichissima antenna che, per altro, peggiora invece di migliorare la ricezione del telefono.

Il nuovo modello di TV deve avere la funzione 3D, ma il telecomando, che era progettato e realizzato da cani, resta uguale. Chi se ne frega del telecomando?! Per vendere serve molto più “Il nostro TV ha il nuovissimo 3D”, piuttosto che “Il nostro TV finalmente ha un telecomando industrializzato come dio comanda”.

Il mio nuovo piano di cottura è di design superiore, ma il circuito che comanda i piezo è rimasto quello pacco di dieci anni fa.

Siamo contornati dalla spasmodica ricerca di “versioni 2.0”, nessuna delle quali però è focalizzata sul perfezionare e rendere più stabile l’esistente. Al contrario dobbiamo introdurre elementi di rottura, per dare il senso di modernità, di progresso, di frontiera tecnologica, di novità e superamento del passato. Quasi sempre senza avere il tempo di testarli al 100% prima di lanciarli sul mercato.

L’industria vuole questo, perché il marketing vuole questo. E il marketing lo vuole perché i consumatori lo vogliono. Sono dei bambini che si lasciano irretire dalle lucine colorate, e non guardano più alla affidabilità, alla stabilità, alla funzionalità di qualcosa che già esiste e che già andrebbe bene, se solo perfezionato. Ma no, vogliamo il giochino tutto nuovo, per poi vivere a breve la fase delusionale e sperare nell’arrivo veloce di un nuovo modello. Che non farà altro che riportare le lancette indietro, e così in una spirale di Windows95, 98, XP, Vista, W7, W8…

Temo resterò sempre in attesa del giorno in cui si possa leggere un claim pubblicitario del tipo: “Ehi, è uscito il nostro nuovo modello. Lo so, sembra uguale al precedente ma questo, per dio, funziona perfettamente!”.

Assenza di uccellini

Twitter. Ammetto di esserci approdato in tarda età. Mio fratello, sempre à la page quando si viene all’hi-tech, lo usa da tempo.

Followa (*) da molto tempo i grandi del golf – e per anni mi sono interrogato sul senso di interessarsi al pensiero di questa o quell’altra persona. Invece oggi il microblogging mi affascina un sacco. Sia sotto l’aspetto del fenomeno editoriale (content from the bottom), sia per l’aspetto di mélange fra blog, FaceBook (che invece persisto nel rifuggire), instant messenger e altri media (Instagram / Flickr, YouTube / Vimeo, SoundCloud &c).

Trovo Twitter detestabile solo a causa di chi lo interpreta come enorme chat room, come un social allo stato brado, quasi sempre cavalcando o addirittura lanciando TrendingTopics di basso cabotaggio, o per chi over-twitta o chi si impegna nel following-trade, spesso con la più o meno recondita speranza di diventare twit-star (**). Ma basta tenersi in disparte da questi fenomeni, e si fila via lisci.

Al contrario di chi desidera ampliare ad n la propria platea (con tipicamente n>999), e per farlo segue l’elementare strategia di followare n+1 accounts con l’auspicio di back-following, mi sforzo di tenere basso il numero di accounts che followo. Perché, come da mia tipica patologia ossessiva e molto anale, DEBBO leggere tutta la TimeLine. Quando, in lassi di molte ore in cui non mi collego, leggo “load more tweets?” già m’incazzo, perché È OVVIO che voglia! E per poter leggere tutta la TimeLine debbo tenere la porta chiusa agli over-twitter e limitare quanti followo. Da qui un’intensa opera di selezione e scrematura.

In tanti casi soffricchio quando mi tocca followare “cose” anziché “persone”, ed a causa di questa promiscuità qui su ho usato il termine neutro di account. Infatti followerei di più Stefano Folli, Fabrizio Galimberti, Giacomo Vaciago, Giangiacomo Nardozzi piuttosto che followare l’account de IlSole24Ore.

E siamo venuti all’assenza di uccellini – qui intesi con rigorosa limitazione a soggetti cinguettanti su Twitter. Sì, perché queste firme clamorosamente mancano su Twitter. Niente Folli, niente Galimberti, niente Vaciago, niente Nardozzi così come niente Milena Gabanelli, Corrado Augias o Oscar Giannino. Riguardo a quest’ultimo, è vero, c’è da segnalare l’account di ChicagoBlog, ma l’è minga ‘i stess!: te sei interessato a Christine Lagarde (che difatti followo), mica all’FMI (che, sempre difatti, non followo).

Come certe firme mancano anche delle penne che followerei con piacere: niente Paul Auster, niente Ali Smith, niente Tibor Fisher, niente Glen Duncan. Ok, ho trovato Lansdale e Fforde, e per Auster ne fa le veci la figlia Sophie. Anche considerando che c’è chi ha account palesemente “managed” ad esempio, e purtroppo, Mark Haddon. Followare un managed account (prassi che mi pare abbastanza in valsa fra sportivi, politici e cosiddetti “personaggi dello spettacolo”) mi sembra come il parlare con una segreteria telefonica, e credere di stare dialogando amabilmente con un essere senziente – una specie di test di Turing à rebours. O, peggio mi sento, ci sono gli accounts gestiti da fans e i fastidiosissimi fakes.

Al momento mi irrita, e procedo in ordine sparso, anche l’assenza di Nanni Moretti (sto surrogando con SacherDistribuzione, ma è come preparare una sachertorte con aspartame e carruba in vece di cioccolato fondente e zucchero: Moretti lo accetterebbe?), di Corrado Guzzanti, di Vittorio Gregotti o di Roger Penrose (in compenso followo Stephen Wolfram, che è già qualcosa). Gli ultimi due per altro farebbero bene ad affrettarsi ad aprire un account di Twitter, visto che hanno entrambi superato il traguardo degli 80 anni e non è che puoi vivere in eterno né [immagino] twittare dall’aldilà – entrambi pratiche che, se possibili, sarebbero già state patentate da Steve Jobs.

Insomma, quando cominci ad assuefarti a Twitter di pari passo inizi a PRETENDERE che chi vorresti followare abbia un account. Anzi, già che ci siamo: ehi tu che stai leggendo, fammi un bel favore: se qualcuno dei summenzionati dovesse aprire un account (o già l’avesse, e fossi tonno io nel non trovarlo) segnalamelo qui!

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(*) Followare. Fa meno stalker e meno pecora belante di “seguire”. Ma è uno di quei neologismi di cui farei tanto a meno. Anche se, una volta coniugato, lascia in bocca sapori esotici, di quelle parole tipo “Chewbacca”. “Eh, perché da quando loro mi hanno followata…”: capite cosa intendo? Sì, è un’italianizzazione che fa non poco ribrezzo, ma con devozione al kitsch e a Von Masoch mi ostinerò a ricorrere a questo verbo tutte le volte che posso.

(**) Progetti ed ambizioni forse fini a sé stessi, forse assimilabili all’appagamento da achievement-unlocking, o magari passi intermedi per arrivare alla dominazione totale delle masse. Chissà…